Nel XVI secolo il critico d’arte Giorgio Vasari affermò che le artiste donne sono in grado di fare solo i ritratti vista la loro “lunga consuetudine con lo specchio”. A smentire la sua dichiarazione fu Artemisia Gentileschi: pittrice (e donna) rivoluzionaria, incarnazione di una libertà totalmente priva di quella vergogna e docilità che avevano sempre contraddistinto il gentil sesso, pioniera di un lungo percorso verso l’emancipazione femminile e soprattutto promotrice di una sessualità pittorica impavida, senza tabù ed intrisa di emozione.

Artemisia Gentileschi
Artemisia Gentileschi, credit: tizianagiusto.it

Artemisia nasce nel 1593 – in quella Roma che si stava lentamente evolvendo in capitale culturale e meta artistica mondiale – e fin da subito si ritrova immersa in un mondo al maschile: dopo la morte della madre quando aveva soli dodici anni, l’unica donna dei quattro rampolli della famiglia Gentileschi cresce insieme ai fratelli e al padre, il pittore Orazio Gentileschi. Costretta tra le mura domestiche con la sola compagnia della vicina di casa Tuzia, Artemisia passa la fanciullezza ad osservare il padre, artista di grande talento e amico di Caravaggio, mentre con pennello e tavolozza alla mano dipinge nel suo studio di casa, in un crocevia di pittori, colleghi e modelli tra i corridoi della loro abitazione romana.
Con occhio attento e paziente, impara così l’arte paterna da autodidatta, acquisendo i rudimenti del disegno e della prospettiva attraverso la mediazione dei quadri naturalistici di Orazio, delle opere da lui collezionate ed appese lungo le pareti di casa, o ancora da quelle che le capita sporadicamente di vedere quando si reca in chiesa con Tuzia.

Analizzando i lavori del padre ed i modelli che posano per i suoi quadri studia così l’anatomia umana maschile, mentre per cogliere ogni dettaglio, ogni ombra e ogni avvallamento delle morbide e sensuali forme femminili osserva la propria immagine riflessa nello specchio. Artemisia è bella, rosea ed ambiziosa: il primo a rendersene conto è il padre, Orazio, che spesso sceglie proprio la figlia come modella per le protagoniste femminili delle proprie opere, ma dopo di lui ci sarà anche il pittore Agostino Tassi.
Grazie al ritorno a Roma dell’amico Tassi, la carriera di Orazio Gentileschi – fino a quel momento in caduta libera – inizia finalmente a risalire: i due si cimentano così in molteplici fruttuose collaborazioni, unendo i propri stili pittorici tanto differenti quanto complementari. Saranno proprio lo sguardo altero e la posa elegante di Artemisia – rappresentate in un affresco per il nipote del Papa, Scipione Borghese, commissionato alla coppia Tassi-Gentileschi nel 1611 – ad accendere il desiderio dell’amico pittore, che da quel momento farà di tutto per avere la giovane figlia di Orazio.
Nonostante le continue opposizioni di Artemisia, qualche mese più tardi Agostino Tassi riuscì nel suo maligno intento. Approfittando del fatto che alcuni operai addetti ai lavori presso casa Gentileschi avevano lasciato per sbaglio la porta aperta, il pittore perugino entrò nella stanza della ragazza, trovandola intenta a dipingere in compagnia di Tuzia. Convinse la dama di compagnia ad andarsene, spinse Artemisia sul letto e chiuse la porta a chiave.

Susanna e i vecchioni: la violenza domestica e quella sociale

Lo stupro subìto da Artemisia fra le quattro mura della sua camera da letto rappresenta solo un tratto più marcato all’interno del dipinto sociale di quell’epoca: il ruolo di insignificanza e subalternità rivestito dalle donne prendeva corpo nell’impossibilità di accedere alle professioni lavorative o al loro patrimonio, nella mancanza di diritti giuridici e nella completa sottomissione all’autorità maritale o parentale.
In una società in cui la violenza sessuale non era considerata reato ma piuttosto un semplice oltraggio alla morale, il profondo disagio e senso di vergogna provato da Artemisia si riflette così nell’unico modo che ella conosce per far sentire la sua voce: la pittura.

