Parliamo di Storia.

La Somalia storicamente ha sempre avuto ottimi rapporti con l’Italia. I legami che hanno unito Roma a Mogadiscio risalgono al tempo della dominazione coloniale durante il Ventennio (nella propaganda di regime la Somalia era comunemente soprannominata Stella dell’Impero) e al periodo dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia dal 1949 al 1960, durante il quale, sotto mandato delle Nazioni Unite, l’Italia si prese carico della democratizzazione e dello sviluppo economico-sociale della neonata Repubblica Somala.

 

l’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia viene istituita

 

Terminato il mandato purtroppo, la fragile democrazia del Corno d’Africa non sopravvisse al colpo di stato del 1969 guidato dal generale Mohammed Siad Barre (formatosi al tempo dell’AFIR presso la scuola allievi ufficiali dei Carabinieri di Firenze), il quale trasformò la Somalia in una dittatura militare supportata dall’Italia (in particolare dal governo Craxi) macchiandosi ripetutamente di massacri e stragi e affossando il paese nella povertà più assoluta sfruttando l’economia per il proprio tornaconto. La situazione degenerò drasticamente quando Siad Barre venne deposto nel 1991 in seguito a forti disordini interni, venendo sostituito ad interim dall’oppositore Ali Mahdi dietro nomina del Congresso Somalo in previsione delle imminenti elezioni. Fu proprio questa misura del Congresso a spingere Mohammed Farrah Aidid, ex generale e capo dei servizi segreti durante il governo di Siad Barre (anche lui formatosi presso una scuola di fanteria italiana), ad opporsi alla nomina del rivale e a prendere le armi ponendosi in aperta sfida con Ali Mahdi, dando inizio alla Guerra Civile Somala (che di fatto perdura ancora oggi).

 

I miliziani prendono il controllo di Mogadiscio dopo il crollo del governo

 

Lo scontro tra le bande di Aidid Ali Mahdi, ormai diventati signori della guerrafu disperatamente violento, e a rimetterci fu principalmente la popolazione civile, a causa degli innumerevoli omicidi di massa e dell’imperversante carestia che affliggeva il paese da più di vent’anni. L’ONU , dopo un timido tentativo di pacificazione tramite il dispiegamento dei caschi blu, decise di intervenire in modo drastico per evitare che la Somalia cadesse nella totale anarchia e che la situazione destabilizzasse i paesi confinanti, inaugurando la missione internazionale Restore Hope il 9 dicembre 1992 (conosciuta in Italia come Operazione Ibis). Per ragioni di prestigio internazionale e considerando il rapporto quasi secolare con la Somalia, l’Italia decise di dispiegare i suoi migliori reparti, tra cui gli incursori del Col Moschin e del COMSUBIN, i paracadutisti della Folgore, i carabinieri del Tuscania e i lagunari del San Marco, oltre che a centinaia di militari di leva (il contingente italiano era il più imponente della missione dopo quello statunitense).

 

I carabinieri del Tuscania issano il tricolore sull’edificio dell’ambasciata italiana in Somalia per la prima volta dopo 50 anni.

 

Agli italiani venne assegnato il controllo centrale della città di Mogadiscio col compito di assicurare la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione e della repressione del banditismo. Sulla Via Imperiale, arteria stradale costruita dagli italiani durante il Fascismo che taglia centralmente il centro urbano, vennero istituiti cinque checkpoint per il controllo del territorio: Banca, Ferro, Demonio, Obelisco e Pasta (chiamato così perchè in prossimità di un vecchio pastificio della Barilla). Per i primi cinque mesi il dispositivo che assicurava l’afflusso di aiuti lungo tutta l’area di competenza, chiamato Circuiti Operativi Umanitari, funzionò più che egregiamente, dando prova dell’efficacia della natura umanitaria della missione. Tuttavia le operazioni entrarono inevitabilmente in conflitto con gli interessi dei signori della guerra, che fino a quel momento si autofinanziavano saccheggiando i convogli umanitari.

