Leggendo di un esperimento sulla percezione del gusto, eseguito da esperti ricercatori britannici, mi sento di dire che forse Cartesio aveva ragione, è giusto dubitare, non di tutto quanto, non radicalmente come egli faceva, e, nonostante io creda che la certezza di ‘essere’ è veramente riducibile, forse, solo al puro pensiero, voglio limitarmi ad applicare i dettami del dubbio metodico solo alla sfera dei sensi, avvalorato dai risultati di questo curioso test.

L’esperimento

‘Luci, suoni e profumi possono modificare la percezione di ciò che mangiamo o beviamo’. Questo sostengono, a quanto pare a ragion veduta, alcuni ricercatori dell’Università di Oxford, in Gran Bretagna, che, per dimostrare la loro tesi, hanno chiesto a 440 persone di assaggiare lo stesso whisky per tre volte ma in ambienti diversi. La prima stanza era piena di piante, erba e delle sdraio dove i partecipanti dovevano sedersi per assaporare il whisky, accompagnati da un fruscio di foglie e cinguettii di uccellini in sottofondo, con un anelito di erba tagliata disperso nell’aria. La seconda aveva come tema il confort: poltrone, imbottite, mobili e infissi tondeggianti, una ciotola di frutti rossi, maturi e profumati che emanavano una fragranza dolce, di sottofondo un tintinnio di campane. La terza stanza, invece, interamente in legno, dagli interni alle pareti, con un caminetto acceso e un’aria decisamente boisé.

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Un ristorante a più di 3.000 metri di quota nel comprensorio sciistico di Obergurgl-Hochgurgl, in Austria.

I risultati

Pur avendo assaggiato lo stesso prodotto, la degustazione ha prodotto nei partecipanti percezioni differenti. Statisticamente, l’ultima stanza ha convinto di più e il gusto legnoso e rustico dell’ambiente ha dato allo whisky il sapore migliore. Il gusto si permea in base al luogo e ai condizionamenti del momento e, nonostante un prodotto si mantenga identico a se stesso per essenza, la nostra percezione può, invece, variare notevolmente. Condizionamenti di questo tipo avvengono abitualmente, se si gustano i cibi in ambienti più o meno confortevoli. 

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Cartesio e l’inganno dei sensi

Non era necessaria una dimostrazione pratica, bastava leggere le Meditazioni di Descartes per accorgerci della fallibilità dei sensi. Essi sono, infatti, il primo bersaglio critico preso in esame dal filosofo francese per avvalorare la sua proposta metodologica. Cartesio vuole definire un fondamento conoscitivo, arrivare stabilire una verità valida e indubitabile, attraverso un procedimento che smaschera proprio ciò che risulta soggetto al dubbio. La lente del dubbio si posa in primis sui sensi, che risultano inadatti come strumento conoscitivo, la loro precarietà è evidente secondo Cartesio, sono fallibili, illusori e fuorvianti, come risulta anche dall’esperimento dei nostri ricercatori britannici. Non che la percezione sensibile conduca sempre in errore, ma basta che lo faccia una volta perché perda la solidità della certezza. L’instabilità dei sensi li porta a fornire un accesso epistemologico erroneo e a dover essere esclusi come fondamenti conoscitivi. A partire da qui, dai sensi, si dispiega lo scetticismo cartesiano, piaga che elimina e nega tutto ciò che non risulta assolutamente indubitabile, che non risparmia se non la certezza, proponendosi come unica via di verità, che opera attraverso un dispositivo metodico preciso, il dubbio, e che porta Descartes alla consapevolezza di poter essere certo solo di sé in quanto pensiero, di diffondere l’idea di una dimensione solida e certa, quella del cogito, che garantisce l’essere in quanto tale, in un balzo immediato che va dal pensare all’essere stesso, che non fruisce da ragionamenti, non necessita di passaggi intermedi, è un’intuizione immediata che ci trasporta immediatamente nella sfera immanente dell’essenza.

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L’illusione ottica è l’esempio più immediato per dimostrare l’inganno dei sensi

Samuele Beconcini

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