Il boss in manette: martedì 4 Dicembre, l’erede nominato di Totò Riina, il prescelto per restaurare il potere della Cupola, ovvero la riunione dei principali esponenti di Cosa Nostra, è stato arrestato a Palermo insieme a 45 altri individui, tutti legati all’associazione mafiosa di Cosa Nostra, dai carabinieri del Comando provinciale, con l’accusa di “associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni consumate e tentate con l’aggravante di favoreggiamento verso associazioni mafiose, fittizia intestazione di beni aggravata, porto abusivo di armi comuni da sparo, danneggiamento a mezzo incendio e concorso esterno in associazione mafiosa“.

Il momento dell’arresto di Settimo Mineo, boss della Cupola ed erede di Salvatore Riina

Il boss, Settimo Mineo, 80 anni, gioielliere, fu nominato per anzianità lo scorso 29 Maggio, pochi giorni dopo l’anniversario della Strage Falcone, in seguito ad una riunione convocata da alcuni boss (tra cui “Settimino” stesso) appartenenti alla commissione provinciale di Cosa Nostra, organo che si occupa di organizzare ed indirizzare strategie e mosse della mafia, fino ad ordinare delitti importanti; questo evento è particolarmente significativo poiché l’ultimo meeting di questo tipo e di questa portata è datato 1993, in concomitanza con l’arresto dell’allora Capo dei Capi, Totò Riina.

Mineo e i suoi vice

Alcune inequivocabili intercettazioni telefoniche tra il boss ed il suo autista, captate dai militari palermitani, hanno permesso alla Procura antimafia di Palermo, nella figura del PM Francesco Lo Voi, e al colonnello Antonio Di Stasio del Comando di Palermo di infliggere un duro colpo a Cosa Nostra, proprio nel momento in cui la cosca ha provato a rialzare la testa e restaurare il potere, arrestando, insieme a Mineo, altre 45 personalità mafiose, tutte legate a diversi clan da tutta la Sicilia affiliati alla Cupola: il neo-boss infatti aveva già radunato gli organigrammi dei mandamenti di Porta Nuova, Pagliarelli, Bagheria-Villabate e Misilmeri-Belmonte Mezzagno, ma dalle intercettazioni emergono ulteriori alleati a Palermo e provincia.

Le intercettazioni hanno permesso di identificare alcuni dei capi dei mandamenti che hanno partecipato alla commissione provinciale di Cosa Nostra

Il rapporto tra “Settimino” (così come viene soprannominato) e Cosa Nostra è lungo e prolifico: capo indiscusso del mandamento di Pagliarelli e particolarmente legato al clan di Villabate, imputato al maxi-processo di Palermo del 1986, arrestato da Giovanni Falcone stesso in seguito alle rivelazioni, all’ “infamata“, di Tommaso Buscetta e una seconda volta nel 2006 in seguito ad un tentato golpe (fallito) per conquistare il potere all’interno del clan nel momento in cui Provenzano vacillava; Mineo era tenuto in grande considerazione per il ruolo che aveva assunto di mediatore e di garante degli equilibri tra le diverse famiglie mafiose e per via dei contatti e degli affari (soprattutto appalti illeciti) che intratteneva con la cellula mafiosa negli Stati Uniti, luogo in cui era pronto a tornare, prima del fermo e dell’arresto dei giorni scorsi.

Mineo aveva l’anzianità, lo spessore e il carisma per sostenere il compito per cui era stato nominato, cioè serrare nuovamente i ranghi dell’organizzazione che, con l’arresto e detenzione del Padrino di Corleone, si era trovata con le mani legate; la morte di Riina ha permesso di ripristinare l’influenza perduta, avviando nel frattempo una ricostruzione della cosca attraverso l’accentramento del potere a Palermo e il rispetto delle vecchie regole, quali spartizione dei territori sulla base di confini rigidi, collaborazione fra clan, nomina di capi condivisi, richiamo (e punizione) per chi sbaglia.

Ulteriori estratti dalle intercettazioni del boss

La paura ora è che si scateni una guerra di mafia tra i 740 detenuti al 41-bis, il cosiddetto “carcere duro” per reati particolarmente gravi legati a terrorismo e associazione mafiosa: l’arresto del boss rischia di scatenare una lotta tra le famiglie per la successione al trono di Cosa Nostra, ora vacante; il Segretario Generale del Sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo teme che, con l’arresto di Mineo e senza più un mediatore esterno, la disputa sul nuovo Capo di Cosa Nostra si giochi direttamente all’interno delle carceri, attraverso “pizzini” mirati a guidare l’elezione del nuovo boss: i contatti riallacciati con altre cosche mafiose (prima tra tutte l’Ndrangheta), la delocalizzazione del potere da Corleone a Palermo e il rilascio in libertà di molti ex-boss e vecchi capi clan rendono ancora più difficili le operazioni di monitoraggio da parte dell’antimafia e della polizia penitenziaria, allargando il campo d’indagine e mantenendo costante l’attenzione, perché “la Cupola non tarderà a rigenerarsi“.

Aldo Di Giacomo, segretario generale del S.P.P. (Sindacato Polizia Penitenziaria)

Marco Funaro

(majin_fun)

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