Provate a fermare una persona per strada. Chiedetele se, prendendo come elementi il passato, il presente e il futuro, conosce una disposizione di essi che non sia quella appena elencata. Ovviamente no, perché nessuno metterebbe in dubbio la relazione di successione tra i tre tempi logici. Ebbene, siete stati fortunati, perché non vi siete imbattuti in un filosofo. Se aveste posto la domanda a lui, la risposta sarebbe stata meravigliosamente strana.

A priori

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Non si può negare che una delle più grandi aspirazioni dell’uomo sia sempre stata quella di conoscere il futuro, di avere una “ricetta” per capire cosa accadrebbe date alcune circostanze. In altre parole, il tentativo di prescindere dalla conferma della realtà. A rigor di logica, se so che una pianta darà i suoi frutti ogni estate, posso anche evitare di verificare il fenomeno annualmente, e impostare la mia attività agricola in base a questa tempistica ormai assodata. La definizione a priori di un evento accresce di molto le capacità predittive, ed è per questo che le scienze cercano di studiare sempre più a fondo la logica intrinseca degli eventi. Ne troviamo esempi in astronomia (il passaggio regolare di una cometa), in meteorologia (la ciclicità delle perturbazioni), in psicologia (le tendenze a reagire nello stesso modo ad un preciso stimolo) o anche in economia (l’andamento dei mercati finanziari).

In filosofia un esempio molto famoso di questo tipo di indagine è quello della Fenomenologia dello Spirito di Georg Hegel. Questo grande classico racchiude una delle descrizioni più dettagliate di come, secondo l’autore, il nostro mondo si sia strutturato proprio come lo vediamo, ovviamente da un punto di vista concettuale. Alla base di ogni tipo di relazione, stanno le dinamiche del riconoscimento e del desiderio, entrambe formatrici del soggetto umano come autocoscienza, cioè come entità che percepisce la sua esistenza. Da qui prendono forma la ragione, la religione e il sapere assoluto, tutti momenti in cui viene guadagnata una facoltà di astrazione e di consapevolezza maggiore. Senza scendere in tecnicismi filosofici, la domanda da porsi è: cosa abbiamo guadagnato da questa analisi? La risposta è che adesso tutto è stato capito, abbiamo scoperto lo scheletro di cui è composta la realtà, e possiamo finalmente leggere gli avvenimenti della nostra vita dandogli una linea direttrice. Nelle Lezioni di filosofia della storia questo processo è ancora più chiaro. Hegel, partendo dalle prime antiche popolazioni fino a giungere alla sua contemporaneità, riesce a mostrare come la nascita, lo sviluppo e la fine di tutti i popoli più importanti del nostro pianeta, abbiano rispettato le procedure che lui stesso aveva delineato nella Fenomenologia. Le implicazioni di tutto ciò sono tali per cui Alexandre Kojève, primo grande interprete e divulgatore del pensiero hegeliano soprattutto in Francia, fu spinto a sostenere la tesi che non si potesse più parlare di storia ma soltanto di saggezza. Non essendoci più niente da scoprire, il futuro ormai non ha più segreti, e non resta altro da fare che impararne il meccanismo di sviluppo.

Quando pensiamo all’a priori ci viene subito in mente un altro grande filosofo: Immanuel Kant. Nella Critica della Ragion Pura, il filosofo di Konigsberg mette subito in chiaro che il mondo che vediamo ogni giorno davanti ai nostri occhi è il risultato di un filtro che non possiamo controllare. Le categorie dello spazio e del tempo, per l’appunto, sono le due forme a priori che qualsiasi dato arrivi a noi deve assumere. Non si può infatti immaginare niente che non sia collocato da qualche parte e in un determinato momento. Lo sforzo che compie Kant è quello di esplicitare la nostra condizione di limitatezza in campo conoscitivo. Possiamo studiare soltanto quello che ci appare dopo una deformazione precedente, come un messaggio che prima di essere capito deve essere tradotto nella nostra lingua. Anche in questo caso, non è tanto il contenuto che si vuole provare a prevedere, quanto la forma. Qualsiasi evento futuro sarà comprensibile solo se rientrerà nello spazio e nel tempo.

