Il termine “empatia“, coniato da Robert Vischer, uno studioso di arti figurative dell’Ottocento, deriva dal greco “εμπαθεία”, parola utilizzata per indicare il rapporto emozionale che legava il cantore al suo pubblico. Sin dalla sua nascita quindi il concetto di empatia si è sviluppato in ambito teatrale, rappresentando la capacità del pubblico di “sentire dentro di sé”, percependo la natura esterna come interna e appartenente al nostro stesso corpo. Questa parola verrà poi utilizzata da alcuni filosofi per indicare uno stato di comunione con la natura intorno a loro. Il significato psicoanalitico che noi attribuiamo all’empatia arriverà più tardi.

Attualmente l’empatia è considerata come la tendenza di determinate persone a immedesimarsi con le problematiche altrui mettendo da parte le proprie. Il concetto di empatia è però molto più ampio e varia in base al campo che si prende in considerazione.

Un empatico ha la tendenza ad aiutare le persone intorno a lui

L’empatia nei vari ambiti

Nelle scienze umane l’empatia è un atteggiamento di comprensione dell’altro. Questa definizione è spiegabile scientificamente tramite gli studi di Darwin sulla comunicazione mimica delle emozioni e i recenti studi di Giacomo Rizzolatti sui neuroni-specchio, una classe di neuroni che è stata inizialmente osservata nei primati e che ha la particolarità di attivarsi sia quando l’individuo compie un’azione, sia quando vede qualcuno che la compie. Negli esseri umani tali neuroni si attivano anche in relazione alle emozioni, sia che vengano provate in prima persona, sia che vengano provate da qualcuno intorno all’individuo. Questo dimostra come l’empatia sia una predisposizione genetica dell’essere umano, che si è probabilmente rafforzata con l’evoluzione, poiché in passato essere in grado di comprendere l’altro e prevedere quindi le sue azioni poteva fare la differenza e rappresentare una possibilità di sopravvivenza in più.

In medicina invece l’empatia è considerata uno strumento fondamentale poiché consente al medico di percepire i sintomi e i sentimenti del paziente e poter quindi migliorare la qualità della cura. All’empatia si contrappone la simpatia, termine derivante dal greco “soffrire insieme“, che rappresenta un tipo di rapporto deleterio per paziente e curante, poiché il medico è sopraffatto dall’emotività e dalla sofferenza del malato e non è in grado di operare al meglio delle sue possibilità.

In arte, ambito in cui il termine è stato coniato, l’empatia è prevalentemente utilizzata per la narrazione: un bravo scrittore è in grado di far percepire le avventure del suo protagonista ai suoi lettori come se le stessero vivendo in prima persona, così come un bravo musicista riesce a trasmettere le sue emozioni al pubblico attraverso la musica o un bravo pittore attraverso i suoi quadri.

In psicoterapia e psicoanalisi vi sono due tipi di approccio all’empatia: quello cognitivo e affettivo e quello psicoanalitico. Secondo il primo, l’empatia è ritenuta come la capacità di condividere e capire l’esperienza di un altro, i suoi pensieri, le sue emozioni e di conseguenza il suo vissuto, al cui interno si mescolano in parte le emozioni dell’empatico stesso. L’approccio psicoanalitico invece vede l’empatia come uno strumento utile per gli psicoterapeuti, che sono così in grado di percepire con forza le problematiche dei loro pazienti sperimentandole in prima persona, cosa che dà loro la possibilità di capire come intervenire al meglio.

