Il “Fai-da-te” è un hobby che accomuna molte persone. Il prendersi carico di lavori manuali semplici e riutilizzare scarti di differenti tipologie di materiali è da sempre dettato dalla necessità di risparmiare e di sfruttare un oggetto fino al suo completo consumo. Ma aldilà della mera volontà di risparmio, la pratica è diventata per molti uno stile di vita, compenetrando per esempio anche il mondo dell’arte, il pensiero sociologico e filosofico nonché, appunto, le pratiche di consumo. Ma in una società in cui domina il modello del conforme al progresso, dell’incastro perfetto, c’è ancora del posto riservato all’assemblaggio di pezzi difformi, alla creazione di un prodotto imperfetto ma nostro, al goffo “gioco della vite” che, troppo piccola, causa il ballo di un mobiletto costruito con le proprie mani?

Ricordo che fino a qualche anno fa in TV andava in onda un programma che, in breve tempo, raggiunse grandissimo successo segnando l’infanzia di moltissimi bambini: Art Attack, “il grande programma che insegna a fare opere d’arte senza il bisogno di essere grandi artisti”. Il programma offriva a tutti i bambini idee originali da mettere in pratica con i materiali che li circondavano. Perché tutto, spiegava il presentatore-guru Giovanni Muciaccia, può essere trasformato in un’opera d’arte. Il programma è stato trasmesso fino al 2014. Quello che per molti di noi erano la sigla e il volto dell’infanzia, è solo il ricordo di un programma che oggi, probabilmente, annoierebbe. I nostri ritmi televisivi sono altri, a nessuno interessa guardare un’abbondante mezz’ora di bricolage e di stravaganti composizioni di carta igienica e colla vinilica. Il divertimento stesso è oggi altro. Geomag, Lego, le più svariate piste delle macchinine sono oggi giocattoli (termine dall’aria ormai antica) che appartengono alle collezioni di appassionati, a qualche padre nostalgico, e che difficilmente ancora troviamo sotto l’albero il 25 Dicembre. Oggi il gioco si stacca sempre più dalla dimensione ri-creativa, per farsi in-creativo: si ha uno spazio di gioco fasullo, che ci permette di creare mondi ludici in un “ambiente” preconfezionato da istruzioni, tematiche, fantasie che appartengono a sviluppatori di videogiochi, e non a noi; a costruttori di robot e soldatini, i quali si muovono da soli e hanno voci proprie, alle quali noi non possiamo aggiungere nulla.Immagine correlataE allora è proprio l’immagine del “gioco della vite” a sintetizzare, come scrive Ermanno Bencivenga nella sua opera “Giocare per forza”, la moderna società consumistica: noi siamo le viti, ed è proprio quello spazio vuoto, inutile, sbagliato, che ci fa “ballare”, a rappresentare la possibilità di invenzione, di avventura, di rischio. È lo spazio del possibile: tra le parti della nostra vita e del nostro ambiente. Claude Lévi-Strauss, filosofo e antropologo, sviluppò oltre cinquant’anni fa il proprio concetto di mito equiparandolo al bricolage. Il pensiero mitico, così come questa pratica manuale, si basa su strutture che nascono da residui di altre strutture. Il “bricoleur”, ossia colui che prende in prestito dal contesto che lo circonda gli strumenti offertigli per riadattarli ai propri bisogni, si distingue per questo motivo dall’ingegnere, il quale nell’agire passa invece dagli obiettivi al significato. Ma è proprio tra il regolamentato quotidiano, le istruzioni del ben-vivere e ben-pensare, l’omologazione su grande scala del gusto,  in quello spazio in-utile (parola a cui assegno significato positivo in quanto indica il non-utile, ovvero, non funzionale, non proiettato a quell’esiziale “futurismo” che il filosofo Eugene Fink addita quale spirito antagonista a quello ludico) che dobbiamo cercare noi stessi: la nostra differenza, la nostra originalità, il percorso esistenziale che ci ha resi quel che siamo, diversi da ogni altro.Risultati immagini per vite ikeaSicuramente scegliere di fare qualcosa di proprio, di nuovo, di “non richiesto”, di “non conforme”, causa sempre qualche turbamento. Ma è in quell’attimo vorticoso che ritroviamo il gorgo entro cui lasciarci cadere, accarezzati da una gioia segreta e intensa, prepotente e sottile. È dunque profondamente illuminante, una manifestazione dell’hegeliano spirito speculativo del linguaggio, che questo spazio libero della vite sia detto “gioco”. Perché è appunto negli interstizi che si gioca. Siamo circondati da oggetti che si incastrano alla perfezione. La vera filosofia del fai-da-te è soppiantata dal regolamentato e armonico “modello IKEA”: fai-da-te sì, ma seguendo delle istruzioni, che se qualcosa tra quei pezzi di legno e ferro balla, si muove o osa divertirsi, si disfa tutto e si ricomincia da capo. Infondo le regole le detta sempre qualcun altro. Oggetti tutti ugualmente perfetti, dei quali non potrai fare a meno, perché farne a meno vorrebbe dire violare un’armonia prestabilita, immettere disordine e incompletezza nel cosmo, ribellarsi alla legge. Il mercato è una legge assai razionale: sa come chiudere gli spazi vuoti, come trasformare il possibile in necessario. Come eliminare il gioco, in tutti i sensi. Non c’è bisogno di decidere che cosa vuoi, o anche solo se vuoi qualcosa; qualcun altro ha deciso per te, non hai scelta.

Riusciremo ancora a pensare agli spazi aperti, vuoti, in-utili, come tele su cui poter liberamente dipingere?  Come insperati regali, e non come errori da correggere? A ritrovare il brivido di un’idea, l’eccitazione del progetto (direbbe Heidegger), la vertigine di una scommessa? O nel nostro mondo viziato si annunciano altre necessità, ben più totalitarie, di cose che si inseriscono con disinvoltura, con sicurezza, che non lasciano buchi? In questo nostro mondo mirabilmente organizzato, dove potrebbe non esserci più posto per altro, per qualcosa di diverso. Dove potrebbe non esserci più spazio perché qualcuno possa crescere, perché qualcuno possa creare, perché qualcuno possa crear-si. In questo nostro mondo dove ci si è dimenticato che chi cammina dietro le tracce di un altro non lascia impronte.

Tommaso Ropelato

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