Giovane emiliano precipita e muore mentre stava camminando sospeso su una fune ad alta quota

Le emozioni generate da uno sport estremo possono influire sulla nostra personalità? E, in che modo il mito di Icaro può aiutarci a comprenderle?

1421

Nella giornata di venerdì, Matteo Pancaldi, trentenne modenese appassionato di “slacklining”, è morto mentre stava camminando su una fune sospesa nel vuoto sui Monti Lessini, le montagne al confine tra il Veneto ed il Trentino Alto Adige. Per cause sino ad ora ignote, il giovane sarebbe precipitato per un malfunzionamento del sistema di sicurezza. Inutili i soccorsi dell’eliambulanza e del Soccorso Alpino. Ora toccherà ai carabinieri di Trento indagare sull’accaduto.

Lo “slacklining”

L’incidente è avvenuto mentre il giovane stava camminando nel vuoto all’altezza dei Denti della Sega, tra il Passo delle Fittanze e Sega di Ala, a circa 1400 metri di altitudine. I medici, in seguito alla caduta di oltre 200 metri, una volta giunti sul posto, non hanno potuto far altro che costatare il decesso.

Lo “slacklining”, così viene chiamato lo sport estremo che ha strappato la vita al malcapitato, è divenuta un’attività indipendente solo negli anni ottanta. Esso prevede una camminata in equilibrio su una fettuccia (in inglese “slackline”) di uno spessore che può variare tra i 2,5 e i 5 cm, montata fra due punti di ancoraggio (solitamente alberi). Differisce dall’arte del funambolismo per il tipo di supporto e per il non utilizzo del bilanciere.

Negli ultimi vent’anni lo “slacklining” sta ottenendo sempre più consenso tra gli appassionati. Adrenalina e panorami mozzafiato sono solo alcuni dei motivi che spingono gli sportivi a compiere imprese tanto rischiose, da alcuni considerate come scellerate.

 

La caduta di Icaro

La tragica impresa del giovane modenese ricorda, per alcuni aspetti, il mito greco di Icaro.

Per fuggire dal labirinto della città di Cnosso, Dedalo, padre di Icaro ed abile inventore, costruì delle ali utilizzando piume di uccello, incollate al corpo con della cera. Nonostante i ripetuti avvertimenti del padre di non volare troppo alto, una volta spiccato il volo, Icaro, trasportato dall’entusiasmo, si avvicinò troppo al sole, causando la fusione della cera e precipitando così nel mare, dove vi trovò la morte.

A questo punto, è quasi naturale chiedersi cosa spinga gli amanti degli sport estremi a stare sul filo del rasoio, come sospesi tra la vita e la morte. E, in che modo l’adrenalina e il ritmo cardiaco accelerato possono diventare una sorta di stupefacente naturale?

È possibile che ciò che spinga gli sportivi a praticare sport estremi sia il cercare di superarsi, e con loro stessi, superare pure i propri limiti. Il limite, essendo qualcosa che imbriglia in un confine, ha come connotato naturale il tentativo da parte dell’uomo di superarlo o, quanto meno, di studiarlo per poi cercare di superarlo. I greci, in questi contesti, utilizzavano il vocabolo greco “hyrbris” per parlare del sentimento che spingeva gli uomini a cercare di superarsi e andare, in qualche modo, contro natura, fino ad arrivare a cercare di identificarsi con gli stessi dei.

Quello che è successo al malcapitato emiliano non ha sicuramente nulla a che vedere con la tracotanza nell’accezione negativa narrata nelle tragedie e nei poemi epici greci, ma è sicuramente curioso cercare di entrare nella mente di coloro che cercano di superare, anche solo attraverso uno sport, i propri limiti.