Ad ispirare pittori ed artisti di ogni epoca sono stati paesaggi naturali, modelle senza veli cristallizzate oltre la tela, e poi ancora mastodontiche opere architettoniche, scene di vita mondana o raffigurazioni religiose. Eppure, c’è un soggetto che più di ogni altro ha permesso ai “grandi dell’arte” di imprimere nero su bianco tutta la propria creatività: l’amore. Un’arma a doppio taglio che, se da un lato ha permesso il raggiungimento dell’apogeo artistico, dall’altro ha consumato la vita privata degli artisti e delle proprie “anime gemelle”.

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Pablo Picasso e Dora Maar, credit: Abbanews

In una realtà come quella artistica – in cui sensazioni, emozioni e vissuti si ritrovano inevitabilmente caricati di un pathos e una libertà espressiva svincolata da ogni dogma – risulta comprensibile quanto l’esagerazione, la bizzarria e la ricerca dell’eccesso vadano ad intaccare anche la vita personale di coloro che impugnano il pennello. Alla base di questi meccanismi, troviamo per esempio la dipendenza affettiva: il seme di una sindrome che si manifesta in quattro fasi, definite come idealizzazione del partner, rimozione selettiva del disagio causato da una relazione spesso malsana o instabile, senso di colpa e, infine, paura dell’abbandono. Tra le centinaia di “amori maledetti” consumati nel mondo dell’arte, tre si dimostrano perfetti esempi di questo tipo di dipendenza, trasformandosi in vicende destabilizzanti tanto quanto in storie d’amore intramontabili.

Pablo Picasso e Dora Maar: l’inganno del labirinto surrealista

La storia d’amore tra il pittore Pablo Picasso e la sua amante, nonché musa indiscussa, Dora Maar sbocciò tra i tavolini di un cafè in centro Parigi: la donna – modella, artista e soprattutto fotografa di successo – era intenta a mettere alla prova la propria abilità colpendo con un coltellino lo spazio tra un dito e l’altro della mano, avvolta in un guanto bianco, rifiutandosi di fermarsi nonostante a volte si ferisse. Fu in quel momento che le venne presentato il noto artista spagnolo, che al termine del loro singolare incontro si fece consegnare da Dora i suoi guanti insanguinati per poi esporli su una mensola nel proprio appartamento.
Da quel primo aneddoto, nacque così una travagliata relazione amorosa durante la quale la travolgente passione che legava i due partner si trasformò in una continua ispirazione artistica, politica e sociale: fu, ad esempio, grazie ad un suggerimento della stessa Maar che Picasso decise infatti di dipingere quello che ancora oggi resta forse il suo capolavoro indiscusso, Guernica.

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Pablo Picasso e Dora Maar, credit: Metropolitan Magazine

Ma nonostante il profondo legame che li univa, la personalità indipendente e affascinate di Dora non bastò a placare l’indole libertina e infedele del pittore spagnolo, che dopo nove anni (seguendo lo stesso copione che era stato precedentemente riservato all’ex moglie Marie-Thérèse Walter e all’amante Jacqueline Roque) mise fine alla relazione per buttarsi immediatamente in quella successiva con la giovanissima Françoise Gilot.
“Come artista sarai meraviglioso, ma moralmente non vali niente: non hai mai amato nella vita, non ne sei capace” sarebbero state le parole riservate da Dora Maar a colui che lei stessa definiva l’amore della sua vita.  Ma nemmeno quella consapevolezza le bastò per superare il trauma della rottura: quelle che erano partite come “semplici” crisi di nervi, si tramutarono ben presto in seri crolli psicologici per curare i quali si ricorse addirittura alla disumana pratica dell’elettrochoc. Caduta ormai in depressione, Dora rinunciò alla fotografia ed al proprio talento, condannando sé stessa ad un’auto-reclusione che l’avrebbe accompagnata fino al giorno della sua morte. La “maledizione” di Pablo Picasso, prima di lei, aveva già mietuto altre vittime: la prima moglie del pittore, Marie-Thérèse Walter, si impiccò mentre Jacqueline Roque morì suicida con un colpo sparato alla tempia. L’unica a scampare alla sorte degli amori del pittore surrealista fu proprio la Gilot, che spezzò la “fattura” lasciando Picasso prima di essere anch’ella consumata dal “grande artista”.

Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne: l’amore dipinto negli occhi

Si staglia ancora una volta sullo sfondo parigino, la seconda storia d’amore “maledetta” divenuta famosa nella lunga storia dell’arte. Ad esserne protagonisti furono il pittore livornese Amedeo Modigliani, noto per la propria eccentricità così come per la brillante sciarpa di seta che usava indossare al posto della cravatta, e la giovane Jeanne Hébuterne, divenuta sua musa grazie agli occhi azzurrissimi incastonati nel viso latteo. Rifiutata dalla famiglia benestante della ragazza, la storia d’amore con lo scapestrato Modì (di ben quattordici anni più vecchio) venne immediatamente ostacolata dai genitori di lei, scatenando però in Jeanne un coraggio che difficilmente qualcuno avrebbe accostato alla sua naturale timidezza: la giovane, infatti, in nome dell’amore voltò le spalle alla famiglia d’origine, scappando di casa per iniziare una nuova vita a fianco del pittore toscano.

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Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani, credit: Vita di Di

Ma l’incapacità nel vendere le opere, i continui tradimenti dell’artista, gli affitti arretrare e l’insistente fantasma dell’alcol si dimostrarono fin da subito nemici inscalfibili della relazione, resa ancor più complicata dalla bassa considerazione che gli amici di Modigliani nutrivano nei confronti di Jeanne, definita “scialba e senza appeal”. Nonostante le mille difficoltà, la devozione di Jeanne per il suo compagno e quella di quest’ultimo per la propria arte (che nessuno meglio della Hébuterne riusciva ad incarnare) si rivelarono un resistente collante nella turbolenta storia d’amore, fin quando – proprio quando Modigliani aveva espresso la propria volontà di sposare Jeanne – a dividerli intervenne la tubercolosi che colpì il pittore, uccidendolo nel 1920 presso l’Hôpital de la Charité, tra le braccia della sua musa. Né il ritorno presso la casa famigliare né la gravidanza ormai al nono mese bastarono a consolare la vedova, la quale il giorno successivo al funerale del pittore si gettò da una finestra dal quinto piano di un edificio.

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Ritratto di Jeanne Hebuterne, credit: ArtsLife

Frida Kahlo e Diego Rivera: la colomba e l’elefante

Il podio per l’amore più torrido, altalenante, duraturo e viscerale vissuto nel mondo dell’arte va però di diritto a loro: Frida Kahlo e Diego Rivera, i quali la mamma della pittrice aveva ironicamente soprannominato “la colomba e l’elefante” in onore di quella profonda antitesi che li caratterizzò per tutta la vita ma che, paradossalmente, ne consacrò anche l’eterno amore.

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Frida Kahlo e Diego Rivera, credit: Centro d’Arte Mediterranea

I due amanti si incontrarono per la prima volta nel 1922, quando la giovane aspirante pittrice si imbatté nel già famoso Rivera intento a dipingere un murale sotto i ponteggi della Scuola Nazionale preparatoria. Da lì, l’incipit di una tumultuosa relazione fatta di alti e (soprattutto) bassi: prima il matrimonio avvenuto sette anni dopo il loro incontro, poi la recidiva infedeltà di Diego che li spinse a lasciarsi, poi ancora le seconde nozze nuovamente infrante dal tradimento di Diego (questa volta, con la sorella della stessa Frida, Cristina) ma riconsolidate, un anno dopo, con il terzo ed ultimo matrimonio sullo sfondo della caotica San Francisco.
La visione aperta e libertina del loro amore non maturò però solamente per mano di Diego Rivera: anche la pittrice messicana, ad onore del vero, ebbe rapporti extraconiugali con donne e uomini (tra questi, il rivoluzionario russo Lev Trotskij, il poeta Andrè Breton e la militante comunista Tina Modotti) quasi come se quelle infedeltà servissero ad azzerare la componente carnale che la univa a Rivera, lasciando sgorgare una più platonica, radicata ed artistica che li avrebbe uniti fino alla fine delle loro vite. Nemmeno l’incapacità di Frida di portare a termine le proprie gravidanze – conseguenza di un terribile incidente accadutole a diciassette anni – e l’impossibilità di creare quella famiglia che la pittrice tanto desiderava riuscirono a recidere il legame che li univa: quando ormai a Frida rimanevano pochi anni di vita, a causa di una polmonite bronchiale che le si sarebbe poi rivelata fatale, Diego tornò infatti da lei rimanendole accanto fino all’ultimo respiro.

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Frida Kahlo e Diego Rivera, credit: CultMag

“Ho capito che la cosa più bella della mia vita è stata il mio amore per Frida” sarebbero state le uniche parole pronunciate da Rivera dopo la morte della moglie, la quale parlando di lui in vita – con un amore tale quasi da tramutarsi in simbiosi – era solita ammettere: “ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”.

Francesca Amato

 

 

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