Il marxismo-leninismo (nella singolare forma capitalista-maoista) spinge ancora la Cina, l’iperpotenza mondiale, anche se quella stessa ideologia è causa delle condizioni estreme in cui versano Cuba e il Venezuela. Nel frattempo, la Corea del Nord, una monarchia leninista distopica con armi nucleari, ha dato e continua a dare qualche preoccupazione all’Occidente.

Obiettivo di questo articolo è quello di riflettere, storicamente e non politicamente, sulla decisiva importanza e sul peso specifico che ha avuto per la storia la Rivoluzione di Ottobre guidata da Lenin. Non ci interessa, in questa sede, discutere da un punto di vista qualitativo sull’ideologia o sulla Rivoluzione in sé. Il punto di vista che ci proponiamo di assumere è esclusivamente quantitativo; riflettere de facto sui cambiamenti e i successivi sviluppi, in particolare quelli non direttamente legati alla Rivoluzione, che la nascita dell’URSS ha comportato per la storia di Occidente e Oriente.

Manifesto propagandistico della Rivoluzione. Fonte: https://cultura.biografieonline.it/rivoluzione-russa/

Oggi, sorprendentemente, il comunismo sta vivendo un piccolo revival in Gran Bretagna: Jeremy Corbyn, un quasi-leninista confortantemente mascherato da una corta barba grigia, è il politico più a sinistra che mai abbia guidato uno dei due principali partiti.

Ma anche le tattiche di Lenin sono in ripresa. Il suo era un genio sofisticato di spietato pragmatismo politico, espresso dalla sua frase “Kto kovo?“(letteralmente “Chi, chi?”) ponendo la domanda chi controlla chi. In questa prospettiva, il presidente Trump è in qualche modo la personificazione di un nuovo bolscevismo del diritto in cui i fini giustificano i mezzi e le tattiche accettabili includono menzogne ​​e sbavature e lo sfruttamento di ciò che Lenin chiamava “utili idioti”. Non a caso il capo stratega della campagna elettorale del presidente Trump, Steve Bannon, una volta si è vantato: «Sono un leninista».

Steve Bannon. Fonte: https://www.rollingstone.it/cinema/news-cinema/american-dharma-la-quasi-bromance-tra-steve-bannon-ed-errol-morris/426697/

A più di cento anni, mentre i suoi eventi continuano a riverberare e ispirare, l’ottobre 1917 incombe epico, mitico, ipnotico. Il 25 ottobre rimane, ancora oggi, una data simbolica, sebbene cronologicamente l’anniversario della rivoluzione ricada il 7 novembre, in conformità col calendario gregoriano (nella Russia dell’epoca vigeva il calendario giuliano). I suoi effetti furono così enormi che sembra impossibile che non potessero accadere. Eppure ci mancò davvero poco che non accaddero.

Non c’era nulla di inevitabile nella rivoluzione bolscevica. Nel 1917, la monarchia Romanov stava attraversando un momento di drammatica decadenza, ma, probabilmente, i suoi imperatori si sarebbero salvati se avessero caldeggiato le molteplici possibilità di riforma. Le altre monarchie assolute dell’Europa, come gli Ottomani e gli Asburgo, caddero in quanto furono sconfitte durante la Grande Guerra. Ma sarebbero caduti anche i Romanov se fossero sopravvissuti solo un altro anno per partecipare alla vittoria del novembre 1918?

Nel 1913, la polizia segreta dello zar aveva disperso e sconfitto l’opposizione. Poco prima della caduta dello zar, Lenin confessava a sua moglie che la rivoluzione non sarebbe accaduta durante la loro vita. In definitiva, fu una rivolta popolare spontanea e disorganizzata e una crisi di lealtà militare che portò all’abdicazione di Nicola II. In quel momento, Lenin era a Zurigo, Trotsky a New York e Stalin in Siberia.

Inizialmente Lenin pensò che si trattasse di “una burla”. Fu fortunato che la Germania lo volle inserire come un “bacillo” (tramite il cosiddetto treno sigillato) per far uscire la Russia dalla guerra. Tornato a Pietrogrado, Lenin, aiutato dai suoi compagni radicali Trotsky e Stalin, dovette sopraffare i commilitoni bolscevichi che propendevano per una cooperazione con il governo provvisorio e li obbligò ad accettare il suo piano per un colpo di stato. Il governo avrebbe dovuto trovarlo e ucciderlo, ma non ci è riuscito. Al contrario, ci è riuscito Lenin.

Miliziani bolscevichi. Fonte: www.lastampa.it

Persino quello al Palazzo d’Inverno non fu affatto un assalto. Ci vollero intere settimane per impadronirsi dei principali palazzi governativi, mentre l’assalto alla residenza dello zar avvenne senza alcuna difficoltà. Il palazzo, eccetto per la presenza di qualche cadetto fresco di accademia militare, non presentava alcuna difesa e i bolscevichi vi ebbero facile accesso (alcuni passarono dalle finestre aperte).

Quell'”ottobre” avrebbe potuto preannunciare un breve interim, come tante altre rivoluzioni fallite di quell’epoca. Qualsiasi attacco coordinato degli eserciti bianchi, l’altra parte nella guerra civile russa, o qualsiasi intervento delle forze occidentali avrebbe spazzato via i bolscevichi. Tutto dipendeva da Lenin. Fu quasi rovesciato da un colpo di stato da parte di ribelli soci della coalizione, ma portò le sorti del conflitto dalla sua parte, grazie a una combinazione di passione ideologica, pragmatismo spietato, massacri incontrollati e volontà di stabilire una dittatura. Altre volte, fu semplicemente fortunato: il 30 agosto 1918, venne colpito da un colpo di pistola mentre si rivolgeva a una folla di lavoratori di una fabbrica di Mosca. Sopravvisse per una questione di centimetri.

