L’operazione ‘Quinta Bolgia‘ ha prodotto risultati notevoli. Arrestate ventiquattro persone coinvolte con la ‘Ndrangheta, dodici in carcere e dodici ai domiciliari, tra queste anche l’ex sottosegretario e parlamentare del centrodestra Pino Galati, con le accuse di falsità ideologica, abuso d’ufficio e peculato. 

mafia
Pino Galati,ex sottosegretario e parlamentare del centrodestra

Quinta Bolgia

Di stampo decisamente dantesco il nome dell’Inchiesta che ha scardinato il grumo di interessi che orbitava dentro l’Asp di Catanzaro. Come i barattieri, immersi nel lago di pece bollente e torturati dai diavoli, come narra Dante nel decimo Canto dell’Inferno, anche i ventiquattro individui immischiati in questioni di ‘Ndrangheta subiscono finalmente una condanna. Molto meno sadica e radicale, limitata al carcere o ai domiciliari, ma pur sempre una condanna. Al centro delle indagini, l’ospedale di Lamezia Terme, la struttura sanitaria era completamente in mano alla cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, dal trasporto del sangue, alla gestione delle onoranze funebri, con due gruppi imprenditoriali, Putrino e Rocca che si aggiudicavano tutte le commesse. Chi fungeva da intermediario e collante tra il gruppo criminale e quello imprenditoriale, secondo la procura di Catanzaro, era proprio Pino Galati insieme al consigliere comunale Muraca. In ospedale, le due società avevano instaurato un regime di terrore, con medici e infermieri ridotti al silenzio, sotto il controllo dei dipendenti dei due gruppi mafiosi che possedevano le chiavi di alcuni reparti e del deposito farmaci e consultavano impunemente anche i computer, per accedere ai dati sensibili dei pazienti, instaurando un vero e proprio monopolio. La banda è stata sgominata, la truffa svelata ma è solo una vittoria, la strada è ancora lunga.

Come può un’organizzazione nascosta così in bella vista, alla luce del sole, con effetti evidenti e conosciuti continuare ad insinuarsi nelle nostre vite, a controllare in maniera subdola e scaltra strutture e sovrastrutture della nostra società?  mafia

La Mafia che sopravvive

Per Mafia, in senso lato, s’intende una qualsiasi organizzazione criminale che impone la propria volontà con mezzi spesso illeciti, per conseguire interessi privati, inficiando talvolta quelli pubblici. Entrando più nello specifico è riduttivo parlare di semplice criminalità organizzata, nella misura in cui la Mafia pone se stessa nella forma di uno Stato dentro lo Stato, come organo che sopperisce illegalmente lo Stato nelle sue mancanze, che colma le lacune e ottiene in tal modo, seguaci e profitti. E’ un fenomeno ampio, che inizia la sua storia nel XVI secolo dove si presenta come braccio armato della nobiltà feudale, per la repressione delle rivendicazioni dei contadini. Acquisendo sempre più potere instaura rapporti con la politica, in una dinamica di scambio di voti per favori e afferma il suo dominio su territori sempre più vasti, garantendo protezione con mezzi illeciti. Dall’Unità d’Italia fino agli anni cinquanta ‘Cosa Nostra’ si insidia tra i proprietari terrieri acquisendo potere dai monopoli agrari, spostandosi poi, negli anni sessanta, nei centri urbani, in veste imprenditoriale e nel ’70 nel mondo della finanza, accrescendo in maniera graduale e continua il proprio potere. La Mafia ha la struttura di una società segreta, nella quale si entra attraverso un rito di affiliazione e che resta stabili nel tempo in determinati territori. Si incardina sull’omertà e sul rispetto incondizionato delle regole e vi si accede tramite riti iniziatici e giuramenti indissolubili. Un vero e proprio sistema di potere, con una ramificazione gerarchica definita, all’apice della quale si trova il Boss, affiancato da un consigliere e disposto di un vero e proprio esercito di seguaci, con ruoli più o meno importanti. I capi-mafia sono definiti uomini d’onore, persone rispettabili: ricevono le denunce al posto delle autorità, risolvono contrasti familiari ed economici, chiedono ed ottengono voti per un dato candidato che, una volta eletto, ricambierà l’appoggio concedendo favori alla cosca infettando l’amministrazione pubblica e il sistema della giustizia, creando una dinamica di scambio in cui al favore corrisponde il favore. In questo modo l’organizzazione si crea la sua ragnatela di comunicazioni e di conoscenze che rende impossibile la sua effettiva dissoluzione. Una malattia ormai troppo diffusa per poter essere curata.mafia

Hegel e le relazioni mafiose

La dinamica che sta alla base della fedeltà dei servitori di ‘Cosa Nostra’ non è poi così lontana da quella che Hegel definisce nella ‘Fenomenologia dello Spirito’ come dinamica servo-padrone. L’Autocoscienza, accortasi che nel rapporto con l’oggetto non poteva soddisfare il suo bisogno, entrando in un circolo vizioso di appetito mai totalmente appagato, si pone di fronte ad un’altra autocoscienza, ad un altro soggetto, per dominarlo e ricevere da esso il proprio riconoscimento. Per definirsi, l’Autocoscienza, ha bisogno che l’altra la riconosca come tale, solo controllando l’altra autocoscienza, facendola dipendere da noi, possiamo riceverne un’immagine di noi stessi che sia a sua volta sotto il nostro proprio controllo e dominio, e che dunque ci confermi nella nostra autonomia e identità. Il rapporto conflittuale tra le due autocoscienze non porta mai alla distruzione totale di uno
dei rivali (se così fosse non potrebbe esserci riconoscimento), bensì all’asservimento, ad un rapporto di sottomissione di uno all’altro, al prendere possesso in forma di schiavitù dell’autocoscienza antagonista: un’autocoscienza diventa padrona, l’altra schiava. Secondo Hegel diventa padrona l’autocoscienza che è disposta, nella lotta, a dare la vita per il proprio riconoscimento, l’altra, che cede alla paura della morte, sarà serva. Quello che c’interessa è il tema del riconoscimento, la matrice della dialettica servo-padrone, che sta alla base anche del contesto mafioso, nella misura in cui chi si affilia a ‘Cosa Nostra’ lo fa, in molti casi, per riconoscersi in qualcosa, per sentirsi definito, per acquisire contenuti, che lo Stato, il contesto sociale, non riescono a garantirgli e che trova in quest’organo spregevole l’ultima spiaggia in grado di essere midollo per la sua anima.

Samuele Beconcini

 

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