Nel 1950 il sociologo David Riesman, nel suo libro “La follia solitaria” scriveva “essere una persona è avere una storia da raccontare, anche se non propria”. Nell’opera il sociologo trattava il problema del conformismo sociale causato dalla crescente paura dell’isolamento insita nelle società moderne. Una settantina d’anni più tardi l’uomo si configurerà come luogo digitale deputato all’espressione dell’identità sociale. Viaggiatore virtuale che annulla la linea di confine fra la vita online e la vita offline, sempre intento a co-costruire la propria identità per impedire alla materia umana di fluttuare irrisolta e consentirle, piuttosto, di godere di una oggettivazione. Una dimensione che, oltre a Riesman, un altro pensatore aveva ben descritto: Martin Heidegger.

Per Heidegger esiste un modo d’essere proprio dell’uomo dovuto al suo vivere in un contesto sociale insieme agli altri: è la dimensione che chiama dell’inautenticità o del “Si” (“si dice”, “si fa”…). Il “Si” rappresenta il conformismo nel quale l’uomo, sciolto l’essere da vincoli quali responsabilità e scelte, in pratica asseconda la tendenza (sempre presente e più o meno evidente) a prendere le situazioni alla leggera in modo tale da evitare il più possibile problemi indesiderati. Per Heidegger il “Si” fa parte del nostro essere quotidiano e ci è indispensabile per sopravvivere, ma quando questo “mezzo di sopravvivenza” diventa stile di vita, ecco che l’uomo diventa vittima di una delle grandi distorsioni dell’autenticità: la chiacchiera. Nella chiacchiera il linguaggio perde la sua caratteristica più autentica di mirare al raggiungimento di una verità: è il parlare fine a se stesso, ciò che conta non è il valore del discorso, ma la sua diffusione e la sua ripetizione. Le cose stanno così perché così si dice.

L’infondatezza della chiacchiera non è un impedimento per la sua diffusione pubblica, bensì un fattore che la favorisce. La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile”. (M. Heidegger, “Essere e tempo”, §35)

Si pensa, si dice, si fa. Oggi diremmo si condivide, si lascia un like, si re-twitta.

Tutto è disperso e molteplice, a pezzi, disarticolato. Parole prive di voce, azioni senza agente. A chi appartiene tutto ciò?  Heidegger spiega che nella ricerca di questo, il movimento impazzisce, si affretta e consuma il tempo, assorbendolo quasi integralmente entro un agire senza sosta. Di tutto questo agire si deve parlare, per dare voce alla frenesia vorticosa che fagocita ogni essere, lasciandone disperdere la possibilità. Ma il parlare non ha voce: è un’eco che scaturisce dal movimento stesso, seguendone il corso. Tutti sono drammaticamente equivalenti. L’essere proprio del singolo è assorbito interamente nel modo di essere degli altri.

Ce la spassiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso.” (M. Heidegger, “Essere e tempo”, §27)

Si va formando un’opinione pubblica che oscura tutto nel risaputo. Ciò che conta allora è solo la diffusione e la ripetizione del discorso stesso: il discorrere per discorrere, in quanto tale. L’accelerazione con cui il discorso si diffonde è direttamente proporzionale allo scarso approfondimento del contenuto che si porta dietro.  Alla chiacchiera si accompagnano l’ovvietà e la sicurezza che l’uomo ha di sé: un darsi per scontato che in fondo svolge un ruolo tranquillizzante, dal momento che fa sì che venga dimenticata la domanda fondamentale sull’esistenza in quanto tale. Eppure, per Heidegger, ma potremmo chiamare in causa anche Kierkegaard, si può parlare di esistenza autentica quando l’esser-ci, soggetto dell’esistenza, compie scelte vere, appunto “autentiche”, quando cioè nelle scelte mette in gioco se stesso (come l’Abramo di Timore e tremore). Viceversa, la non-autenticità sarà caratterizzata da un’assoluta non-originarietà.

Cit. + Copia&Incolla + riflessione: uno semina, l’altro raccoglie. Il post ha avuto un discreto successo, compreso un buon numero di condivisioni. Bene! Peccato che quest’ultime siano il solito deserto.

Così ogni volta che scriviamo due righe lapidarie su Twitter, o magari pubblichiamo una foto su Instagram, diamo libero sfogo alla nostra espressività e un po’ ci mettiamo in mostra. Per sentirci più partecipi del mondo? Per dare un segno della nostra presenza? Per esibizionismo? Siamo i “nati in un mondo intessuto da una connettività cablata, con o senza fili” come espresso da Zygmunt Bauman. Un’identità̀ mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è. Un’identità che in una parola, nell’epoca dei social network, si virtualizza. È importante sottolineare, come Heidegger fa, che nessuno può mai sfuggire definitivamente (e ognuno di noi ne è la prova concreta) alla logica dell’inautenticità e della chiacchiera, anzi non sarebbe neppure desiderabile. Il problema è quando questa diventa un modus vivendi. Infatti, l’inautenticità, il conformismo, altro non sono che atteggiamenti di chiusura al mondo e a sé stessi: solamente di fronte alla scelta, alla forza della volontà e quindi della responsabilità, l’uomo si apre alla realtà e si svela come l’unico in grado di interpretarla. L’uomo non è un luogo comune, ma il luogo proprio dell’accadere dell’essere. Occorrerebbe uscire dal ciarlare tipico di una sensibilità diffusa: da un giudicare senza alcuna riflessione, da un dire che crea soltanto una comunicazione illusoria. Tacere, ogni tanto, senza sentirsi in dovere di “condividere”.

Tommaso Ropelato

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