Sono 163 i voti favorevoli al decreto sicurezza approvato oggi in Senato e fortemente voluto dal ministro Matteo Salvini. 163 sì contro 59 no che bastano a far passare il decreto Salvini, così viene ormai chiamato, e a far ben sperare al governo che il risultato si riproponga anche alla Camera, che voterà il 22 novembre. Un risultato che incoraggia il trio Conte, Di Maio, Salvini, obbligato a imporre la fiducia sul voto, ma che delude l’opposizione e scatena la reazione dello scrittore Roberto Saviano, che lo definisce decreto “Insicurezza”.

Criticato da molti esponenti del Movimento e di Forza Italia, il dl Salvini si compone fondamentalmente di tre parti: la prima riguardante l’immigrazione, la seconda sicurezza pubblica e la terza attinente l’organizzazione del Ministero dell’Interno e dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata.

Abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, revoca dello status di rifugiato politico, inasprimento delle procedure di espulsione dal territorio italiano, depotenziamento dello Sprar (Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e potenziamento delle Forze dell’ordine sono i punti centrali e più contestati di un decreto che manca di praticità e di senso comune, che affida superpoteri alle forze di polizia e agli organi annessi e nega alla giustizia il suo legittimo dominio.

A quale sicurezza si riferisce il ministro Salvini? Una sicurezza che ci liberi dai pericoli o una sicurezza che imprigioni la libertà?

E’ un confine labile quello che si innesta tra sicurezza e libertà, un velo assai fine, quasi trasparente se si perde lucidità e chiarezza mentale. Un limite che più volte fu ignorato e calpestato in virtù di una predominanza irrazionale e confusa che annulla l’equilibrio tra la libertà e la sicurezza. L’aveva già capito Thomas Hobbes quando ha giustamente sacrificato la libertà in virtù della sicurezza e della pace perpetua. Un grande realista Hobbes, un uomo concreto che si distacca dal grande ideale della libertà, in un’epoca prematura che doveva ancora affrontare la Rivoluzione Francese e i moti ottocenteschi.

Il creatore dello stato-Leviatano aveva indubbiamente una grande fiducia nel sistema statale, nel contratto civile la cui unica funzione era offrire protezione all’uomo e renderlo così immune, o quasi, ai mille pericoli della vita e soprattutto a se stesso. Ma i secoli sono passati e con loro è scomparso lo stato buono, lo stato che protegge i suoi cittadini e che ne preserva l’integrità fisica, morale e psicologica.

 

Quello Stato ormai è morto.

E con esso è morta anche la politica che lo gestiva e la giustizia che lo nobilitava. La sicurezza, la cui funzione primaria sarebbe quella di garantire protezione al cittadino, è in realtà un ambiguo e bugiardo pretesto per elevare i grandi, i potenti liberandoli da ogni catena e rendendoli così invincibili.

“Quis custodiet ipsos custodes?” scriveva Giovenale nelle sue Satire. Letteralmente tradotto: “chi sorveglierà i guardiani?”. Chi controllerà dunque i potenti quando questi saranno ubriachi del proprio potere? Chi impedirà loro di abusare dei loro diritti?

Nessuno secondo il ministro Salvini, che propone un decreto squilibrato su tutti i fronti, non capace di donare sicurezza e stabilità ad un paese dove una becera e corrotta élite si eleva sempre più alle spalle di una massa facile e ingorda che riflette se stessa nella politica che ha contribuito a creare.

 

 

 

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