Distruggere per rabbia o per gioco

Nelle ultime 72 ore, a Londra le baby gang si stanno scatenando. La città ha fatto da cornice alla morte di tre ragazzi giovanissimi, uccisi accoltellati. La polizia inglese ha già arrestato due sospettati di 19 e 21 anni. I primi due casi sono avvenuti venerdì scorso: due ragazzi di 17 anni sono stati uccisi nel quartiere di Chelsea. Si pensa ad una vendetta per altri omicidi. Il terzo caso risale alla scorsa mattina a Samos Road: un ragazzo di 22 anni è stato trovato senza vita con ferite d’arma da taglio.
Si tratta di un fenomeno di microcriminalità organizzata. Sono in giovanissimi – spesso dai 16 anni in su – a muoversi in gruppo senza paura di uccidere. Dall’inizio del 2018, nella città di Londra, sono stati contati più di 50 decessi collegati alle baby gang. E ad ora esistono circa 170 gang minorili. Le guerre tra gang sono molto frequenti e spesso si basano su motivi raziali: tutto ciò permette la creazione di contesti sociali che portano a emarginazione, isolamento e ostracismo.

Caso di baby gang a Napoli, cronachedellacampania.it

Una questione genetica

Quando vengono diffuse notizie del genere, si affidata la prima ‘colpa’ al nucleo familiare. Di certo perché la famiglia ha un ruolo fondamentale nello sviluppo del ragazzo, soprattutto a livello psicologico e in una fase critica come l’adolescenza. Il supporto dei genitori o dei caregiver permette la crescita della personalità – in negativo o in positivo – del ragazzo e il processo di socializzazione con gli altri. Ma non può essere così semplicistica la risoluzione di fenomeni così delicati.
La manifestazione di comportamenti devianti durante l’adolescenza ha aperto numerosi dibattiti psicologici e sociali. Tre le teorie che spiegano – da diversi punti di vista – l’insorgenza di comportamenti aggressivi. La prima è la prospettiva etologica. Si basa sul modello della caldaia a vapore: l’energia aggressiva è prodotta continuamente nell’organismo, fino a quando non viene rilasciata a causa di uno stimolo. Questa spiegazione però implica che, dopo aver rilasciato tale energia, l’organismo debba ‘ricaricarsi’. Come si spiegano gli atti di violenza ripetuti? Attraverso la prospettiva genetica – l’aggressività deriva dal patrimonio genetico – e la prospettiva ormonale – in particolare il testosterone.

Per loro la violenza è un rito, adnkronos.com

Quando non si sa chi colpire

La teoria più accreditata però, che ingloba quelle precedenti, è l’ipotesi della frustrazione-aggressività. Una ricerca che dimostra quanto l’aggressività sia sempre la conseguenza della frustrazione.
Un comportamento aggressivo presuppone sempre uno stato di frustrazione e, inversamente, l’esistenza di una frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività” – come hanno sostenuto gli autori Dollard et al.
Se l’aggressività non può essere esercitata sull’agente frustrante, allora può mutare ed essere spostata verso altre persone o oggetti. Quindi l’individuo è costretto a inibire le reazioni aggressive e a trasformarle in frustrazioni, le quali vengono sì controllate ma rischiano di esplodere in maniera improvvisa. La frustrazione causa così diversi tipi di risposte, come l’aggressività. Essa però può dipendere anche da variabili individuali: a persone colleriche bastano poche provocazioni per attivare pensieri negativi. Molte persone, insomma, sono più inclini a rispondere in maniera aggressivo rispetto ad altre. Ad influenzare sono anche fattori ambientali, come un nucleo familiare non adatto. Paradossalmente, anche il caldo ha i suoi effetti psicologici sull’uomo. Sembrerà strano, ma le aggressioni aumentano con l’aumentare delle temperature.

È la società a spingerli alla violenza?, corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Come farsi largo nella vita

Un’estensione del modello precedente è una teoria più generica. La spiegazione parte da un evento scatenante, spiacevole che causa un’emozione negativa. A sua volta produce una reazione detta primaria: si tratta di pensieri e risposte fisiologiche legate o all’aggressività o al desiderio di fuga. Nel primo caso, si manifestata un senso di irritazione, fastidio e rabbia. Nel secondo caso, si tratta di pura paura.
Il comportamento aggressivo però viene anche appreso tramite esperienza di socializzazione – quando si è premiati per una determinata azione negativa – o tramite un processo di imitazione.
Altri studi sperimentali – come quello di Anderson et al. – hanno verificato invece che anche l’esposizione a contenuti violenti incrementa l’accessibilità a pensieri negativi. Questo determina una presenza maggiore di emozioni ostili e pensieri negativi (a breve termine) e una sorta di assuefazione alla violenza, ovvero la diminuzione dell’empatia nei confronti della sofferenza altrui (a lungo termine).

Martina Di Perna

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