La nostra è l’epoca in cui il valore cede il passo alla logica dell’accumulazione frenetica. Non conta il cosa (o il come), conta il quanto (o il quando). Non è solo l’All You Can Eat, è bensì l’intero sviluppo neocapitalista a muoversi sempre in avanti, mai in profondità. Del resto, cosa può la logica del valore assoluto contro chi ci offre l’infinito a pochi spiccioli? Ma che infinito è quello che rinuncia al valore delle cose e punta tutto sulla quantità?

Quando è nata la cucina giapponese, tanti secoli fa, era legata allo shintoismo, una religione che insegna che Dio è dappertutto: nell’acqua, nei frutti, in ogni chicco di riso. Mangiare è per i giapponesi dunque soprattutto gratitudine. “Itadakimas” (grazie per il cibo che riceviamo) è la “formula” con cui aprono i pasti. La loro tradizione culinaria vuole che ogni piatto contenga 5 colori: bianco, nero, rosso, verde-blu, giallo. E ogni menù, composto da più piatti, deve comprendere 5 gusti: salato, dolce, acido, amaro, “umami” misto fra morbido e pungente. E nel menù ci devono essere 5 tecniche: cottura in umido, grigliato, fritto, a vapore e crudo. Ma negli ultimissimi decenni la tradizione orientale si è immessa nelle logiche occidentali del consumo, sintetizzabili in quattro parole: All You Can Eat. E così accade che la sacra arte culinaria giapponese si trasformi in una semplice offerta di mercato. Un’offerta che sembrebbe perfetta. Sai in partenza quanto pagherai (poco), puoi abbuffarti di cibo giapponese, ed esci sazio e felice. Agli All You Can Eat diamo il meglio del peggio di noi: partono gare, sfide a chi mangia di più, e si arriva addirittura a sbriciolare il riso nei tovaglioli e nelle tasche pur di non pagare la famigerata penale. C’è senza dubbio di mezzo la questione economica: con 20 euro mangio il doppio o forse tre volte quel che mangerei con gli stessi soldi ma alla carta. Un interessante studio condotto nel 2008 dalla Cornell University di New York per investigare gli effetti economici di una diminuzione dei prezzi per una formula All-You-Can-Eat sulla pizza ha rivelato che i consumatori tendono a mangiarne meno fette nel momento in cui pagano meno. Una dinamica dalla quale i ricercatori hanno concluso che gli individui prendono le proprie decisioni di consumo alimentare secondo il proprio senso del valore e non l’appetito effettivo. Non è dunque (solo) questione di appetito: è l’impulso a fuggire la sazietà, o quantomeno a spostarla un po’ più avanti. In avanti, mai in profondità.

Pare che i primi buffet all you can eat siano stati sperimentati in America: Herbert Herb Cobb McDonald li ha fortemente voluti e sponsorizzati in tutti i casinò di Las Vegas, a partire dalla mezzanotte. E da allora sono diventati un modello. E dunque i maestri del sushi, complice l’intramontabile gusto europeo per l’esotico, offrono la possibilità di una tale esperienza. Ma questa andrebbe sempre ricondotta a quella secolare tradizione che la sostanzia e le attribuisce senso. Quelle che per noi sono solo sfiziose polpette di riso e pesce crudo dalle forme più disparate, in patria hanno un significato connesso allo scorrere delle stagioni e, in generale, ad una certa ritualità. Un puro, “gratuito”, formalismo che non ha (più) analoghi in un Occidente in cui siamo bombardati da forme anziché viverle nella loro essenza. Così mangiare il sushi secondo la tradizione è ben altra cosa rispetto alla spettacolarizzazione che esso subisce qui in Occidente. Quel che conta è andare sempre in avanti, mai in profondità. Sarà la voglia di riempirsi come riscatto da una crisi che svuota tutto. Ci si riempie lo stomaco senza svuotare il portafoglio, il solo metro è la dismisura, l’unica categoria è l’enormità. È seguire quella logica che Hegel ha chiamato della “cattiva infinità“. L’infinito del “+1”. Per Hegel il “vero infinito” aveva a che fare piuttosto con la qualità, quel significato in grado di tenere insieme i finiti pur nelle loro differenze. Hegel parla del cattivo infinito in più luoghi della sua opera. In particolare, in una lunga nota della “Scienza della logica” lo definisce come “continuo sorpassare il limite, che è l’impotenza di toglierlo e la perenne ricaduta in esso”. “Il pensiero soccombe, si finisce colla caduta e le vertigini”, generate dalla “noia della ripetizione”. “Cattivo infinito” è continuare ad aggiungere, accumulare, ricollocare il senso in un’alterità che è comunque un qualcosa di finito, rinunciare alla qualità in funzione della quantità, illudersi di poter facilmente trovare soddisfazione nel prossimo uramaki, mandato giù esattamente come il precedente.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Un concetto, quello di infinito, che i Greci ripugnavano. L’idea che qualcosa si reiteri o si espanda indefinitamente, che non abbia limiti o confini e che sia smisurato, fa a pugni con la ragione filosofica, con il tentativo cioè di imbrigliare l’essere e di comprenderlo. Già il nome greco di infinito ha una connotazione essenzialmente negativa: “l’àpeiron” è ciò che non ha termine, nel senso però di incompiuto, dunque di imperfetto. Lo smisurato è anche ciò che non può essere determinato/pensato, ciò che non ha forma e che dunque sconfina nell’insensato. Così la nostra società del capitale e dell’iperconsumo, con la sua logica accumulatrice e di progressus (che sia invece regressus?) in infinitum, è per i Greci una società del tutto irrazionale e destinata all’autodistruzione. Un pozzo senza fondo, il continuo superamento del limite, un cattivissimo infinito. Perché, in barba alle capacità e alla salute dei nostri stomaci, ciò che ci attrae dei cosiddetti “AYCE” è l’illusione di non avere limiti. Cercare l’infinito nel finito, l’illimitato nel limite. L’illusione di poter mangiare sushi all’infinito è un’illusione preziosa. Anche a costo di uscirne costipati.

Tommaso Ropelato