E il naufragar m’è dolce in questo mare’

A chi queste 8 parole non suscitano un ricordo, o un’emozione? Quale italiano non riesce a collegare istintivamente questo verso ad un poeta, nonostante questo suddetto verso abbia 200 anni? Che sia stato amato negli anni della scuola, o al contrario poco apprezzato, sicuramente non può rimanere indifferente o anonimo. Con i suoi temi eterni, la sua vita martoriata ed il suo stile attento, il poeta autore di queste parole è riuscito a rimanere nel cuore (o almeno nella mente) di ogni studente.

C’è chi ha amato il suo dire e si è riconosciuto anche nelle sue virgole. Altri, invece lo hanno da sempre disprezzato, non trovando in lui quella maestria tanto lodata. La verità è che un semplice uomo privo di ogni forma d’arte; un uomo che altro non fa che lamentarsi, non rimarrebbe eterno. E sicuramente non rimarrebbe inciso nella memoria di tutti noi. Solo un uomo che, nonostante i due secoli passati dalla sua descrizione del più profondo desiderio umano, rimane comunque attuale, potrebbe riuscirci. Solo un uomo che nella sua riflessione più intima possa dirsi capace di dare voce al più profondo malessere di ogni individuo sarebbe in grado di diventare infinito.

Giacomo Leopardi

Ricoprendo proprio questa definizione, come potrebbe dunque Giacomo Leopardi poter mai essere associato ad altra immagine che non sia quella di ‘grandezza’?

 

Una vita al di là della siepe

A 200 anni dalla composizione dell’Infinito, Giacomo Leopardi continua a rimanere un poeta di riferimento per la letteratura italiana. Nato alla fine del diciottesimo secolo a Recanati, già da molto giovane è da considerarsi un grande erudito. Impara in breve tempo il latino, il greco e l’ebraico, e dall’età di 10 anni studia da solo nella biblioteca paterna. Inizia a scrivere da giovanissimo, prima influenzato dalle idee ormai superate del padre, poi sempre più originale.

Con la sperimentazione iniziano anche i viaggi fuori da Recanati, che però lo lasciano insoddisfatto. Roma lo delude molto e dà sfogo al suo pessimismo consapevole, anche con la prosa. Solo a Pisa trova una momentanea pace, interrotta dal suo malessere fisico che lo allontana dalla città toscana. Ma Leopardi non si ferma: prima un ritorno a Recanati, poi Firenze e Napoli, dove muore nel 1837.

Elio Germano che interpreta Leopardi ne ‘Il Giovane Favoloso’

In tutti questi viaggi, al posto che trovare quel conforto che molti sperimentano, Leopardi rimarca solo una conferma al suo pessimismo. Un pessimismo che non l’ha mai abbandonato, proprio per il suo essere consapevolmente diverso dal resto del mondo. Ma questa diversità non è vissuta come stimolo per autocommiserarsi. Al contrario, Giacomo Leopardi riesce a tramutare il suo dolore esistenziale nella più pregevole delle arti, creando delle riflessioni in poesia che possono adattarsi ad ogni altra persona.

 

L’Infinito…

E qui entra in gioco l’Infinito. Quest’anno ricorre il bicentenario di questa lirica, che pare per questo motivo molto -forse troppo- lontana da noi. Come potrebbero 15 endecasillabi composti nel 1819 riuscire a descrivere un’umanità che vive in una società del ventunesimo secolo, totalmente cambiata?

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

In questa lirica, Leopardi tratta di un tema molto caro agli uomini di tutti i tempi: il tema della ricerca dell’Infinito. Non un infinito spirituale, come potrebbe intendere la teologia. Bensì un infinito materiale, che possa portare l’uomo al piacere e alla felicità. Secondo il poeta, infatti, sarebbe questa l’unica strada per fuggire dall’insoddisfazione e dalla noia che condannano l’umanità.

Purtroppo però, si rivela una strada chiusa ed impraticabile. La natura stessa dell’uomo si rivela completamente opposta e contraria all’accoglimento dell’Infinito, essendo l’uomo creato per poter accettare in sé solo quello che di finito c’è in questo mondo. L’essere limitato dell’uomo è così in contrasto con il suo spirito, creato dalla Natura tendente all’eterno, visibile grazie all’immaginazione. Questo è il motivo per cui Leopardi si ritrova a considerare la Natura una matrigna crudele, perché a causa sua l’uomo è costretto a continuare ad essere cosciente dell’esistenza di un Infinito, ma della sua impossibilità nel raggiungerlo.

L’Infinito

L’individuo si trova dunque costretto a poter mirare solo nella sua interiorità, con gli occhi dell’immaginazione, quegli spazi interminati, dove il cuore, per natura, si sente estraneo. Quegli stessi spazi dove però, spegnendo la coscienza della sua limitatezza, l’uomo si sente finalmente felice, e si gode un’immersione in questo mare di immaginazione.

 

… ai giorni nostri

Interpretati, questi 15 versi non sembrano poi così lontani da noi. Si può forse dire, infatti, che l’umanità abbia smesso di sognare l’infinito e la pace? O che non stia cercando una soluzione al malessere entro cui si vede imprigionata?

Fin da piccoli giochiamo con l’immaginazione, dando delle forme alle nuvole. Oppure immaginiamo luoghi lontani, al di là di quella siepe che è la nostra quotidianità, che forse potrebbero portarci una felicità qui sconosciuta. E racchiusi nel bozzolo delle nostre fantasie ci sentiamo soddisfatti, tanto da non volere mai più riaprire gli occhi.

Nonostante la tecnologia, nonostante il progresso, l’uomo è costantemente alla ricerca del suo Infinito. Niente potrà mai riuscire a dargli quello che più intimamente cerca e si ritroverà sempre a fantasticare sul cosa ci sia in quell’orizzonte lontano, che la sua siepe gli cela allo sguardo.

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Studentessa di Lingue, Comunicazione e Media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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