L’empatia aiuta il medico nella comprensione del paziente

L’utilità dell’empatia nella vita sociale

I rapporti dell’individuo con la società iniziano a essere strettamente influenzati dall’empatia sin dai suoi primi attimi: il bambino, appena nato, inizia immediatamente a sviluppare una forte empatia nei confronti dei genitori, utilizzandola per imparare come muoversi nel contesto familiare. Per i genitori è importante quindi riuscire a stabilire a loro volta un collegamento coi loro figli, in modo da migliorare la qualità del loro metodo di educazione, adeguandolo alle necessità del piccolo e alla sua capacità di recepire uno stimolo in modo più forte rispetto ad un altro. Lo stesso ragionamento si applica anche all’ambito scolastico e al rapporto alunno-insegnante, dove il docente più empatico dimostra una sensibilità maggiore ed una predisposizione a premiare un comportamento corretto invece che a punire uno scorretto, educando quindi tramite un approccio tendente alla positività. In ambito amoroso, dove l’individuo concede sé stesso al partner, essere in grado di prevedere lo stato d’animo e le necessità dell’altro è importante per stabilire un rapporto stabile, sano e duraturo, ma solo se equamente condivisa dai partner: la tendenza del più empatico dei due ad andare incontro all’amato può infatti portare a prolungare una relazione destinata al fallimento a causa dell’incapacità di far emergere motivi di litigio.

L’empatia è utile per vivere in società

L’empatia può essere di due tipi: positiva e negativa. La differenza si trova principalmente dall’influsso che le emozioni che l’individuo percepisce hanno sulla sua vita e sulla sua psiche. L’empatia positiva è intesa come la capacità del soggetto di partecipare pienamente alla gioia altrui, avendo la piena consapevolezza del sentimento e della sua provenienza: la gioia, pur non provenendo direttamente dal soggetto, è percepita in maniera così profonda da diventare quasi un sentimento originale. Il secondo tipo di empatia, l’empatia negativa, si distingue perché il soggetto empatico, pur percependo la gioia del suo interlocutore, non riesce a provare effettivamente questo sentimento, solitamente a causa di un problema personale o di un motivo di tristezza che rende l’esperienza empatica meno profonda. Un soggetto empatico può rivelarsi dannoso a sé stesso, rischiando di lasciarsi coinvolgere eccessivamente all’interno delle emozioni altrui, abbandonando quel minimo di distacco che per una persona empatica è fondamentale mantenere sempre, e agli altri; una profonda comprensione dello stato d’animo dell’interlocutore può facilmente diventare un’arma efficace per manipolarlo e ottenere in questo modo qualcosa.

Assenza di empatia e disturbi di personalità

La mancanza d’empatia è rara e di solito denota un’attenzione esagerata del soggetto alla sua stessa persona, come nel caso del disturbo narcisistico di personalità e del disturbo antisociale. Nel primo caso il soggetto è affetto da una forma di egocentrismo patologico, dovuta ad una particolare percezione di sé definita del “sé grandioso“, quindi si può dire che la mancanza di empatia è dovuta all’incapacità di valutare gli altri sul proprio livello. Nel secondo caso invece il soggetto prova un forte disprezzo nei confronti delle leggi, della società e degli altri, è quindi portato ad ignorare completamente i sentimenti altrui, facilitato in questo dalla completa mancanza di rimorso e senso di colpa che caratterizzano questo disturbo. Un’altra sindrome che comporta una mancanza di empatia è la sindrome di Asperger, un disturbo pervasivo dello sviluppo i cui esponenti denotano mancanza di capacità relazionali, comportamenti ripetitivi e ossessivi, interessi ristretti a pochissimi ambiti. Alcuni sintomi di questa sindrome sono la fobia sociale e il disturbo schizoide di personalità, ma, pur essendo imparentata con l’autismo, i soggetti che ne sono affetti non denotano nessun rallentamento del processo cognitivo e nessuna incapacità di linguaggio. La mancanza di empatia della sindrome di Asperger è però neutra, poiché il soggetto, pur non capendo i comportamenti altrui, non trae giovamento dalle sofferenze del prossimo e non si compiace nella sua sfortuna, come sono portati a fare alcuni degli esponenti delle categorie precedentemente elencate.

Indipendentemente dal significato e dall’ambito in cui si valuta l’empatia, è certo che essa abbia un ruolo fondamentale nella società attuale. Gli esseri umani vivono in gruppi, cooperano in famiglia e sul posto di lavoro per un obiettivo comune, provano rimorso se fanno del male agli altri e basano la loro vita sui rapporti interpersonali che riescono a stabilire.

Alcuni studiosi dicono che l’uomo, da ormai 20000 anni, non è più Homo sapiens sapiens ma Homo empathicus.

Sara Giannone