Personaggio multiforme, complesso e ricco di sfumature, Arya Stark è una delle creazioni più felici della letteratura contemporanea. Nella sua personalità ossimorica, dove convivono senza combattersi violenza e tenerezza, il genio di George Martin crea un microcosmo corale e polifonico in cui prendono vita le mille istanze che la forgiano, magistralmente orchestrate da una coerenza di fondo che le combina legandole tra loro in un unicum inscindibile. Le contraddizioni si annullano e crollano sotto l’egida di un’identità solida, faticosamente conquistata e costruita a caro prezzo attraverso la graduale, ma costante, assimilazione degli insegnamenti dei suoi numerosi maestri. Con saggezza e sottile astuzia Arya non impara soltanto dai suoi amici e compagni fidati, ma anche e soprattutto dai suoi più temibili nemici: è così che nel caotico impasto del suo carattere esistono, accanto al forte senso della giustizia ereditato dal padre Ned Stark e all’equilibrio appreso dal maestro Syrio Forel, la concretezza senza scrupoli di Tywin Lannister e gli spietati insegnamenti di Jaqen H’ghar. Imbrigliata da bambina da chi voleva renderla una “lady” degna del suo rango violando la sua vera natura, Arya Stark vive in tutta la sua potenza il dramma di un’identità scissa e oppressa ma destinata a realizzare se stessa, temprata dalla crudezza di una realtà feroce.

La crisi dell’identità: Pirandello e la scissione dell’io

L’opera di Luigi Pirandello, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1934, coglie ed esprime in modo perfettamente compiuto quell’angoscia tipicamente novecentesca che concepisce l’individuo come entità indefinita nell’orizzonte di una società che lo opprime, imponendogli le proprie categorie. Sullo sfondo di un’esistenza che mette in scena l’irrimediabile scissione tra forma e sostanza, il soggetto riesce (e non sempre) solo penosamente a trovare il proprio posto nel mondo, che conquista duramente pagando un caro prezzo: la rinuncia alla propria identità. Pirandello rappresenta efficacemente la commedia dell’esistenza che priva l’individuo del proprio “volto”, e quindi del proprio essere, costringendolo ad indossare maschere di volta in volta differenti, a seconda della parte che la società gli impone di recitare o che egli stesso si obbliga ad interpretare in base ai propri dettami ideologici. Nell’inflessibile e cristallizzata società novecentesca, feconda di antinomie nella sua immobile rigidità, l’identità dell’individuo si sgretola polverizzandosi in infinite forme, tutte ugualmente accolte nel fertile terreno dell’ormai frantumata personalità del soggetto che arriva, dunque, a concretizzare in se stesso la presenza di “uno, nessuno e centomila”. Uno per se stesso; centomila dal punto di vista di chi lo osserva esternamente; nessuno perché viene meno la sua presunta uniformità. Realizzare questa illimitata dilazione di sé conduce l’uomo a quella che la società chiama “follia”, ma che corrisponde alla comprensione del proprio non-essere un’entità definita. George Martin compie il superamento dell’ideologia pirandelliana e della crisi dell’io nel personaggio di Arya Stark che, lontana dall’essere eroina novecentesca, è piuttosto istanza più che mai contemporanea e, vivendo la dicotomia nessuno-centomila nella dimora del dio dai mille volti, la oltrepassa attraverso la creazione di un’identità forte e dirompente.

Arya Stark e il potere dell’identità: come Martin supera Pirandello

Arya Stark, impegnata nell’ardua conquista del proprio posto nel mondo, passa attraverso gli innumerevoli insegnamenti dei personaggi che incontra (e con cui, talvolta, si scontra) nel proprio cammino e da cui assorbe, osservandoli, i tratti migliori. La sua evoluzione, che la porta a cambiare continuamente se stessa nel crudele gioco della sopravvivenza adeguandosi anche alle circostanze più terribili, è però ben lungi da quella dissoluzione dell’io che caratterizza tutto il ‘900. Tutt’altro che scissa, la sua personalità passa attraverso le varie forme che la modellano, ridisegnandone i confini senza mai modificarli: la sua crescita personale è orientata necessariamente da un elemento più forte di qualsiasi istanza disgregatrice, ossia la forte consapevolezza di sé. Fin da bambina Arya Stark conosce perfettamente la propria identità, che non viene minimamente intaccata o sbriciolata dalla crisi sociale che sconvolge i Sette Regni ma che, anzi, viene prepotentemente rivendicata con una forza tale che rende Arya la più rappresentativa eroina della nostra società, insaziabilmente affamata di forti personalità. L’abilità geniale del suo creatore Goerge Martin risiede, tuttavia, nella registrazione e nel contemporaneo superamento dell’ideologia novecentesca, in quell’intuizione formidabile attraverso cui la rileva, annientandola: Jaqen H’ghar e il dio dai mille volti.

In questo oscuro e ambiguo personaggio vivono in tutta la loro sincera trasparenza i membri complementari della dicotomia tutti-nessuno. Solo dimenticandosi di se stessa e della propria origine Arya potrà trasformarsi in “no-one”, nessuno, e indossare, così, i mille volti. Essere nessuno permette di diventare chiunque; impersonare chiunque significa essere nessuno. Sarà proprio la presa di coscienza di questa equazione che condurrà la giovane a realizzare compiutamente la propria identità: abile assassina e giusta vendicatrice, dolce ragazza affezionata ai propri cari e inflessibile giudice dell’umana efferatezza, Arya Stark conosce perfettamente se stessa.

“A girl is Arya Stark of Winterfell,

and I’m going home”

Maria Chiara Litterio

 

2 Commenti

  1. Leggere questo articolo è una gioia per la mente! Davvero complimenti alla scrittrice per i contenuti profondi e l’abilità nell’uso del linguaggio!!!

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