L’idea di un ristorante Sushi di Milano: far pagare in follower. Un viaggio economico-filosofico attraverso Aristotele, la scolastica, i neoclassici e Keynes per scoprire le diverse “facce” della moneta. Quali scenari in un futuro sempre più social?

Qualche tempo fa, This is not a Sushi Bar ha lanciato un modello di pagamento su misura per gli ormai famigerati influencer o presunti tali. Tale modello offre la possibilità di sfruttare il proprio fedele pubblico di Instagram. Funziona così in sintesi:

  1. postare una foto dei piatti scelti con tanto di hashtag del locale sul proprio profilo
  2. presentarsi in cassa dove lo store manager (che sarebbe un oste ma più social-friendly) controlla l’avvenuta pubblicazione e numero di followers. A cifre più alte corrispondono sconti più elevati, secondo questi scaglioni

sotto i 1.000 follower paghi tutto

da 1.000 a 5.000 un piatto gratis

5.000 a 10.000 due piatti gratis

10.000 a 50.000 quattro piatti gratis

50.000 a 100.000 otto piatti gratis

Tutto ciò che non viene pagato in modo tradizionale si traduce quindi in una cessione di visibilità. Potrebbe essere questo nuovo potere il futuro di un oggetto così quotidiano, antico e multiforme come la moneta?

Aristotele: la moneta come segno di mancanza comune

aristotele, follower

Le riflessioni dello Stagirita in merito al ruolo della moneta si trovano nel libro V dell’Etica Nicomachea. Alle sue origini si colloca il bisogno, elemento unificatore di tutti gli uomini nonché premessa fondamentale per lo scambio. Ma dato che i bisogni sono molteplici, così come le competenze lavorative, è necessaria una misura convenzionale per parificare le merci. Da qui la moneta come noumisma, cioè come istituzione decisa dalla polis, dimensione più profonda dell’idea di mercato.

“Non ci sarebbe comunità senza scambio, NÉ scambio senza parità, NÉ parità senza commensurabilità”

La rete politica-sociale anticipa qualsiasi circuito commerciale. E i membri di questa rete, creando una valuta, non si riconoscono tanto nella ricchezza del possesso quanto piuttosto nella mancanza reciproca. Pertanto la moneta, dissolvendosi nello scambio proporzionato, cioè giusto perché non cede agli estremi (l’aurea mediocritas) testimonia quel fondo ineliminabile di nulla.

Scolastica: il denaro non genera denaro… o quasi

San-TOmmaso-d-Aquino-beato-angelico, follower
San Tommaso

Uno dei più eminenti autori della filosofia scolastica, San Tommaso d’Aquino, fu un acceso sostenitore della lezione aristotelica. Riconosce alla moneta la funzione di termine medio per gli scambi ma qualsiasi altro utilizzo è contro natura. Egli non si preoccupa di distinguere tra quello che oggi chiameremmo contratto di mutuo, investimenti o transazioni varie:  ricavare profitto dalla cessione di denaro non solo significa incentivare l’avarizia dei mercanti predatori (il cui crescente potere mina quello del sacerdotium in una società sempre meno feudale) ma anche ammettere un rapporto incestuoso del denaro. Nummus nummos non parit dice l’Aquinate, e molti concordano, specialmente gli ordini mendicanti che contestano l’agiatezza di quei monasteri dediti alla preghiera e al lavoro. Una ricchezza imbarazzante anche per gli stessi monaci, per la quale trovare delle giustificazioni.

A tal proposito, si deve al teologo francescano Pietro di Giovanni Olivi il concetto di seminalità del capitale. A differenza della moneta semplice, che rimane sterile, il capitale contiene un seme di lucro giustificato se finalizzato a operazioni imprenditoriali. Chi investe rischia e in tal senso l’interesse trova la sua ragion d’essere.

Dai classici a Keynes: la moneta come riserva nell’incertezza

La scuola economica classica include autori come Adam Smith, David Ricardo e anche Karl Marx, seppur con toni eretici, si inserisce in questo solco. I primi due nutrivano maggior fiducia nella capacità autoregolativa del capitalismo, pur riconoscendone i conflitti sociali. Confidavano dunque nell’equilibrio tra le forze della domanda e dell’offerta. Questa linea è diventata ancora più marcata con la rivoluzione marginalista del 1870, che ha inaugurato la scuola neoclassica. Tale paradigma, perfettamente integrato col neoliberismo odierno, esalta ancora di più l’armonia naturale del sistema capitalistico. Un sistema in cui la moneta, vista solo a scopo di transazione, rispetta la teoria quantitativa: M=PQ/V

La quantità di moneta equivale al prodotto tra livello dei prezzi e quantità scambiate diviso per la velocità di circolazione. Inoltre, non ha effetti su grandezze reali quali il reddito e la produzione.

Keynes, follower
John Maynard Keynes

Negli anni 30 del Novecento, John M. Keynes, l’altro grande eretico della storia economica, si oppone a questa generale visione ottimistica dei mercati. La crisi è connaturata nel capitalismo, il quale non può garantire l’equilibrio di piena occupazione senza interventi pubblici. I neoclassici non hanno tenuto conto delle condizioni di incertezza entro cui prendono forma le decisioni di investimento, occultando poi un altro ruolo della moneta: riserva di valore. Una parte consistente del reddito viene trattenuto in forma liquida (immediatamente spendibile) per fronteggiare eventi futuri. Ma è denaro inattivo, che non circola (V=0), il cui potere d’acquisto può restare in balia di recessione e disoccupazione.

Un capitale sociale di follower?

Al potere d’acquisto delle tradizionali scorte si sostituisce il potere mediatico di chi veicola contenuti abbastanza meritevoli (o immeritevoli) da attirare molte attenzioni. Ergo un capitale sociale formato da fruitori nomadi e frammentari. Le aziende sfruttano questo fenomeno, evoluzione del classico testimonial, per accaparrarsi un peso importante sulle decisioni di consumo di potenziali clienti. Ma difficile pensare a un sistema monetario totalmente rimpiazzato dallo scambio di followers. Un gioco di profili che si inseguono a vicenda, magari anche comprando fake per ingrossare la propria visibilità. Per scroccare del sushi poi, ancora meglio.

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