Il 27 giugno il Sud Sudan è ufficialmente in pace. Questo dopo uno scontro fratricida che in cinque anni è costato la vita a migliaia di persone, e ha creato circa 4 milioni di sfollati. Tutto tace lungo il fronte africano, ma l’odore delle case bruciate e dei cadaveri è ancora nell’aria. E potrebbe tornare a farsi sentire.

Una pace così esile che si taglia con un grissino. O almeno questa è l’idea dell’opinione pubblica circa l’accordo di Karthoum; con questo storico incontro, il presidente in carica Salva Kiir e il capo della fazione ribelle hanno firmato l’editto di cessate il fuoco. A mediare l’evento è stato il presidente ugandese Youeri Museveni. Ciò può essere segno del fatto che un’effettivo senso di solidarietà e unione tra i vari governi africani sta andando via via a farsi più solido. Oppure è un sintomo di come una potenza confinante possa liberamente mettere bocca su una questione interna al Sud Sudan. Ma di questo parleremo più avanti.

Fonte: https://www.middleeastmonitor.com

Malgrado la positività dell’evento, comunque, molti sono i punti ancora da mettere in chiaro. Così come molte sono le lacune e i dubbi che accompagnano il Sudan, una nazione che già in passato aveva tentato- senza alcun successo- la via diplomatica.

Dubbi più che leciti

In primis, la goccia che, già a distanza di pochi giorni, stava per far traboccare il vaso dell’odio fratricida è stato il mancato rispetto del “cessate il fuoco”. Seppur sporadici, infatti, non sono mancati gli scontri armati tra le fazioni nemiche, sintomo, questo, del fatto che un’effettiva presa di coscienza è tuttora difficile da raggiungere. Oltre a ciò, un’altra questione riguarda i pozzi petroliferi. Non pochi commentatori hanno infatti mostrato perplessità circa un accordo di pace che, tra le diverse clausole, parla anche della riattivazione dei giacimenti. E non è certo da biasimare colui che trova strana la parola “petrolio” affiancata alle parole “accordi di pace”.

Fonte: https://www.msf.ie/south-sudan

A rendere ancora più sottile la possibilità di una pace definitiva vi è poi la formazione di ben tre capitali amministrative del Sud Sudan: scelta, questa, che può essere tradotta con la divisione del paese in tre parti. Certo va da sé che il concetto di “unione pacifica” lasci il tempo che trova di fronte alla formazione di tre frontiere presidiate in una stessa nazione. E proprio ciò porta alcuni commentatori interni a parlare di “pace forzata”.

Perchè il Sud Sudan deve interessarci

Una nazione in frantumi, confinante con Etiopia, Uganda, Congo (tra le nazioni africane con il più alto valore monetario e con il più alto afflusso di investitori esteri di tutto il continente), distaccata dal Sudan vero e proprio. Un territorio, ricordiamo, ricco di greggio e a pochi passi da Libia ed Egitto. Certo è che facilmente l’afflusso migratorio di sfollati e vittime di guerra, unito agli interessi della Cina per la riapertura dei pozzi petroliferi, imprigiona al momento la nazione neo-riappacificata in un limbo confinante con due scelte: da un lato, il ritorno della guerra, lo scontro con gli interessi esteri, e così la povertà, la rabbia dei paesi confinanti, la fuga dei civili dal paese. Tutta una lista di problemi che comporterà una situazione del genere, insomma. Dall’altro lato, un armistizio solido e preso seriamente dai cittadini. Quest’ultima scelta (malgrado la procura di soddisfazioni economiche per Cina, Europa, Uganda) porterebbe a un aumento del valore della moneta e quindi all’esportazione. Più lavoro, più commercio, più denaro. E meno morti.

Fonte: https://blogs.prio.org

Quella del Sud Sudan è una situazione complessa, presa attualmente poco in considerazione. Eppure è fuor di dubbio che ogni piccolo passo verso la stabilizzazione politica ed economica nel continente africano, è anche un piccolo passo di distanza da guerra, fame e povertà. Starà unicamente al proprio governo e ai propri concittadini, decidere la giusta misura tra un conflitto fine a sé stesso e una pace condita con la sottomissione da parte di nazioni più forti (e più unite) del fragile seppur ricco Sud Sudan.


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