Il giornalista scomparso

Jamal Khashoggi è stato fatto a pezzi da vivo per poi essere decapitato. Questo è ciò che sarebbe emerso dai recenti sviluppi riguardo l’indagine sulla scomparsa del giornalista del Washington Post, avvenuta il 2 ottobre scorso. Il 59enne di origini saudite si sarebbe recato al consolato saudita di Istanbul per finalizzare le carte del matrimonio con la fidanzata di origini turche, Hatiz Cengiz. Lei sarebbe l’ultima persona ad aver visto Jamal da vivo, nel momento in cui varcava i cancelli del consolato. Gli disse che lo avrebbe aspettato vicino all’entrata. “ Okay, darling”, avrebbe risposto lui, prima di girarsi e di entrare nella struttura giallognola. Ma Jamal non sarebbe più uscito dal consolato. Dopo tre ore di attesa, passato pure l’orario di chiusura, Hatiz avrebbe chiesto alla guardia dove si trovasse Jamal. La risposta fu: “Non c’è più nessuno dentro al consolato” . Nessuno di vivo, a quanto pare.

Le accuse sono inevitabilmente cadute sul governo saudita, che da subito ha smentito ogni coinvolgimento. Persino Trump, per proteggere le relazioni economiche vantaggiose del mercato del petrolio americano, avrebbe cercato di difendere il regno di Salman, il principe saudita che sarebbe riuscito a riformare, per quanto possibile, l’Arabia Saudita. “Sono innocenti fino a prova contraria“, avrebbe dichiarato il presidente statunitense.

Jamal Khashoggi, fonte ‘The Daily Beast’.

I fatti

Shakhoggi era un giornalista senza peli sulla lingua e con una mentalità molto distante da quella del suo paese di origine. Era un uomo più all’avanguardia di quanto facesse comodo. Lui stesso, a quanto pare, avrebbe avuto il sentore di essere in pericolo. Pochi giorni prima di andare al consolato avrebbe espresso alla sua fidanzata forti dubbi sulla visita al consolato. Subito dopo le avrebbe detto che cosa avrebbe dovuto fare in caso qualcosa fosse andato storto. Un brutto presentimento che, purtroppo, aveva ottime ragion d’essere: dopo essere entrato alle ore 13.00 nel consolato, ogni sua traccia è andata persa.

Un audio di 7 minuti, recuperato dal quotidiano filo-governativo turco Yeni Safak, sembrerebbe mettere in luce la parte più cruenta della storia. L’audio, oltre che provare la presenza del console Mohammed al-Otaibi sul luogo del delitto, riporterebbe infatti le torture inflitte a Jamal durante i suoi ultimi minuti di vita.

Fatelo fuori di qui, mi metterete nei guai“, si sentirebbe dire al console nell’audio. “Se vuoi continuare a vivere quando torni in Arabia, stai zitto“, gli avrebbe risposto uno degli assassini. Khashoggi sarebbe stato steso su un tavolo e torturato. Gli sarebbero state staccate le dita mentre era ancora in vita e a causa delle urla sarebbe stato sedato. A quel punto, completamente inerme, il dottor Salah Mohammed al-Tubaigy, identificato da una fonte del Middle East Eye, avrebbe cominciato a fare a pezzi il giornalista. Secondo quanto riporta la registrazione, il dottore avrebbe anche suggerito agli altri presenti di mettersi le cuffie per ascoltare la musica, procedendo a farlo lui stesso.

Un protestante si veste come il principe dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Con mani sporche di sangue, protesta con altri fuori dall’ambasciata saudita in Washington, DC.

Come un ‘nuovo’ Giacomo Matteotti

Consapevole era Khashoggi, come consapevole lo fu Giacomo Matteotti. Altro paese, altri tempi, stessa storia: un giornalista che si permise di mettere in discussione lo status quo di un regime dittatoriale e completamente autoreferenziale. Le parole di Matteotti dopo il suo celeberrimo discorso alla Camera, in cui denunciava la validità dell’elezione di maggioranza del partito fascista di Mussolini, furono lapidarie: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me“.

Pochi giorni dopo, il 10 giugno 1924, la sua richiesta era esaudita. Venne rapito a Roma, tenuto in ostaggio e, infine, ucciso. Ancora oggi le prove incriminanti Mussolini per l’esecuzione di Matteotti non sono certe. Una cosa si può però essere sicuri: il movente. Lui era, come lo è stato fino a poche settimane fa Khashoggi, un personaggio scomodo. Curioso, intraprendente, battagliero, veniva chiamato ‘Tempesta’ dai compagni. Giornalisti così, si sa, non hanno vita facile. Né longeva.

Giacomo Matteotti

La libertà di stampa

Mentre ancora si attendono chiarimenti sulla ‘misteriosa’ dipartita di Jamal, associazioni come Amnesty International si sono mosse per denunciare la minaccia che l’Arabia Saudita pone alla libertà di stampa. Nella petizione ‘Dove si trova Jamal Khashoggi?‘, l’organizzazione internazionale scrive: “Amnesty International ha documentato un sempre più intense inasprimento nei confronti della libertà di espressione, associazioni e assemblee pacifiche in Arabia Saudita da settembre dell’anno scorso, inclusi gli arresti e le continue detenzioni senza accusa di importanti dissidenti a difesa dei diritti umani delle donne”.

Ancora due anni fa, l’Osservatorio dei Diritti denunciava il silenzio dell’Europa davanti alla mancanza di libertà di stampa in Turchia come qualcosa di ‘sconcertante‘. Ora, di fronte a questo nuovo caso di libertà mutilata, di diritti ignorati e di vite stroncate, occorre mandare un messaggio forte. Chi meglio di Hatiz Cengiz, che avrebbe dovuto diventare a breve Hatiz Khashoggi, per farsi voce di questo messaggio di denuncia:

Jamal aveva fatto sentire la sua voce contro l’oppressione, ma ha pagato con la vita per la richiesta di libertà del popolo saudita, Se è morto, e spero che non sia questo il caso, migliaia di Jamal nasceranno oggi, nel giorno del suo compleanno. La sua voce e le sue idee si riverbereranno, dalla Turchia all’Arabia Saudita, e attraverso il mondo. L’oppressione non dura per sempre. I tiranni prima o dopo pagano per i loro peccati”

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