“Crimini e misfatti” è una pellicola del 1989 diretta da Woody Allen. La trama verte su due storie, apparentemente svincolate ma complementari, che si articolano sullo sfondo dell’alta borghesia ebraica di New York.

Judah Rosenthal è un oculista affermato, stimato filantropo all’interno della sua comunità, marito e padre di due figli. Da due anni però intrattiene una relazione segreta con l’hostess Dolores Paley, la quale vuole rivelare tutto alla moglie. Preoccupato dalle intenzioni della donna, Judah deciderà di risolvere la situazione nel modo più pragmatico possibile, ovvero autorizzando il suo omicidio. Questa scelta estrema comporterà inizialmente una profonda riflessione interiore sulla moralità del suo atto, animata dalla sua educazione religiosa.

Parallelamente Cliff Stern, un piccolo regista senza impiego, la cui vita è animata dall’insuccesso lavorativo e matrimoniale, lavora ad un documentario sul Lester , fratello della moglie e da lui disprezzato, ma famosissimo e pluripremiato produttore. Durante i lavori a questa produzione Cliff si innamora della sua collega Halley Reed. In lei vede un punto di svolta della sua vita, dato anche dalla loro convergenza di interessi e dall’apprezzamento di Halley per il progetto di Cliff di produrre un documentario su un professore di filosofia. Il professore però si suicida e Lester è interessato ad Halley, che decide di partire tre mesi per Londra.

Nell’ultima scena del film le due storie si intrecciano. Judah ha risolto i suoi dilemmi morali vedendo di non essere stato scoperto mentre Cliff vede tornare Halley da Londra al braccio di Lester. I due si incontreranno in un ultimo surreale dialogo, dove il filo conduttore sarà questa nostra cruda realtà.

Cliff e Halley.

Non c’è posto per un lieto fine

io sto parlando della realtà, se vuole vedere un lieto fine vada a vedere un film di Hollywood“. Questa frase, pronunciata nel dialogo finale da Judah, racchiude il significato dell’intera pellicola. Woody Allen non vuole fornire un lieto fine alla storia. Cliff viene lasciato dalla moglie, non si sposa con Halley, non diventa famoso. Judah non viene accusato dell’omicidio. La visione dell’autore si insinua in quella dimensione che Max Weber definisce “irrazionalismo etico del mondo“. Il mondo ha una sua logica indipendente dal carico di significato che noi attribuiamo ai fatti. Non esiste alcuna conformità fra la dimensione dei fatti, degli avvenimenti e la dimensione etica con cui li valutiamo. Quello che accade è totalmente svincolato da qualsiasi dinamica di merito. Questo è un mondo nel quale esiste la sofferenza del “giusto”.

Ma, se il mondo non ha una conformità con i valori morali, che senso ha parlare di etica? Che senso ha credere in un sistema etico? “se tutta la tua fede fosse sbagliata? se tu avessi torto?” “avrei comunque una vita migliore di quelli che dubitano”. Tutto si risolve qui. Credere ad un sistema morale che guidi il mondo non è altro che porsi un orizzonte di senso che possa migliorare la vita. é il tentativo di non cadere in quella che per Kierkegaard è la dimensione dell’angoscia.

Flashback di Judah e dialogo con suo padre.                                                         

Il salto nella fede

Scelta, angoscia, salto. Sono questi i concetti chiave per Kierkegaard e per quest’opera di Woody Allen. In ogni occasione della vita ci troviamo davanti a delle scelte. Esse si presentano senza alcuna certezza su quello che sarà dopo, senza alcuna garanzia a cui appigliarci. Davanti a noi si aprono una moltitudine di possibilità tra le quali dobbiamo scegliere. Questa imprevedibilità del futuro è ciò che determina il sentimento angosciante nell’uomo. Questa angoscia per la decisione della scelta, questa sua dimensione solitaria di fronte al nulla che gli si pone davanti lo porta ad un bivio.

L’uomo può scegliere di accettare la contingenza della vita, può vivere nell’incertezza del divenire e nella sua mancanza di significato che non lo emanciperà dalla condizione angosciante, oppure può compiere il “salto” nella fede. Essa non rappresenta il terreno della sicurezza, la fede dimora nel dubbio, nel paradosso, non è la sicurezza assoluta. La fede però in Kierkegaard è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, poiché è l’unico strumento per capire il carattere finito della nostra esistenza ed accedere al passaggio verso la verità. La fede rappresenta così l’unica risposta di senso al divenire concreto ma oscuro dell’uomo.

Dario Montano

 

 

 

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