Un’altra novità da parte del ministro Fontana che riguarda le coppie omosessuali: non ha intenzione di riconoscere i figli delle coppie omosessuali come tali poiché nati attraverso pratiche vietate in Italia, come la maternità surrogata. Il ministro è stato ascoltato dalla Commissione Affari sociali della Camera, dove ha espresso chiaramente i punti fondamentali del modus operandi del ministero. Continua a difendere il concetto di famiglia tradizionale, composta da una madre, un padre e dei figli, affermando con convinzione che “le famiglie arcobaleno non esistono”. In seguito Fontana si è espresso anche sugli affidamenti familiari, affermando che saranno necessari accordi prematrimoniali per evitare problemi econimici in caso di divorzio, con vantaggi per i figli della coppia perché non dovranno più essere divisi tra i genitori. Tutto questo per evitare l’alienazione parentale, una dinamica psicologica disfunzionale che colpisce i figli minori coinvolti nelle separazioni conflittuali dei genitori e consiste nell’incitare i figli ad allontanarsi da uno dei due genitori, avvicinandosi di conseguenza all’altro.

A sostenere le tesi del ministro Fontana c’è anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale continua a difendere il diritto dei bambini di avere un padre ed una madre e di vietare una pratica illegale in Italia come la meternità surrogata.

Ribatte prontamente la senatrice Monica Cirinnà, la quale ricorda che ormai da qualche tempo è stata riconosciuta la piena legittimità degli atti di nascita con due padri e due madri. Inoltre il benessere e gli interessi del minore devono essere sempre tutelati, indipendentemente da come il piccolo viene concepito. Nei tribunali infatti la genitorialità delle coppie omosessuali sarà comunque riconosciuta. Le posizione della senatrice viene sostenuta dalle parole di Nichi Vendola, il quale afferma che le parole del ministro Fontana sono dettate dall’ignoranza e dall’intolleranza nei confronti di determinate categorie. Aggiunge inoltre che le famiglie, tradizionali o meno che siano, non potranno comunque essere cancellate né indottrinate.

 

L’ALIENAZIONE PARENTALE

La sindrome da alienazione genitoriale o sindrome da alienazione parentale (conosciuta coma PAS) è un concetto introdotto per la prima volta da Richard Gardner. Si tratta di una dinamica psicologica disfunzionale che coinvolge i figli minorenni di genitori che affrontano separazioni conflittuali. Gardner ha descritto la sindrome come una pratica messa in atto da uno dei due genitori (definito “alienante“) che spinge i figli a provare astio nei confronti dell’altro genitore (definito “alienato“). Il genitore alienante inventerebbe cattiverie e falsità sull’altro genitore affinché i figli si avvicinino all’altro.

La sindrome fin da subito ha suscitato molti dubbi nel mondo scientifico, portandola a non essere inclusa nel DSM-5 poiché non sembrano esserci prove scientifiche che supportino la teoria di Gardner. Nonostante ciò, la PAS viene presa in considerazione nei tribunali perché capita spesso di osservare bambini che improvvisamente non vogliono più avere a che fare con uno dei due genitori. Si fa spesso riferimento a tale principio quando non c’è accordo sulle scelte che riguardano i bambini.

Purtroppo però spesso viene usato in modo errato perché si tende a confondere il contesto con la conflittualità legata alla separazione dei genitori. In caso di violenze o maltrattamenti veri e propri quindi c’è il rischio che il trauma dei bambini non venga riconosciuto perché l’obiettivo del genitore alienante è dipingere l’altro genitore come un “pessimo genitore”.