50 anni sono passati da quel lontano ‘68 sul quale l’eterno Fabrizio De Andrè cantava nella celebre “Canzone del Maggio”: “siete per sempre coinvolti, per quanto voi possiate credervi assolti, sarete per sempre coinvolti”. Sono trascorsi 50 anni e mai parole più giuste e indovine furono pronunciate: noi, voi, oggi, dopo cinque decenni siamo coinvolti in quel sacro ‘68.

Lo gridano ad alta voce gli studenti e le studentesse della Sorbona di Parigi, che si è alzata in lotta in questo fredda e grigia giornata di dicembre, un dicembre che ricorda quel colorato maggio francese, quando milioni di studenti si sono uniti al disagio operaio per manifestare un malessere diverso, più violento, che faceva a pugni con un benessere sociale coatto e incolto, ma che aveva in comune con la lotta proletaria la voglia di emanciparsi in tutta la sua potenza. 

Oggi le festose piazze di Parigi sono impregnate di una rabbia che non conosce e non vuole conoscere vincoli, un rancore che i francesi si trascinano dal maggio 2017, quando all’Eliseo sbarcava Emmanuel Macron con la sua agée Brigitte. A un anno e qualche mese dalla sua elezione il giovane presidente perde quasi completamente il consenso dei suoi cittadini, portando avanti la lunga e famosa tradizione della sinistra fasulla e corrotta, che ha abbandonato la morale per un moralismo ipocrita e conservatore.

I francesi, però, non hanno abbandonato la loro voglia di riscatto, di cambiamento e tra questi figurano pronti gli studenti di molteplici università: Sorbona, Nanterre, Saint Denis e Tolbiac, epicentro della protesta studentesca odierna. Una protesta che si scontra contro la legge sulle università promossa dal governo Macron, che intensifica la selezione per gli studi superiori, escludendo un numero significativo di post-bac dalle università più richieste. Una manovra che non è piaciuta e per la quale gli studenti si sono fatti sentire non poco durante tutta la primavera scorsa e che hanno ripreso a contestare con l’introduzione di una nuova legge, che prevede l’aumento delle tasse d’iscrizione per gli studenti non europei che intendono proseguire gli studi universitari in Francia. 

Questa la goccia che ha fatto traboccare un vaso che fremeva per strabordare e riversare tutto il malcontento contro un governo che non ha fatto altro se non preservare gli interessi dell’élite francese, ignorando coloro che aveva promesso di aiutare. Accanto agli ormai celebri gilets jaunes si mobilitano, quindi, anche gli universitari, che per entusiasmo e violenza non hanno nulla da invidiare ai primi.

Una voglia di cambiamento che non si vedeva da tempo, ma che in questo gelido mese invernale sta scaldando le strade e le piazze di tante città francesi, senza dubbio guidate dalla romantica e rivoluzionaria Ville Lumière

Sembrerebbe un nuovo ‘68, che avanza motivazioni differenti dal vecchio, portato avanti da giovani che forse non hanno letto Marcuse e Hesse, ma ai quali non manca di certo il desiderio e la brama della rivoluzione. Sotto le mille luci di Parigi marciano indistinti gli studenti di decine di nazionalità e colore, stanchi di questo governo che non governa abbastanza chi dovrebbe e che, invece, controlla troppo chi non ne ha bisogno. La culla de “Le Siècle de Lumière”, della democrazia e della Rivoluzione si dipinge, durante questo inverno, di giallo e di rosso con un unico obiettivo: agire in tutti i modi e con qualsiasi strumento per cambiare.

Se 50 anni fa lo slogan padrone nelle teste, nelle bocche e per le strade era “Il est interdit d’interdire!”, oggi il grido disperato dei francesi esclama “Rêvèr c’est bien, Agir c’est mieux!” ovvero “Sognare è bello, Agire è meglio!”, un grido che condensa tutto il carattere focoso e rivoluzionario del francese medio. Che la violenta protesta si risolva in un successo o in una sconfitta resta nobile il maestoso patriottismo dei francesi, da cui forse l’Italia, dominata dalla esagerata voglia di sicurezza, di disciplina, di stabilità, dovrebbe imparare qualcosa.

Se la grande contestazione è iniziata in quel caldo maggio del ‘68, quella che oggi sta rifiorendo è solo una sua mutata e lunga continuazione, che porta avanti un grande e unico imperativo: il necessario e immediato cambiamento.

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