“Essere liberi è niente, diventarlo è cosa celeste”

(Johann Gottlieb Fichte)

“Google – secondo Bloomberg – avrebbe pagato milioni di dollari per avere i dati da Mastercard e le due società avrebbero discusso anche la divisione di una parte dei guadagni, secondo persone che hanno lavorato all’intesa.”

Inizia così l’articolo pubblicato da Repubblica lo scorso 31 agosto: in sintesi e prendendo con le pinze la veridicità della notizia, sembrerebbe che Google sia entrato in possesso via MasterCard dei dati di molti utenti, così da collegare la pubblicità online con gli acquisti effettuati negli esercizi fisici.

Questa notizia, ripetiamo, non confermata, apre però uno spiraglio per una riflessione filosofica sulla libertà. Chiedere socraticamente cosa sia la libertà è domanda troppo difficile e forse di impossibile risposta. Cerchiamo allora in primis di fare una distinzione, tra libertà e possibilità avvalendoci dell’aiuto di Gottfried Leibniz.

Il filosofo delle famose “monadi senza finestre” nel suo sistema dell’armonia prestabilita era riuscito a far coinciderà libertà e necessità, tuttavia la prima si configurava come “possibilità di scelta tra alternative date”. Date da chi? Da Dio ovviamente, l’unico in grado di vedere contemporaneamente tutte le interrelazioni tra gli enti, stabilendo così il “migliore dei mondi possibili”. La libertà leibniziana è un concetto che potremmo definire chiuso. Le possibilità sono date e non scelte dall’uomo e dunque, in linea di principio, la libertà è un concetto di secondo grado.

Essa sembra appiattirsi sulla possibilità: come fa però Leibniz ad affermare a cuor leggero di aver unificato libertà e necessità? La risposta è sempre la stessa: Dio. L’infinita bontà del Dio leibniziano offre come possibilità all’uomo il meglio possibile: l’uomo non avrebbe scelto altre cose di quelle che Dio gli mette a disposizione ed è per questo motivo che la massima libertà secondo Leibniz, e dunque anche la massima felicità, è la capacità di riconoscere ovunque nel cosmo questa predisposizione divina.
Emblematica è la proposizione 55 della monadologia :”E ciò è la causa dell’esistenza del migliore dei mondi possibili, che la saggezza fa conoscere a Dio, che la volontà gli fa scegliere, e la potenza produrre.”

Cosa c’entra però tutto questo con Google e MasterCard?

C’entra, eccome. Come già evidenziato nel caso Zuckerberg, ma anche come è stato messo in luce da personalità come Pasolini, la grande forza della società del consumo, è la capacità di creare a monte degli pseudo-bisogni e delle alternative.

Come l’uomo che vive al cospetto del Dio leibniziano, anche l’individuo del terzo millennio si trova un mondo in cui le alternative vengono imposte dall’alto. La nostra scelta, apparentemente libera e variegata, è in realtà confinata entro gli angusti spazi dell’offerta del consumo. Noi possiamo scegliere tra marche di vestiti, di smartphone o di qualsiasi altra cosa, ma le alternative non sono scelte da noi, esse sono poste, già-date.

Se in Leibniz la bontà di Dio era il garante a livello metafisico della libertà, ad oggi essa viene a cadere ripiegandosi sul concetto di possibilità: l’uomo non è libero, semplicemente può.

Bisogna considerare un altro problema: nel momento in cui si sceglie tra alternative non scelte autonomamente, si può parlare effettivamente di libertà? Se mi obbligano ad andare in un ristorante spagnolo invece che in pizzeria, la scelta della paella e della sangria, è effettivamente una scelta libera? Stirner avrebbe risposto di no, Leibniz di sì. Non è una domanda a cui si può dare una risposta scientifica, secca.

La libertà assoluta è un concetto troppo metafisico, ma forse nell’epoca della possibilità è possibile ancora aprire uno spiraglio a una libertà che non si adagi sulla possibilità. Bisognerebbe innanzitutto essere stoicamente padroni delle proprie scelte: non si tratta di essere anticonformisti al 100% (l’anticonformismo, diceva Hegel, è spesso la prima forma di conformismo). Si tratta di prendere coscienza dei problemi e delle contraddizioni del reale, di pensare direbbero gli inglesi “out of the box”, ricominciando a vedere nel differente e nella possibilità del nuovo non un ignoto che intimorisce, ma uno spiraglio, una “breccia per il miracolo”. L’accettazione passiva del presente così come la sua totale negazione non propositiva rimangono astratti e statici, del resto diceva Hegel che “il divenire è la verità dell’essere”.

Giuseppe De Ruvo