I risultati delle elezioni comunali: l’ombra dell’astensione e la crisi del centrosinistra

Dei 761 comuni in cui il 10 giugno si sono svolte le elezioni amministrative, ben 75 sono andati al ballottaggio che si è svolto il 24 giugno tra i due candidati di ogni comune che hanno raggiunto il numero più alto di preferenze. Viene infatti eletto al primo turno, quello del 10 giugno, il candidato che ottiene più del 50% delle preferenze; solo in Sicilia, Regione a statuto speciale, si elegge il candidato che supera la soglia del 40% dei voti. In tutti i comuni in cui i candidati non hanno raggiunto la maggioranza assoluta è stato necessario attendere i risultati della seconda tranche elettorale in cui viene eletto il candidato sindaco che prende più voti del suo avversario: nella scheda elettorale del 24 giugno gli elettori hanno trovato pertanto i nomi dei due candidati al ballottaggio, appoggiati dalle liste di cui fanno parte, e hanno espresso la preferenza per uno dei due.

IL PRIMO TURNO

Il voto del 10 giugno era il primo tentativo di fotografare la situazione degli enti locali appena dopo il travagliato insediamento del governo, nato dal “contratto” Lega-M5S. Quel che era emerso dalle elezioni del primo turno è infatti lo specchio della situazione dei principali partiti italiani. I consensi della Lega sarebbero saliti di 5 punti percentuali dalle elezioni del 4 marzo, e di ben 15 punti dalle precedenti elezioni amministrative del 2013, dati testimoniati dalle conquiste del centro-destra che guadagna otto comuni e ne perde solo 3.

Il centro-sinistra, benché non avesse brillato alle elezioni del 4 marzo, avrebbe raggiunto una “magra” consolazione avendo confermato l’insediamento a Brescia e, con alto numero di voti, a Trapani, nell’attesa del ballottaggio del 24 in cui “sperava” di confermare numerosi capoluoghi nelle regioni storicamente più “vicine” all’ala di sinistra. Il partito che, stando ai dati del 10 giugno, sembrerebbe aver perso numerosi consensi rispetto agli ultimi sondaggi è invece il Movimento 5 Stelle che, dopo l’exploit del 4 marzo alle elezioni politiche, avrebbe riscontrato un notevole calo nelle amministrative, a testimoniare l’emblematica volatilità dell’elettorato a 5 Stelle.

In pratica l’unico partito che sembrerebbe essere riuscito ad ottenere un incremento di consensi, nel primo turno del 10 giugno rispetto alla precedente chiamata alle urne, è la Lega di Matteo Salvini, mentre appaiono in difficoltà di legittimazione popolare sia il centro-sinistra che il M5S.

IL SECONDO TURNO

Se il panorama delineato dal primo turno di amministrative ha rappresentato efficacemente la crisi di legittimità dei partiti di sinistra, l’altalenante crescita del M5S e l’importante affermazione politica del segretario del Carroccio, Matteo Salvini, il secondo turno elettorale ha confermato tale scenario. Il campanello di allarme suona stavolta per il centro-sinistra che, avendo vinto in 20 comuni in totale, perde maldestramente in Toscana, dove i candidati “rossi” sono stati eclissati da Lega ed elettorato grillino. La forte sconfitta riapre il dibattito interno alla coalizione di sinistra, facendo balenare l’ipotesi di un radicale ripensamento dell’organizzazione, come afferma l’ex ministro Carlo Calenda; in una posizione meno drastica si pone il segretario Martina che ripone fiducia nella ricostruzione del Partito Democratico. Ad ogni modo a Pisa, Siena e Massa, cioè nei comuni più “fidati”, il PD lascia l’insediamento a sindaci di centro-destra; sintomo questo di un’organizzazione che ha bisogno di essere restaurata al più presto, se non vuole rischiare di essere eclissata da un Movimento 5 Stelle che, nonostante le difficoltà del primo turno, si fa largo in 5 città: vince ad Avellino, ad Imola, altra città con una forte influenza del centro-sinistra.

