Le cose vanno male, ma sono sempre andate male, quindi vuol dire che non vanno così male come pensiamo. La democrazia può essere in crisi, ma dopotutto quando non lo è stata? Forse non è solo la saggezza dei cittadini che regge il sistema democratico: dalle decisioni migliori prese dal cittadino possono svilupparsi i peggiori problemi, e viceversa da decisioni che paiono disastrose si possono ottenere migliori risultati. L’attuale critica feroce della democrazia è giustificata? 

L’ondata anti-democratica che tanto piace all’intelligentsia occidentale in seguito a due eventi come Brexit e l’elezione di Donald Trump ha in realtà radici molto più profonde di quanto non si possa pensare. È da almeno un secolo che le critiche al decadimento democratico di sprecano: è opinione diffusa che la democrazia abbia fallito a livello globale e che gli Stati Uniti si stanno trasformando in uno stato autoritario. Tuttavia, potrebbe non essere davvero giustificata.

Un articolo di Sean Illing, scrittore e giornalista americano, pubblicato sul sito su vox.com, rivisita la famosa critica alla democrazia di Walter Lippman, (che si trova nel saggio Public Opinion, pubblicato nel 1922) dimostrandoci che la crisi della democrazia non è una novità e che la lettura catastrofista degli ultimi “fallimenti democratici’’ vada ridimensionata.

Jonh Dewey, difensore della democrazia e uno dei maggior filosofi americani dell’epoca, ha definito il libro di Lippmann « il miglior capo d’accusa alla democrazia com’è concepita correntemente. » Tuttavia, Lippmann sembra mancare, nella sua critica, alcuni punti fondamentali del sistema democratico, a partire dalla sua elasticità. Dopotutto, circa un secolo dopo, la democrazia americana e non solo sta sopravvivendo, diventando forse ancora più democratica di quanto non fosse.

Walter Lippmann

La domanda di Lippmann è semplice e diretta: possono i cittadini ottenere una conoscenza sufficiente della res publica per poi fare scelte intelligenti?

La sua risposta è no, e il libro ruota intorno all’analisi del divario tra ciò che diciamo debba essere la democrazia e ciò che costituisce il comportamento del cittadino democratico moderno – che secondo Lippmann è appunto incompatibile con ciò di cui una democrazia ha bisogno per funzionare. 

Lippmann denuncia innanzitutto quello che chiama il mito della democrazia. I padri fondatori, firmatari della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, avevano in testa un modello di democrazia che si basava su una società non industrializzata, piccola, formata da contadini o piccoli proprietari “bianchi’’, rigorosamente uomini, che conoscevano il loro ambiente e ciò di cui aveva bisogno per funzionare. Citando Lippmann: “L’ideale democratico, come l’ha costruito e modellato Jefferson, consisteva in un ambiente ideale e in una classe selezionata’’.

La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti

Il nostro environment non somiglia affatto a quello di Jefferson; e i campi sui quali un qualsiasi cittadino dovrebbe tenersi “informato’’ per corrispondere all’ideale democratico di Jefferson si sono moltiplicati e sono estremamente vasti. In altre parole, non si può che essere d’accordo con Lippmann almeno su questo: il cittadino base può essere senza alcun dubbio abbastanza intelligente da sapere, imparare tutto ciò che deve per scegliere correttamente; tuttavia, non può fisicamente farlo. Lippman, dopotutto, sostiene di stare dalla parte dei cittadini: dice che siano stati incaricati di un compito troppo vasto, complesso e difficile da realizzare. Lui stesso, ammette, per quanto si interessi alla questione e cerchi di fare il suo dovere di cittadino, non riesce a stare dietro agli standard che l’ideale democratico gli chiede: e cioè, di conoscere ciò che sta succedendo e di avere un’opinione degna di essere espressa su tutte le questioni alle quali si confronta una comunità che si auto-governa, ovvero uno Stato.

