Tutt’oggi in India il potere castale, anche se abolito per legge, è ancora fortemente cucito nel tessuto sociale del subcontinente. Nonostante alcuni tipi di lavoro (come il commercio e l’imprenditoria) non siano più prerogativa delle caste più abbienti, quelle inferiori sono ancora obbligate a occuparsi di lavori manuali senza possibilità di scalata sociale. Ciò non è solo un fattore socioeconomico o l’assenza di possibilità lavorative. I dalit, cioè gli ‘intoccabili’, sono costretti a esercitare incarichi che nessuno vorrebbe altresì rivestire, essendo non solo collocati ai margini della società, ma persino al di fuori di essa. Difatti, i dalit non sono parte delle quattro principali varṇa (cioè le caste dei Brahmani, dei Kṣatriya, dei Vaiśya e degli Śūdra), ma vengono collocati al di fuori del sistema sociale indiano e considerati avarṇa (‘senza casta’), nonostante formino una loro quinta varṇa a tutti gli effetti.

Ma ironicamente è proprio questa esclusione ad aver garantito ai dalit un certo grado di libertà. Soprattutto in quelle regioni dove il contesto tribale e l’appartenenza alla comunità e alla terra sono estremamente sentiti. In stati come l’Andhra Pradesh, il Bihar, il Chhattisgrah, il Jharkhand e l’Odisha, troviamo villaggi e popolazioni che vivono in modo quasi autonomo e combattono contro il potere statale per ritrovare il dominio della loro terra e della loro dignità. In un contesto rivoluzionario così attaccato alla terra e incentrato sulla lotta di classe di certo non si poteva non rispondere al boato comunista che irrompeva in Asia nella seconda metà del secolo. L’ondata di forza proletaria, infatti, non si è fermata a Pechino o ad Hanoi, ma si è estesa fino alle campagne dell’India centrale e orientale, dove cellule di resistenza sono andate a formare quello che oggi è il Partito Comunista Indiano (Maoista) (PCI).

Maoismo
Il Maoismo è la riadattazione della dottrina comunista del leader cinese Mao Zedong. Aspetti chiave della sua filosofia erano la guerriglia di movimento, più che la guerra di posizione classica, o l’esistenza di contraddizioni di classe nella società socialista da dover eradicare per il benessere della nazione, più che la visione idilliaca della società sotto il governo socialista.

Mao, Adivasi e lastre di pietra

I corpi maoisti indiani sono dei veri e propri eserciti irregolari, composti specialmente da contadini e pastori, ma con una forte disciplina ed esperti nelle tattiche di guerriglia. È da decenni che il governo cerca di eradicare il movimento senza riuscirci, dando anche spazio alla ribellione di crescere. Infatti, il PCI come lo conosciamo oggi è stato fondato nel 2004 dalla fusione di due partiti rivoluzionari, il People’s War Groupe il Maoist Communist Centre of India, fondati rispettivamente nel 1980 e nel 1975. Oltre ai loro interessi e professioni, ciò che accomuna i membri del partito paramilitare è l’essere per il 99% tutti Adivasi, un’etnia aborigena del subcontinente. Nonostante il termine adivāsi sia un neologismo sanscrito moderno (degli anni ’30 del ‘900) derivante dall’unione di ādi (‘origine’, ‘inizio’) e vāsin (‘abitante’), già durante l’epoca classica venivano categorizzati come un’etnia diversa, al di fuori delle quattro varṇa, anche se non necessariamente ‘intoccabili’.

Quest’etnia aborigena indiana è conosciuta specialmente per la sua secolare autonomia governativa. Fin dai tempi della dominazione Moghul la loro resistenza era feroce, così come anche durante il periodo coloniale britannico. Nonostante la modernità abbia portato nuove ideologie e nuove tattiche di guerriglia, la volontà di autonomia degli Adivasi non si è spenta. Anzi, con la liberazione dell’India si è anche più accentuata, delusi dall’infrangersi del sogno di eguaglianza del Mahatma. Dopo decenni di rivoluzione, le tribù Adivasi dell’India centrale e orientale hanno cominciato a dichiarare indipendenza dal governo principale, secondo la pratica del pathalgadi. Cioè, il deporre un’enorme lastra di pietra all’entrata del villaggio, con su incisa la dichiarazione di indipendenza della tribù.

Così facendo, l’intera comunità giura di non essere più parte dello Stato centrale indiano, ma di rispondere solo al gram panchayat, cioè il comitato governativo e democratico del villaggio. Ma su queste enormi lastre vi è anche il divieto per qualsiasi straniero di entrare nel villaggio. Ogni tribù è al contempo inserita in un network interstatale, unita sotto l’egida del PCI, ed autonoma da qualsiasi contatto con l’esterno. Non vogliono più mischiarsi con lo straniero, rappresentato dallo Stato oppressivo, le cui leggi li hanno espropriati delle loro terre.

