Firenze, Stoccolma, Parigi e Gerusalemme. Se la maggior parte di noi è abituata a pensare a queste città come culla di arte, storia, tradizione e folklore, in pochi invece sanno che proprio ad esse si deve il nome di alcune tra le più bizzarre, rare e originali sindromi psichiche attuali: certe capaci di strappare una risata, altre più preoccupanti, ma sicuramente tutte accomunate da quel vaso di Pandora misterioso che è la psiche umana.

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Parigi, credit: ItaliaOggi

Sindrome di Firenze: il peso della bellezza

Che l’Italia si uno dei paesi con il patrimonio artistico più vasto del globo è fuori discussione: ma se per alcuni lo sfarzoso ricamo di cattedrali, palazzi, ponti e musei del Bel Paese non è mai abbastanza, per altri si dimostra letteralmente insostenibile. Stiamo parlando delle vittime della cosiddetta Sindrome di Firenze, anche conosciuta come Sindrome di Stendhal. Ad ispirarne il nome fu l’omonimo scrittore francese che – proprio durante uno dei noti Grand Tour tipici dell’800 –  uscendo da Santa Croce accusò “un battito del cuore” come se la vita per lui “si fosse inaridita” e stesse “camminando temendo di cadere”.
A causare tutto questo sarebbe stata proprio l’eterea bellezza fiorentina, personificata dalla sconfinata Cattedrale di Santa Maria del Fiore, dal Ponte Vecchio, dal Piazzale Michelangelo, da Palazzo Vecchio e da infiniti altri tesori architettonici. Lo choc emotivo e psicologico legato alla Sindrome di Firenze e provocato dalla vista dell’arte – percepita come viscerale ed insita di un fascino quasi adimensionale – provoca spesso in coloro che lo provano sensazioni di confusione, capogirotachicardiavertigini, se non addirittura allucinazioni e svenimenti.

Sindrome di Gerusalemme: l’ossessione religiosa

Dal fascino tricolore di Firenze si passa poi ai paesaggi ocra e lattescenti della suggestiva Gerusalemme, meta di migliaia di turisti, ma soprattutto di orde di pellegrini giunti fino alla città per inspirarne tutto l’afflato mistico e storico. Sarebbero infatti proprio svariate allucinazioni e visioni religiose a caratterizzare la Sindrome di Gerusalemme, nota poichè causa in coloro che ne soffrono l’insorgere di una vera e propria ossessione per il culto spirituale, tanto da ricorrere in alcuni casi al ricovero forzato.
Secondo gli esperti, oltre all’insistente senso di attaccamento nei confronti della città, i pazienti affetti da tale sindrome manifestano sintomi psicotici ricorrenti, tra cui il lavarsi le mani in modo compulsivo, la volontà di seguire processioni o recitare salmi e sermoni, un costante stato di allerta e nervosismo, nonché il desiderio di isolarsi per proseguire l’itinerario religioso in solitaria.
Uno degli esempi più eclatanti della suggestione mistica provocata dalla Terra Santa è datato 1969, quando un turista di nazionalità australiana in preda alla Sindrome di Gerusalemme tentò di incendiare la moschea di ‘Al-Aqsa’ situata sul suolo sacro del Monte del Tempio di Gerusalemme.

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Gerusalemme, credit: ilmessaggero.it

Sindrome di Parigi: la delusione della Ville Lumierè

Oltre alle sindromi provocate da una bellezza disarmante o ancora quelle di ispirazione religiosa, ecco che anche la città delle luci scintillanti, del buon vino e della fisarmonica all’ombra della Tour Eiffel non poteva certo mancare nella lista delle mete preferite per i disturbi psicologici. Paradossalmente però a soffrire della cosiddetta Sindrome di Parigi non sono gli abitanti della capitale francese, ma piuttosto i turisti giapponesi che quotidianamente la visitano per una “toccata e fuga”. Questi ultimi infatti – animati da un’aspettativa sproporzionata e irrealistica nei confronti della Ville Lumierè – restano inevitabilmente delusi di fronte ad una realtà che, per quanto affascinante e suggestiva, non riesce assolutamente a competere con la fantasia delle loro iniziali prospettive, tanto da suscitare nei turisti nipponici una profonda malinconia e depressione, insieme a sensazioni di smarrimento e confusione. Il fatto che le vittime di questa particolare sindrome siano prevalentemente orientali dipende in primis dalla forte idealizzazione giapponese di cui si ritrova vittima la città di Parigi e in secondo luogo – una volta approdati in territorio francese – anche dalla difficoltà delle barriere linguistiche e culturali che alimentano il senso di alienazione e isolamento legato alla Sindrome di Parigi. Una patologia psichica che – seppur di primo impatto suscita un sorriso – non è stata di certo presa sottogamba dall’Ambasciata nipponica che, per prevenire l’aggravamento della depressione provocata dalla sindrome, ha scelto di costituire un numero verde di aiuto per i connazionali in difficoltà.

Sindrome di Stoccolma: l’amore non corrisposto

Più nota, anche grazie al contributo del grande schermo, è invece la Sindrome di Stoccolma, ovvero quello stato psicologico in cui una persona detenuta contro la propria volontà o vittima di un sequestro, sviluppa un rapporto di complicità – se non addirittura attrazione ed affetto – nei confronti del proprio aguzzino. Il termine Sindrome di Stoccolma venne coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot a seguito di una famosa rapina in banca avvenuta nella capitale svedese nell’agosto 1973: durante quest’ultima gli ostaggi – tre donne e un uomo – presero infatti le parti dei loro rapitori, dopo essere stati sottoposti a quasi una settimana di sequestro. Alla base di questa reazione di attaccamento morboso nei confronti del proprio carceriere risiede un meccanismo inconscio di difesa, che la vittima adotta per evitare di essere sopraffatta dallo choc emotivo della situazione.
Almeno una volta ci sarà capitato di sentir nominare la Sindrome di Stoccolma in qualche film poliziesco o in una serie televisiva investigativa, ma la verità è che anche uno dei nostri cartoni animati più apprezzati ce ne ha dato un piccolo assaggio: stiamo parlando del classico per bambini “La Bella e la Bestia” che – romanticismo disneyano a parte – potrebbe facilmente essere ricondotto ad un esempio di tale patologia applicata all’amore.

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La Bella e la Bestia, credit: DANinSERIES

Sindrome del Paese delle Meraviglie: la distorsione dello spazio-tempo

Come dulcis in fundo di questa carrellata di città restiamo ancora in ambito Disney, anche se a dir la verità – più che una metropoli affollata o una capitale iconica – il luogo che dà il nome alla prossima sindrome è un vero e proprio mondo di fantasia, fatto di funghi magici, gatti parlanti, tazzine di tè e Regine di Cuori. La Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie – così ribattezzata perché i suoi sintomi si avvicinano molto ad alcune delle peripezie della protagonista del racconto di Lewis Carroll – provoca un delirio capace di alterare la percezione dello spazio e del tempo. Essa porta infatti chi ne soffre sia a vedere gli oggetti molto più grandi (o molto più piccoli) di quanto essi siano in realtà, sia a faticare nel dare giudizi sul tempo che scorre.
A detta degli esperti, ad essere sensibili all’insorgere di questo delirio sarebbero soprattutto i bambini, i quali possono avere l’impressione che mani, braccia e piedi si rimpiccioliscano (o si ingrandiscano a dismisura) mentre il resto del mondo si comprime.

Francesca Amato