 

 

Il 5 giugno 1993 ventiquattro caschi blu pakistani furono circondati e uccisi dalle milizie di Aidid, portando la coalizione ONU a rendere primaria la necessità del disarmo delle fazioni. Cominciarono così i rastrellamenti e le perquisizioni nei quartieri della città ritenuti pericolosi o comunque punti nevralgici per le milizie. il 2 luglio 1993 due distaccamenti dell’esercito italiano sotto il comando del generale Loi sottoposero il quartiere di Haliwa, territorio di Aidid nelle immediate vicinanze del checkpoint Pasta, ad un rastrellamento intensivo. Per le prime tre ore la popolazione somala si dimostrò collaborativa e amichevole, per poi diventare improvvisamente ostile non appena venne scoperto un grosso deposito di munizionamenti (e secondo le cellule di intelligence, anche uno dei rifugi in cui Aidid in persona era solito recarsi). Il generale Loi ordinò lo sganciamento per evitare un escalation delle tensioni tra le truppe e la popolazione, ma senza riuscirci: i tumulti si evolsero in un vero e proprio scontro a fuoco con i miliziani nei pressi del pastificio, che costrinse Loi al ritiro dei distaccamenti e alla smobilitazione dei checkpoint. Nello scontro a fuoco, passato alla storia come Battaglia del Pastificio, persero la vita tre militari italiani e ne rimasero feriti altri trentatré.

 

Il combattimento infuria al pastificio

 

La coalizione intimò la riconquista immediata armata manu di checkpoint Pasta, ma il comando italiano, in linea con il governo, si rifiutò in quanto un tale corso d’azione avrebbe causato una perdita altissima di vite umane. Ne conseguì una grave crisi diplomatica, con l’Italia che accusava la coalizione di aver dimenticato la natura umanitaria della missione, e l’ONU che accusava di rimando gli italiani di non seguire gli ordini del comando e di seguire una politica autonoma, arrivando ad ipotizzare un accordo segreto con Aidid. Il generale Loi persistette nella sua volontà di ricorrere alla forza solo in caso di estrema necessità, e il 9 luglio, grazie ad un’accurata operazione di intelligence guidata dal colonnello Passafiume e alla collaborazione dei capivillaggio, i militari italiani ripresero il controllo di Pasta senza sparare un colpo. Tuttavia la coalizione persistette nel condannare l’operato di Loi e del ministro della difesa Fabbri, a tal punto di sospettare che i vertici italiani fossero stati corrotti dai signori della guerra, e di impedire agli italiani di catturare Aidid quando giunse notizia della sua presenza nella zona operativa.

 

I carri M60 italiani riprendono checkpoint Pasta pacificamente

 

In aperta polemica con l’ONU, il comando smobilitò i checkpoint definitivamente, e dopo meno di un anno le truppe italiane si ritirarono dalla Somalia. L’Operazione Ibis era fallita, perchè era finita troppo presto. Nonostante gli immensi sforzi per cercare di ristabilire umanitariamente la Somalia, l’Italia non riusci a conseguire nessuno degli obiettivi prefissati, lasciando l’operazione in mano degli statunitensi, i quali preferirono un approccio militare molto aggressivo e scatenando un conflitto aperto con Aidid che si concluderà nella Battaglia di Mogadiscio (a cui è stato dedicato il film Black Hawk Down) e con il ritiro fallimentare di tutta la coalizione. Sconfitti gli occidentali, la guerra civile tornò ad imperversare come prima, non appena l’ultimo aereo da trasporto lasciò l’aeroporto di Mogadiscio.

 

Le pattuglie mobili vengono smobilitate dopo il 9 luglio

 

checkpoint Pasta l’Italia cercò di strappare il popolo somalo dagli artigli della guerra civile, ma fu fermata dalla belligeranza di coloro che avrebbero dovuto ristabilire la pace. Nel 2018, dopo quasi trent’anni, la pace in Somalia rimane evanescente.

 

Andrea Vigorito