Chiunque negli ultimi tempi si sia interessato di politica, ma anche di filosofia spicciola, avrà sicuramente già incontrato questo strano concetto più di una volta: “i poteri forti” che dominano il mondo scegliendo le politiche da adottare e controllando le menti dei cittadini di tutto il globo. Cosa sappiamo scientificamente di questo presunto Ordine mondiale?

Paura genera consenso

E’ indubbio, l’idea di una vera e propria tavola rotonda intorno alla quale siedono le persone più influenti del pianeta per decidere le sorti dell’umanità ha da sempre rappresentato un certo fascino, tanto per l’uomo medio quanto per l’appassionato di romanzi e film fantapolitici di ogni sorta. Tuttavia, da un certo punto in avanti pare che la già sottile linea di demarcazione che sancisce la fine della fiction e l’inizio della “vita reale” abbia iniziato a dissolversi, generando un agglomerato che non favorisce di certo nessuna delle due sponde. Come è accaduto tutto ciò? Semplice, con la politica.

Spostando infatti tale argomento in campo puramente politico (e, più nello specifico, in campagna elettorale) è noto come più di un partito, o per meglio dire, movimento, abbia più volte fatto riferimento a tale entità per spiegare alcune delle sue teorie. Non è affatto raro infatti che, generalmente in Italia ma non solo, l’opposizione al nazionalismo sfrenato venga spesso associata ad un eventuale controllo esercitato dai poteri forti, entità misteriosa che pare spingere le persone a prendere decisioni, a dir loro, prive di buonsenso.

Tutto ciò è chiaramente molto intelligente. Non tanto l’effettiva supposizione (peraltro priva d’effettiva analisi scientifica) dell’esistenza di un potere di tale portata, quanto per la messa in pratica: veicolando l’attenzione delle persone verso l’esterno, queste si trovano improvvisamente spogliate di qualsivoglia responsabilità, sentendosi delle vittime la cui salvezza risiede nel leader di partito. Se alcuni di questi gruppi hanno scelto di di oscillare la spada della colpevolezza sui migranti, altri hanno fatto di meglio: un’entità immateriale, sconosciuta, ancora più suggestiva e facile da attaccare.     Ma se il consenso facile, tecnica sperimentata peraltro anche da diversi filosofi di fama nazionale come Diego Fusaro, che di questo vispo rossobrunismo sembra fare addirittura un vanto, non può non apparire in fretta per quello che realmente rappresenta: una manovra di marketing. Chi per trarne potere politico, chi invece lo sfrutta per vendere copie di allarmismo su carta.

Ciò che spesso si chiedono anche i più scettici è però: “C’è, in tutto questo, un fondo di verità?“. Ciò che è certo, è che scienziati sociali hanno già affrontato ampiamente la questione, esponendo teorie con basi ben più solide.

L’impero di Hardt e Negri

Molti avranno già capito di chi stiamo parlando. Antonio Negri, brillante politico, politologo e filosofo operante negli anni 60′-80′ ha scritto, intorno al nuovo millennio e con l’aiuto di Hardt, suo allievo, un libro dal titolo L’Impero, concetto chiave della teoria che lo renderà famoso in tutto il mondo.

Il concetto stesso di Impero proposto da Negri appare già in netto contrasto con quanto raccontato dai detrattori dei moderni poteri forti. Per il professore italiano, L’Impero è infatti un insieme di più nazioni che occupano un posto centrale nell’ordine di potere mondiale e che sfruttano il resto del pianeta in virtù della loro posizione privilegiata.

E’ bene notare come, secondo questa stessa teoria, il potere dell’Impero è profondamente decentralizzato, e appartiene così in egual misura a tutte queste nazioni dominanti, generalmente individuate come quelle del Nord del mondo. Secondo Negri, è proprio questa decentralizzazione una fonte del suo intangibile potere: essendo a tutti gli effetti una presenza virtuale, il suo controllo è onnipresente, privo cioè di qualsivoglia confine geografico e temporale, riuscendo a raggiungere qualsiasi luogo in pochissimi secondi, insinuandosi fin nelle profondità del mondo sociale

Suo principale obiettivo è il raggiungimento dello status di organo giuridico mondiale. Come? Imponendo al resto del mondo i propri ideali di benessere e libertà, ignorando la diversità culturale e richiamando a sé il diritto di poter intervenire ovunque in nome del giusto, legittimando l’azione militare se eticamente fondata.

Per garantire il successo del proprio controllo, L’Impero si prefigge dunque un obiettivo ben preciso: la creazione di un agglomerato sociale in cui le differenze sono assottigliate giuridicamente, mentre le minoranze vengono continuamente colpite dalla differenza culturale accentuata da media e politica. Si crea dunque una vera e propria società cosmopolita, ma profondamente gerarchizzata in base alla cultura di appartenenza.

Il nuovo proletariato

Con l’avvento della globalizzazione, all’interno dell’Impero descritto da Negri e Hardt non c’è spazio per il capitalista: il potere è in mano a specialisti e tecnici, la ricerca scientifica si propone come nuova miniera d’oro dell’epoca moderna. Tuttavia, scomparendo i capitalisti, necessariamente anche il proletariato perde la sua importanza.

La domanda sorge dunque spontanea: “Chi rappresenterà il nemico dell’Impero?“. Per i due politologi, la risposta appare scontata.

Il nuovo gruppo oppositivo prende il nome di moltitudine, l’insieme cioè di tutte le persone che sostengono l’Impero attraverso il lavoro (direttamente) e il consumo (indirettamente), similmente al rapporto che condividevano capitalisti e proletariato. Similmente a questo, anche la moltitudine rappresenterà la forza oppositiva in grado di distruggere l’Impero, con la creazione autonoma di un vero e proprio contro-impero

Tutto ciò sarà possibile, secondo Negri, solo grazie alla globalizzazione. Il libero spostamento delle persone e la deterritorializzazione saranno la linfa vitale di una nuova rivoluzione sociale, nonché del raggiungimento dell’uguaglianza universale dei lavoratori per la prima volta nella storia dell’uomo.

Ciò è quanto descritto da Negri e Hardt, i quali, stranamente in linea con il collega di pensiero Marx, non hanno prestato la minima attenzione nei confronti della stipulazione di una teoria circa le linee guida della società del futuro. Ciò che si prospettano è, in ogni caso, un futuro libero per tutti, culturalmente e giuridicamente, in cui il consenso sociale verterà unicamente e inequivocabilmente sull’uguaglianza.