Da questi due esempi notiamo come la volontà di definire aprioristicamente un qualsiasi evento, sia intrinsecamente legata alla ricerca di uno strumento di anticipazione del futuro. Il presente, unico istante temporale di cui siamo padroni, diventa quindi il momento in cui il futuro prende forma.

A posteriori

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Quando una decisione viene presa in seguito all’accadimento di un fatto, si dice che è avvenuta a posteriori. Un esempio molto semplice sono i libri di storia: niente in essi può essere scritto se non dopo essere già avvenuto. In generale possiamo dire che la predittività che abbiamo guadagnato con l’a priori può essere verificata al 100% soltanto a bocce ferme. In filosofia, il concetto di evento ha preso, soprattutto nel Novecento, una connotazione molto particolare, che ci rimanda proprio a quanto stiamo dicendo. Un evento è ciò che sorge in maniera totalmente imprevedibile e che prende forma soltanto  retrospettivamente, una volta accaduto. Ad esempio, un quadro che apre la strada ad uno stile innovativo, diventa l’emblema di questa nuova corrente solamente dopo che la critica ha riconosciuto la sua originalità e altri artisti hanno aderito al movimento. Gli esempi possibili sono molti, anche nella nostra vita personale. Quante volte ci siamo resi conto dell’importanza di un gesto o di una parola solamente quando ne abbiamo riconosciuto gli effetti su di noi? Uno dei filosofi più famosi al mondo ancora in vita,  Alain Badiou, ha scritto molto sul concetto di evento, specificandone appunto la particolare condizione temporale: la nominazione dell’evento avviene soltanto a posteriori, poiché non abbiamo alcun modo di coglierne l’avvento nel momento stesso in cui accade.

Possiamo dire che il presente, in questo caso, ha un potere di rimaneggiamento del passato molto forte. Il passato non è più qualcosa di cristallizzato e intoccabile come un tesoro rinchiuso in una cassaforte, ma è come una montagna esposta agli agenti atmosferici: anche se molto lentamente, la sua forma verrà modificata in base alla loro azione.

 

La differenza tra logico e cronologico

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Ovviamente quello che stiamo analizzando non implica un cambiamento dello scorrere del tempo nei nostri orologi, ma è un modo di pensare in maniera diversa il contenuto di quel tempo. La successione cronologica degli eventi non può essere messa in discussione, così come la nostra incapacità di predire il futuro o di tornare indietro nel tempo per cambiare il corso degli eventi. Il piano cronologico non coincide infatti con quello logico, astratto. Tra essi c’è una differenza incolmabile, che ci ricorda ogni giorno la nostra condizione limitata di esseri umani. Dobbiamo obbligatoriamente fare i conti con questo mondo e con le sue regole. Abbiamo però uno spazio di manovra, quello del pensiero, che ci permette di slegarci da esse per muoverci liberamente, rimescolando i pezzi di un puzzle che sembrano incollati tra loro ma in realtà sono soltanto ben incastrati. Sul piano logico, infatti, abbiamo il vantaggio di poterci svincolare dalle forme a priori kantiane. Un pensiero non ha un tempo e non ha uno spazio. Se dico che se A implica B e ho A, allora ottengo B, non ho dei vincoli in base a dove mi trovo o una scadenza temporale di questa affermazione. Sono libero di esprimerla, di modificarla, di aggiungere altri elementi. Se però dico che se ascolto musica classica mi emoziono, mi devo chiedere in che periodo della mia vita lo sto facendo, se sono in camera senza disturbi o se lo sto facendo nella metro a New York. La differenze tra logico e cronologico si può riassumere in una frase dicendo che è ciò che permette alla nostra facoltà di astrazione di muoversi libera dallo scorrere del tempo, riuscendo così a studiarne al meglio i meccanismi di funzionamento.

Tornando alla situazione ipotetica iniziale, il filosofo vi avrebbe quindi risposto che ovviamente esiste una disposizione alternativa alla classica successione passato, presente e futuro: quella in cui questi tre elementi si fondono in un unico atomo inscindibile che è la nostra percezione del qui ed ora, che va a ristrutturare continuamente quelli che, per una semplicità sia logica che espressiva, chiamiamo il passato ed il futuro.

 

Nicola Copetti