Maoismo
La pratica del pathalgadi. Qui la lastra di pietra delinea il territorio autonomo di un villaggio, che diviene indipendente dallo stato.

Il governo indiano in risposta a ciò ha già da tempo inserito il PCI e tutte le sue sottodivisioni nella lista delle organizzazioni terroriste. Ma è da poco che ha anche cominciato ad assumere dei vigilantes per terrorizzare qualsiasi villaggio o individuo che simpatizzi per la ribellione. Essendo gli Adivasi la maggior componente etnica dei corpi maoisti sono proprio questi a dover subire la i soprusi dei vigilantes. Arrivando persino a bruciare interi villaggi e a umiliare e picchiare pubblicamente coloro che sono sospetti, senza un giusto processo. Tutto ciò, come è facile intuire, ha riscosso l’effetto contrario, incoraggiando sempre più Adivasi a reclutarsi nei corpi maoisti per disperazione e rabbia.

La mancanza di etnografie sugli eventi che hanno portato a questa crisi ha dato modo alla versione ufficiale indiana di essere maggiormente riconosciuta. Ma il lavoro di giornalisti e antropologi, come Alpa Shah, hanno aiutato a fare più chiarezza su quella che è a tutti gli effetti una guerra civile, che colpisce 20 dei 28 stati indiani. Specialmente nel Jharkhand, centro del movimento maoista, sempre più villaggi stanno dichiarando la propria indipendenza, supportati dal People’s Liberation Guerrilla Army. Ad oggi, 75 villaggi tribali dei 128 nella regione hanno dichiarato la propria condizione di territorio non soggetto alle leggi giuridiche statali, stanchi degli effetti socioeconomici del sistema castale, della violenza gerarchica e dello sfruttamento razziale degli Adivasi.

Maoismo
Un reggimento paramilitare maoista si addestra in Andhra Pradesh.

La violenza non è di parte

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Stesso Alpa Shah, nei suoi 18 mesi a stretto contatto con un reggimento maoista, si accorge che il PCI non è diverso dai vigilantes. Il maoismo è già di per sé una filosofia che giustifica la lotta armata e violenta. Il 19 Giugno di quest’anno, cinque donne accusate di star distribuendo volantini antipathalgadi e antimaoisti sono state sequestrate e stuprate da dei soldati maoisti. Le vittime avrebbero poi dichiarato di essere invece affiliate ad una ONG e di star distribuendo volantini di sensibilizzazione al problema della tratta di esseri umani.  Questo è solo uno dei casi della violenza ideologica e del terrore che i corpi simpatizzanti per il movimento pathalgadi perpetuano nelle ‘aree tribali indipendenti’.

Inoltre, nonostante ci sia un chiaro collegamento tra i maoisti e la pratica tribale del pathalgadi, il PCI nutre un certo disprezzo verso le tradizioni delle aree rurali indiane. Il maoismo prevede la modernizzazione della nazione e la distruzione di ogni forma di credenza popolare, sintomo di una società retrograda e ignorante. Shah riporta come uno dei maoisti di grado più elevato le dica che “è inevitabile che la loro cultura verrà annientata con la crescita [del movimento maoista]”. Ma altro fa pensare che sarà invece il contrario. Un governo autonomo tribale degli Adivasi potrebbe invece disfarsi di un’ideologia estremista e datata come il maoismo, sviluppando una democrazia popolare nel pieno rispetto delle proprie tradizioni. Cosa che sta già avvenendo in molti dei villaggi che hanno aderito al movimento pathalgadi.

Nonostante se ne parli poco nella stampa euro-americana, il movimento maoista indiano sta crescendo fino al punto di spaventare il governo centrale, guidato dal PM Narendra Modi e il suo partito di estrema destra nazional-induista, il Bharatiya Janata Party (BJP). Non si sa come ciò andrà a finire. Se prima era improbabile l’ipotesi di una secessione interna indiana, oggi la guerra civile ha portato a una divisione territoriale de facto. Inoltre, l’agenda anti-islamica del BJP ha anche incoraggiato il supporto reciproco fra il PCI e la comunità islamica indiana. Assolutamente non irrilevante essendo l’Islam la seconda religione più diffusa nel subcontinente. Come si evolverà la situazione dipende da due fattori principali: 1) una risposta governativa più efficace, che non si basi solo sull’eradicazione violenta del PCI; e 2) la stabilizzazione dei movimenti maoista e pathalgadi, per la formazione di un solido fronte politico e territoriale.

Marco Rossi