Bello e Sublime sono concetti spesso confusi e associati che producono sì sensazioni simili ma decisamente distinte. Descrivono uno stato d’animo che naturalmente si assume di fronte ad oggetti che ci trasmettono stimoli particolari, ammaliandoci, attraendoci, stregandoci. La disciplina che descrive le peculiarità che effettivamente distinguono questi due termini è l’Estetica che, letteralmente, indica la dottrina della conoscenza sensibile e che, con il filosofo tedesco A. G. Baumgarten, diviene specificatamente la filosofia del bello. 

L’idea del Bello

“Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, Platone direbbe che non c’è detto più falso di questo, la bellezza non è relativa, o meglio, magari al livello sensoriale può esserlo, ma non si parla di bellezza, si parla di qualcos’altro, forse di piacere, forse di sentimento… Il Bello è un’idea eterna e ingenerata, è incorruttibile ed è ad essa che si fa riferimento ogni volta che definiamo bella un’opera, una persona o altro. Nel Simposio Platone definisce la bellezza un percorso dalla molteplicità del sensibile all’unità dell’intelligibile: “prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere quel Bello, salire sempre di più […] e così giungendo al termine, conoscere ciò che è bello in sè” (Simposio, 211 B-C). Prendendo le mosse da questa sua concezione Platone critica l’arte in quanto mera imitazione, è mimésis, e non ha valore conoscitivo. Aristotele critica la posizione Platonica partendo però dallo stesso presupposto: l’arte è mimèsis ed è una forma di apprendimento superiore perché rappresenta non il particolare bensì il generale e provoca piacere, come ogni forma di conoscenza, aiutando l’uomo a purificarsi nell’atto della catarsi. Per Aristotele la bellezza è perfezione e si ritrova nell’armoniosa disposizione delle forme, nell’organicità ordinata e proporzionata dell’oggetto. Slittando in avanti, nell’epoca moderna, è Kant che si interessa maggiormente all’idea del bello, contrapponendola a quella di sublime in termini burkiani. Nella Critica del Giudizio Kant definisce bello ciò che piace senza interesse – Il gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o una rappresentazione mediante un piacere o un dispiacere, senza alcun interesse. L’oggetto di tal piacere dicesi bello». Il concetto del bello viene sdraticato dall’oggettività, rimane universale ma è soggettivo, nella misura in cui si determina a partire dal soggetto in maniera trascendentale, è una proiezione del soggetto nell’oggetto, è il riconoscimento di un sentimento soggettivo prodotto dalla relazione con l’altro, ed è un movimento universale perché compiuto allo stesso modo da tutti gli uomini. Questa concezione non è concepibile se non si coglie la differenza che Kant individua tra bello gradevole. “De gustibus non disputandum” ( parafrasata, i gusti son’ gusti) è una frase da riferire al gradevole, al piacevole e non al bello, l’arbitrarietà del gusto si ferma al livello empirico, è individuale e particolare, ma è decisamente distinta dall’universalità soggettiva della bellezza, frutto di un giudizio che Kant definisce riflettente, in quanto prodotto dal riflesso, appunto, del soggetto nell’oggetto, dal riconoscimento di un sentimento che sorge dalla relazione con l’oggetto stesso. “Bello è ciò che piace universalmente senza concetto. Circa il gradevole ciascuno riconosce che il suo giudizio, fondato su di un sentimento personale, si limita, quanto al valore, alla sua persona” (Critica del Giudizio).sublime

Il Sublime

I giudizi riflettenti estetici, oltre all’idea del bello, generano quella di Sublime che si distingue dal bello per struttura. Il bello ha una forma, caratterizzata da proporzione e armonia: un dipinto, una chiesa, una persona… Il sublime è, invece, informe, disorganico e produce nell’uomo un sentimento straniante di irrequietezza e angoscia davanti alla sua impetuosa e caotica maestosità. L’immensità dell’oceano, una catena montuosa, un’enorme nevicata, ma anche eventi catastrofici come l’eruzione di un vulcano, uno tsunami, sono fenomeni ai quali reagiamo dapprima con un senso di annientamento, di sudditanza cosmica, di inferiorità che viene poi soppiantata da una riacquisizione di consapevolezza dovuta al possesso di razionalità, facoltà di una potenza infinita che ci innalza al di sopra della natura e ci fa vincere lo stato di sottomissione iniziale.“«Il sentimento estetico del sublime è un piacere o senso di esaltazione che segue a un senso di depressione delle nostre energie vitali. Il piacere del sublime è diverso da quello del bello; questo infatti produce direttamente un sentimento di esaltazione della vita; quello invece è un piacere che ha solo un’origine indiretta, giacché esso sorge dal sentimento di un momentaneo arresto delle energie vitali, seguito da una più intensa loro esaltazione” ( Critica del Giudizio).  E’importante sottolineare che il Sublime kantiano è anti-empirico, è un sentimento e non un’aggettivo attribuibile ad oggetti, ed è una condizione che prevede una dinamica contemplativa, se mi trovo nei pressi di uno tsunami non mi sfiora l’idea del sublime, se sono ai piedi di un vulcano in eruzione sono altri i sentimenti che muovono il mio animo. Burke lo definisce l’ “orrore piacevole” che si manifesta quando la percezione da parte del soggetto di un pericolo o di un rischio estremo è strettamente connessa alla consapevolezza della distanza che separa quello stesso soggetto dal pericolo appunto percepito. A differenza di Kant, per Burke il sentimento del sublime è empirico e fisiologico ed è una dimensione psicologica definita.sublime

Il Viandante sul mare di nebbia

Rappresentazione perfetta di quello che è il Sublime è l’opera di C.D.Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”. Al centro della composizione si erge un uomo misterioso: indossa un soprabito verde scuro, i suoi capelli sono mossi dal forte vento, e nella mano destra, prestando attenzione, si può notare la presenza di un bastone da passeggio. Friedrich raffigura il protagonista volontariamente di spalle e attraverso questo artificio, l’osservatore tende ad immedesimarsi nel viandante, dando l’illusione di trovarsi in prima persona, davanti a questo spettacolare panorama. La nebbia avvolge il panorama di fronte al protagonista confondendo il cielo con un mare di ghiaccio evocando nello spettatore un senso di perdizione, di angoscia e di insignificanza accompagnata ad un piacere mistico di fronte alla magnificenza della natura.“E il naufragar m’è dolce il questo mare”,tratta dall’ “Infinito” di Leopardi è una frase che calza a pennello e che descrive in maniera chiarissima il senso del quadro e del sublime stesso, associando il naufragare, il perdersi nell’immensità dell’ignoto, all’aggettivo dolce a richiamare il piacere che sorge dalla dinamica mistica del confronto sublime con la natura.sublime

Samuele Beconcini

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