Artemisia Gentileschi
Susanna e i Vecchioni, olio su tela, 1,7 m x 1,21 m

Nell’opera “Susanna e i vecchioni” la casta protagonista – sottoposta a ricatto sessuale da due anziani assidui frequentatori della casa del marito – viene rappresentata da sola di fronte ai soprusi non di un paio di semplici uomini, ma di tutto il genere maschile dell’epoca, che con prepotenza, invadenza e brutalità sottrae alla donna il proprio corpo intimandole di mantenere il silenzio.
Ecco quindi che all’interno di un immaginario collettivo che vedeva nella pratica artistica il tentativo di rimuovere tutto ciò che contamina, offusca o macchia la quotidianità umana ora la situazione si ribalta, e al suo posto si fa strada la cruda realtà delle emozioni: traumi passati impressi nel pennello, paure sublimate e poi trasposte sulla tela ed infine una profonda denuncia sociale, silenziosa nella forma ma estremamente disturbante e rumorosa nel suo evidente significato. Artemisia non accetta le regole del gioco, e – così come fa quando firma le sue opere senza timore di ciò che diranno i suoi colleghi maschi – decide di portare in alto il proprio nome anche nella vita personale, di fronte ad un tribunale di uomini.

Durante il processo contro di lui, Agostino Tassi non solo nega tutto l’accaduto ma corrompe anche alcuni testimoni affinché contraddicano la versione di Artemisia. A difesa della ragazza, poco più che diciottenne, c’è solo il padre Orazio, mentre contro di lei un’infinità di luoghi comuni e stereotipi: una ragazza che viveva con soli uomini, abituata ad accogliere in casa artisti di ogni età e che aveva avuto il coraggio di posare per i quadri del suo stesso padre non sarebbe mai stata vista di buon occhio dal tribunale. Soprattutto se quest’ultimo era composto esclusivamente da un 50% della popolazione.
A salvare il suo nome nonché a sancire la condanna di Tassi sarà un testimone a sorpresa: si tratta di Giovan Battista Stiattesi, un amico di Agostino e Orazio, che deponendo a favore di Artemisia le consentirà di vincere la causa, obbligando Tassi ad un esilio che però non sconterà mai.
Poco tempo dopo Artemisia sposerà Pierantonio Stiattesi, fratello di quell’unica persona che aveva testimoniato in suo favore, e con lui si trasferirà a Firenze iniziando la sua nuova vita come pittrice professionista.
Il 19 luglio del 1616, appena ventenne, sarà la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze, inizierà a partecipare agli eventi mondani e frequenterà intellettuali del calibro di Galileo Galilei. Nonostante la sua indiscussa notorietà, il suo essere “pittora” non le darà però mai l’occasione di ricevere importanti commissioni pubbliche, nonostante nel privato alcune delle sue opere riceveranno compensi in denaro ben maggiori rispetto a quelli dei colleghi uomini.

Giuditta che decapita Oloferne: la rinascita della pittrice e la rivincita della donna

Per quella che forse è la sua opera più nota, Artemisia Gentileschi sceglie uno degli episodi dell’Antico Testamento più frequentemente rappresentati nella storia dell’arte.

Artemisia Gentileschi
Giuditta che decapita Oloferne, olio su tela 199 cm x 162,5 cm

Il quadro – che raffigura l’eroina biblica Giuditta assieme ad una sua ancella, mentre circuisce e successivamente decapita il generale avversario Oloferne – racchiude in sé il riscatto sociale del mondo femminile sull’uomo, in una sorta di corrispettivo inverso dell’opera precedente raffigurante Susanna. Se prima infatti a dominare la scena era il maschilismo insistente dei due anziani, ora sono le due donne dell’opera a detenere il potere, trasmettendo attraverso gli occhi scintillanti di rabbia e le mani tese tutta quella forza di rivalsa covata nel corso degli anni e finalmente straripata.

Abbandonata dal marito e con la sola compagnia della figlioletta – alla quale insegnerà a dipingere – Artemisia fonda così la sua bottega, la quale diventerà il punto di riferimento del caravaggismo napoletano, attirando moltissimi artisti che la considereranno come la loro maestra. Divenuta una delle figure più discusse ed apprezzate del suo tempo, Artemisia Gentileschi è ancora oggi ricordata come un’artista camaleontica, amante del lusso ma anche della semplicità della sua piccola stanza variopinta di pennellate di vernice, una donna solitaria che ha avuto il coraggio di alzare la voce quando non era consentito, e soprattutto una pittrice che all’interno delle sue opere ha racchiuso tutta quella vulnerabilità e consapevolezza che pochi contemporanei di sesso opposto sono stati capaci di mettere su tela.

Francesca Amato