Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, lo diceva già un anno fa quando in un intervento pubblico -con fare lungimirante- annunciava che l’Africa correva il rischio di diventare una colonia cinese. Pronte le risposte da Pechino che non perse tempo per controbattere alle illazioni infamanti del presidente, imputandogli una scarsa conoscenza della loro politica estera. Col senno di poi possiamo dire che si sbagliavano entrambi: la Cina per la scarsa fiducia riposta in Tajani, che la politica estera la conosceva benissimo come tutti i dittatori che si ispirarono al principio di non ingerenza negli affari interni di un altro stato accolto dal governo di Pechino con più di qualche deroga; Tajani perché non era vero che l’Africa correva il rischio di diventare una colonia cinese, ma lo era già da tempo. I primi immigrati cinesi in territorio africano risalgono al 1600 con la Compagnia olandese delle Indie orientali, seguita da schiavi e detenuti giunti nelle colonie Sudafricane nella metà del XIX secolo con una schiera di artigiani e piccoli lavoratori a seguito. Ma le moderne migrazioni affondano nella politica di Mao Zedong che negli anni ’50 del secolo scorso promosse una campagna di migrazioni politiche volte ad affermare i valori di tolleranza e solidarietà nei confronti di un popolo martoriato da anni di depredazioni europee poste alla base del loro rapporto di fratellanza. È questa la tesi sostenuta con vigore dal Dragone, un rapporto nato dalla battaglia contro il colonialismo europeo che costituisce la causa dell’odierna povertà. Tuttavia, la Cina è costretta a fare i conti col proseguo della storia che consente di unire i tasselli e parlare con dati statistici alla mano. Risalirebbero infatti al 2011 le discussioni del Parlamento cinese inerenti alla proposta di trasferimento di 100 milioni di cittadini nei paesi africani, cui avrebbe fatto seguito un piano di esportazione di un numero pari a 300 milioni che avrebbero consentito di perseguire un duplice scopo: da un lato risolvere i problemi interni di inquinamento e di sovrappopolamento, e dall’altro quello di colonizzare i territori africani.

Operai cinesi e africani

La pratica non è stata raggiunta mediante un regime di terrore e imposizione militare, caratteristiche del modello europeo, ma mediante una politica di promesse e investimenti mirati a fare dell’africa il grande cortile dello strapotere cinese. L’impegno di garantire progresso e maggior benessere sociale ha portato in Africa professionisti di vario genere, da ingegneri e architetti ad agronomi passando per i contadini poveri e finendo per iscrivere al rapporto sulle migrazioni oltre un milione di unità trasferitesi nel nuovo continente. Un dato che secondo alcuni analisti potrebbe persino essere sottostimato, dati i controlli blandi e talvolta inesistenti alle frontiere che si manifestano come plateale espressione della dilagante corruzione. Il trasferimento massiccio e lo sfruttamento dei territori crea un bisogno continuo di manodopera, incentivando così altre migrazioni dalla Cina proveniente in particolare dalla provincia dello Zhejiang dalla quale si muovono piccoli imprenditori e artigiani che si ritrovano in territorio africano sull’uscio di attività commerciali volte alla vendita di beni primari a basso costo. Un meccanismo imperialista che si manifesta attraverso lo sfruttamento del territorio alla ricerca di materia prima finalizzato poi alla vendita di prodotti finiti attraverso ritmi sconcertanti. Il rapporto di Amnesty International ha stimato la presenza di oltre 40 mila minorenni a partire dall’età di 7 anni che lavorano nelle miniere 12 ore al giorno con una ricompensa di 2 dollari. Dati che mostrano la spregiudicatezza di una politica che calpesta i diritti umani e dei lavoratori riscontrata in diversi ambiti. Basti pensare che la Cina è il secondo partner commerciale africano detenendo il controllo dei principali settori strategici tra cui il settore petrolifero, quello minerario, delle telecomunicazioni e delle fonti energetiche. Uno sviluppo di così ampio raggio da contrastare persino quello che appariva un indiscusso strapotere europeo e statunitense. «Il problema della Cina è che quando viene in Africa si comporta all’africana» spiega l’ingegnere keniota Nick Russell ai microfoni de l’Espresso, alludendo al sistema di promesse e investimenti che richiedono un indebitamento notevole dei paesi africani a fronte di opere imponenti e innovative di scarsa qualità. A suo dire le rotaie della nuova ferrovia che collega Nairobi a Mombasa non hanno lunga vita: nel giro di due anni inizieranno ad alzarsi. Tra i problemi del neocolonialismo cinese in Africa si riscontra lo scarso feeling tra le due popolazioni, l’una forte di tradizioni folkloristiche aperte l’altra dedita ad un isolamento che provoca il sospetto dei nativi.

caricatura del rapporto Cina-Africa

Ma il pericolo maggiore deriva dalla pratica nota agli economisti come ‘la trappola del debito’ che nella fattispecie consiste nell’ampliamento di progetti infrastrutturali di pari passo all’ampliamento del debito dei paesi ospitanti. Un piano che non è frutto di politiche economiche isolate, ma si inserisce nel solco di un progetto -il ‘Belt and Road’- che prevede di connettere economicamente una serie di Paesi tra cui l’Europa e l’Africa e che ha mietuto già le prime vittime. Tra il Kenya costretto all’aumento del debito di dieci volte in cinque anni e l’Angola che ha il 50% del debito nelle mani cinesi, non resta altro che rassegnarsi all’idea che alcuni paesi sono vincolati in futuro da quella che in pochi anni è passata dall’essere una economia in via di sviluppo ad una vera e propria potenza mondiale.

Pierfrancesco Albanese

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