Come testimoniato dalle elezioni del primo turno, il partito che esce “fortificato” dai risultati delle elezioni amministrative anche al ballottaggio è la Lega che, con la coalizione di centro-destra, conquista ben 28 comuni (di cui 12 al centro-sud) confermandosi prima forza della coalizione che adesso rappresenta la giunta di ben 51 città (prima del voto erano 32). Il resoconto delle amministrazioni nei capoluoghi è questo: 11 al centro-destra, 5 al centro-sinistra, 1 al M5S.

L’analisi dei voti e dei consensi che i cittadini hanno espresso nelle ultime elezioni amministrative conferma quindi il ridimensionamento del Partito Democratico, la “vittoria di Pirro” del M5S il e il trend positivo della Lega. È logico pensare che tali risultati rappresentino il continuum del percorso intrapreso dal nuovo governo insediatosi a giugno; i partiti di Lega e M5S continuano a racimolare voti dall’indietreggiare dell’ala di sinistra che continua a perdere quei consensi che confluiscono negli altri principali partiti. In particolare i voti del Partito Democratico sembrerebbero essere migrati incessantemente negli ultimi anni sia nella corrente di destra che nel gruppo di astensione. Il 18 % raggiunto alle elezioni politiche del 4 marzo è il punto più basso mai raggiunto dal PD nella sua storia istituzionale: nelle elezioni regionali del 2015 prese il 25% mentre alle elezioni Europee del 2014 arrivò addirittura al 40%. Per quanto riguarda le elezioni politiche, nel 2008 prese il 33% dei voti mentre nel 2013 arrivò solo al 25%. Avvento di nuovi populismi vicini alla corrente di destra? Delegittimizzazione dei leader del partito? Inefficaci politiche e riforme di governo? Qualunque sia la causa del repentino “malfunzionamento” del partito democratico e, in generale, dei grandi partiti che si sono alternati al governo nella seconda repubblica italiana, la conseguenza è la continua e decisa affermazioni dei nuovi partiti che si discostano dal “vecchio” modo di fare politica, puntando su un linguaggio più vicino agli elettori e su un sentimento di appartenenza al territorio che per certi versi ricorda gli ideali di organizzazioni politiche risalenti all’inizio dello scorso secolo. Il percorso frastagliato ed incerto che si prospetta ai partiti della XVIII legislatura necessita di un maggiore coinvolgimento di tutti i protagonisti politici volto a ricreare una democrazia alle volte sopraffatta da logiche demagogiche o utopiche che non fanno altro che allontanare l’elettorato più consapevole dall’ambito decisionale. A testimonianza di ciò vengono riportati i dati sull’affluenza delle ultime elezioni comunali.

DATI SULL’AFFLUENZA

Grafico che illustra i risultati delle comunali (fonte:

È opportuno porre particolare attenzione ai dati sull’affluenza alle urne, in quanto simbolo della forte instabilità politica di questa legislatura. I dati relativi alle elezioni comunali del 2018 riportati dal ministero dell’Interno riportano che il 61% degli italiani si è recato alle urne in 623 comuni nella prima tornata elettorale (6% in meno delle elezioni del 2013); mente al ballottaggio del 24 giugno i cittadini che hanno espresso la preferenza di uno dei candidati dei 67 comuni sono appena il 48%, cioè 13 punti percentuali in meno rispetto al primo turno. Chiaramente tale orientamento di astensione si reitera anche nelle principali città in cui si è andati al ballottaggio: ad Ancona (dove ha vinto il PD) si è passati dal 55% del primo turno al 43% nel secondo, a Siena dal 63% del primo turno al 56% del secondo, a Massa dal 62% al 54%. Il già alto tasso di astensionismo aumenta perciò nei ballottaggi producendo imprevisti cambi di “bandiera” (non a caso sono 8 su 14 i ballottaggi che hanno ribaltato il trend del primo turno), che indeboliscono ulteriormente l’elettorato storico dei grandi partiti che appare sempre più sfiduciato a partecipare all’attività politica, lasciando così spazio a temi con una presa più immediata e che risultano comprensibili dall’elettorato che diventano appannaggio di partiti come Lega e M5S.