Fanny Kaplan spara a Vladimir Lenin. Fonte: https://history.info/on-this-day/1918-fanny-kaplan-shoots-vladimir-lenin/

Se qualcuno di questi eventi non si fosse verificato, i nostri tempi sarebbero stati ineluttabilmente diversi. Senza Lenin non ci sarebbe stato Hitler. Il leader del Nazionalsocialismo doveva gran parte della sua ascesa al sostegno delle élite conservatrici, che temevano una rivoluzione “bolscevica” in terra tedesca, e di chi credeva che lui da solo potesse sconfiggere il marxismo. Inoltre, il suo programma radicale trovava giustificazione nella minaccia di una rivoluzione marxista-leninista. Il suo antisemitismo, il suo piano anti-slavo per il Lebensraum e soprattutto l’invasione della stessa Unione Sovietica nel 1941 ricevettero il sostegno delle élite e del popolo anche a causa del timore di ciò che i nazisti chiamavano “giudeo-bolscevismo“.

Senza la rivoluzione russa del 1917, e questo diciamolo pure cinicamente, Hitler sarebbe probabilmente finito a dipingere cartoline in una delle stesse stamberghe in cui aveva preparato la sua ascesa. Insomma, No Lenin, no Hitler, con un XX secolo che diventa così inimmaginabile. La stessa geografia politica che ci è stata insegnata a scuola diventa inimmaginabile.

Manifesto tipico della propaganda nazista. Fonte: https://www.focus.it/cultura/storia/1933-hitler-non-vinse-le-elezioni-grazie-al-carisma

Come l’Occidente, anche l’Oriente sarebbe diverso. Mao, che ricevette ingenti finanziamenti dal governo sovietico negli anni ’40, non avrebbe trionfato in Cina, la quale con tutta probabilità si troverebbe ancora sotto il governo della famiglia Chiang Kai-shek. Le ispirazioni che hanno forgiato i rivoluzionari cubani e i guerriglieri del Vietnam non ci sarebbero mai state. Kim Jong-un, il ciccione pantomimico di Stalin, non esisterebbe. Non ci sarebbe stata la guerra fredda. Le dinamiche di potere sarebbero state probabilmente altrettanto controverse, soltanto differentemente perverse.

La rivoluzione russa mobilitò una passione popolare in tutto il mondo basata sul marxismo-leninismo, alimentata da zelo messianico. Fu, forse, dopo le tre religioni abramitiche, il più grande rapimento millenario della storia umana.

Quell’idealismo virtuoso avrebbe giustificato, agli occhi dei rivoluzionari di quel tempo, ogni mostruosità. I bolscevichi ammirarono le purificanti epurazioni del Regno del Terrore di Robespierre: «una rivoluzione senza squadre di fuoco non ha senso», avrebbe detto Lenin. I bolscevichi crearono i primi rivoluzionari professionisti, il primo stato di polizia totale, la prima moderna mobilitazione di massa a favore della lotta di classe contro la controrivoluzione. Un tale zelo si mostrava giustificassero delle uccisioni di massa di tutti i nemici, reali e potenziali, non solo quelle di Lenin o Stalin, ma anche quelle di Mao, Pol Pot in Cambogia, Mengistu Haile Mariam in Etiopia.

Il libro nero del comunismo, il volume raccoglie il resoconto delle violazioni e delle repressioni esercitate dai regimi che si sono identificati, almeno nella teoria, con l’ideologia marxista-leninista. Fonte: www.mondadoristore.it

E poi c’è la Russia, il successore dell’Unione Sovietica. Il potere del presidente Vladimir Putin è rafforzato dal suo entourage di ex ufficiali del K.G.B., gli eredi di Lenin e la polizia segreta di Stalin. Putin e il suo regime hanno adottato le tattiche leniniste di “konspiratsia” e “dezinformatsiya“, che si sono rivelate ideali per le tecnologie odierne. I russi, allevati dal cinismo leninista, hanno imbrigliato internet per farne uno dei pilastri di quella che Noam Chomsky definì, sebbene riferendosi principalmente ai media occidentali, “fabbrica del consenso“.

Il Servizio di Sicurezza Federale (SSF) è diventato il principale supervisore di Runet, la versione russa di Internet. A tale conclusione sono giunti gli esperti del gruppo internazionale per la difesa dei diritti umani “Agora” nel rapporto annuale dedicato alla limitazione della libertà del web in Russia. Fonte: http://russiaintranslation.com

Putin pianse la caduta dell’Unione Sovietica come «la più grande catastrofe geopolitica»del XX secolo, tuttavia considera Lenin un agente del caos tra due epoche di grandezza nazionale: i Romanov prima di Nicola II (Pietro il Grande e Alessandro III sono i suoi favoriti) e la gloria della superpotenza dell’Unione Sovietica sotto Stalin.

Vladimir Putin. Fonte: www.occhidellaguerra.it

Putin si presenta come uno zar e, come ogni altro zar, teme soprattutto la rivoluzione. Ecco perché è la vittoria contro la Germania nel 1945 e non la rivoluzione bolscevica del 1917 a costituire il mito fondante della Russia putinista. Ne deriva quasi paradossalmente che, mentre l’Occidente ha discusso a lungo sulla rivoluzione, la Russia sta in gran parte facendo finta che non sia mai accaduta.

 

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