Si potrebbe opporre a questa visione il fatto che i cittadini non debbano obbligatoriamente avere un’opinione intelligente su tutte le questioni che riguardano la loro democrazia, cioè la loro comunità, ma che basti che scelgano il partito che più li rappresenta per difendere i loro interessi. Secondo questa visione, i cittadini non devono sapere tutto, ma solamente quanto basta per operare una scelta tra i partiti che si trovano davanti. – Tuttavia, questo implica che i cittadini sappiano quali siano realmente i loro interessi. 

Alexander Rodchenko, artista alla base della propaganda comunista russa

Ma secondo Lippmann nemmeno una tale competenza non è possibile perché ormai i cittadini si trovano troppo “lontani’’ dal mondo e dalle questioni della comunità: vivono in degli pseudo-ambienti e devono ridurre il mondo a degli stereotipi perché questo diventi intelligibile.

Lippmann faceva parte, al tempo, del Comitato della Pubblica Informazione: un’agenzia incaricata di ideare la propaganda della prima guerra mondiale. L’esperienza gli ha insegnato quanto sia manipolabile il pubblico, e quanto facilmente la gente si arrenda ad una narrativa suadente. Ci parlano del mondo prima che possiamo vederlo, immaginiamo le cose prima di farne esperienza, e diventiamo ostaggi di quei preconcetti. Però, questi preconcetti sono una difesa contro l’insicurezza. Ci danno un’immagine ordinata del mondo, alla quale i nostri stereotipi e valori possono ancorarsi: ed è per questo che è così difficile separare le persone dai loro dogmi. Qualsiasi attacco a uno di questi stereotipi sembra un attacco a ciò che è alla base dell’universo. Tuttavia, è solo alla base del nostro universo particolare. Ma questo significa che il voto di un cittadino base si appoggia non su una conoscenza diretta e certa, ma su queste immagini stereotipate. Immagini che ovviamente arrivano dai media. Lippmann, nel libro, cita il mito della caverna di Platone: secondo lui, il nostro presente non è tanto diverso da quello degli uomini incatenati nella caverna che osservano le ombre proiettate dal fuoco su una delle pareti.

Schema del Mito della Caverna

Si pensava che più informazione avrebbe reso l’opinione pubblica più informata e cosciente, quindi più in grado di muoversi all’interno del sistema democratico. Ma non stato così: più informazione, oltre che ad una minima parte di partecipazione civica più consapevole, ha portato piuttosto più rumore, più critica non costruttiva e addirittura più ignoranza. La soluzione di Lippmann è di creare dei “comitati’’ di esperti per ogni area di governo: questi esperti, dopo un’accurata analisi dei fatti, dovrebbero informare il governo ufficiale e i cittadini. Ma ciò non ha l’aria di una democrazia quanto di una tecnocrazia, se non di un’oligarchia.

Lippmann temeva soprattuto che i cittadini avrebbero abbandonato il dibattito costruttivo lasciandosi alla mera propaganda. É quello che è successo, ma le democrazie attuali sono sopravvissute abbastanza bene durante l’ultimo secolo.

Come si può spiegare? Sebbene parte della proiezione di Lippmann si sia avverata, il mondo democratico ha continuato a resistere, diventando più stabile, più democratico, spesso più giusto. – A spese di chi e di cosa, si tratta momentaneamente di un altro discorso. Una cosa che si può imparare da Lippmann è che nella sua ansia di risolvere il problema dell’opinione pubblica non abbia notato che il problema non era assolutamente nuovo, anzi. L’ignoranza della “massa’’ non è un’eccezione, in democrazia, quanto piuttosto la regola. Per quanto le decisioni degli aventi diritto di voto spesso non sembrino le migliori, il sistema ha dato prova di avere un’incredibile capacità di resilienza – molto meglio dei sistemi non democratici, che portano inevitabilmente alla corruzione e all’oppressione.

Sana propaganda pro-Brexit

L’ondata anti-democratica può essere considerata come un momento reazionario che deriva dalla sopravvalutazione della minaccia alla democrazia. Come scrive Illing, per quanto la Brexit e Trump siano stati degli shock, sono solo alcune delle dimostrazioni di un problema che tocca le società da secoli, e che continuerà a farlo. ll sistema democratico ha sopportato ben di peggio.