Gli stoici dicevano che ci si deve applicare a sé stessi, “ritirare in sé stessi e lì dimorare”. Figure come Seneca e Marco Aurelio sono lampanti esempi. Il loro svariato scrivere assumeva ruolo quasi terapeutico: annotare riflessioni su sé stessi da rileggere in seguito, comporre lettere indirizzate ad amici per aiutarli, tenere taccuini: tutti strumenti fondamentali per tenere viva la propria interiorità.  Quello scrivere a mano, cancellare e rivedere che oggi ci appare tanto lento. Ma era proprio quella lentezza a permettere il fluire dei pensieri, così meglio accompagnati e plasmati. Più che farci evadere, lo scrivere è processo che ci rende più profondi, che permette di dimorare, appunto, in sé. E la solitudine era elemento indispensabile.

Un processo oggi che, se non del tutto smarrito, ha subito un totale ribaltamento. Le “lettere a Lucilio”, i diari di oggi sono i social dove ognuno ha il dovere di esternare sentimenti, sensazioni, problemi estemporanei. La sfera domestica, da sempre luogo d’intimità, diventa ora un mezzo per mettere in piazza problemi privati. La solitudine abitudinaria che l’attuale sistema sociale ed economico comporta fa si che le persone, pur di coltivare “appieno” un bisogno naturale di relazioni, si riflettano in “comode e veloci” – ma di fatto solitarie – “comunità virtuali”, dove si ha molta più apparente possibilità di “partecipare” alla vita pubblica e dove si può perfino decidere di non essere se’ stessi. Molti vivono la loro vita per poi raccontarla sui social. La condivisione di problemi e pensieri privati è stata elevata a virtù civica, uno dei pochi mezzi per offrire alla collettività un senso di coesione. Siamo diventati tutti “es-posti”, cioè “posti fuori da noi”, cosicché la nostra identità corrisponde a ciò che di noi viene detto. Il Narciso contemporaneo, trovandosi di fronte alla propria immagine riflessa nell’acqua, non si spende più per afferrarla annegando nell’acqua, ma cerca altri volti con i quali scambiare emozioni, sguardi, parole.

Zygmut Bauman parla, in riferimento alla comunità umana del ventunesimo secolo, di una “società confessionale”, del suo avvento che “ha segnato il trionfo definitivo di quella invenzione squisitamente moderna che è la privacy – ma ha anche segnato l’inizio delle sue vertiginose cadute dalla vetta della sua gloria. (…) La segretezza, per così dire, traccia e contrassegna i confini della privacy, essendo quest’ultima la sfera destinata ad essere propria, il territorio della propria sovranità indivisa, entro il quale si ha il potere totale e indivisibile di decidere “che cosa sono e chi sono”. In una sorprendente inversione a U rispetto alle abitudini dei nostri antenati, però, abbiamo perso il fegato, l’energia e soprattutto la volontà di persistere nella difesa di quegli insostituibili elementi costitutivi dell’autonomia individuale. Quel che ci spaventa al giorno d’oggi non è tanto la possibilità del tradimento o della violazione della privacy, quanto il suo opposto, cioè la prospettiva che tutte le vie d’uscita possano venire bloccate. A quanto sembra non proviamo più gioia ad avere segreti, a meno che non si tratti di quel genere di segreti in grado di esaltare il nostro ego attirando l’attenzione dei ricercatori e degli autori dei talk-show televisivi, delle prime pagine dei tabloid e delle copertine delle riviste su carta patinata. (…).” Il nostro esistere è esibire, è mettere perpetuamente il proprio io sulle vetrine dei social. Ciò si traduce in un continuo affannarsi non per sé stessi, ma per ciò che gli altri vedano di noi, ossia un’immagina edulcorata, illusoria, fasulla. Si crea un assurdo e innaturale mercato delle emozioni, si desertifica l’affettività. A proposito di relazioni umane sul web, sempre Zygmunt Bauman, nel suo libro “Gli usi postmoderni del sesso”, scrive proprio degli indebolimenti dei rapporti umani sulla rete: per lui, ad esempio, il sesso, l’amore e l’erotismo dovrebbero essere tutti vissuti in una relazione stabile ma soprattutto concreta, solo che nel web le due cose si dividono, anzi si contendono lo stesso territorio fino a farsi la guerra l’una con l’altra. Bauman parla anche di “collezionisti di emozioni”: dato che abbiamo bisogno più che mai di emozioni visto il sistema economico e produttivo delirante e “numerico” – in pratica un modello senz’anima – non ci resta altro che farne incetta e ciò solo per dare un volto alle nostre fragili e spaventate.

Il nuovo Narciso poi in questa nuova società confessionale ha sempre meno per modello quello familiare o dell’insegnante, quanto più quelli evanescenti prodotti dallo spettacolo: le “celebrities”, persone capaci di accumulare notorietà. Eppure, come sottolinea lo psicoanalista italiana Luigi Zoja, “per il pubblico è difficile dire perché una celebrity è tale. Un giorno è apparsa sul media, ha bucato lo schermo. Spesso dietro quest’immagine sta effettivamente una personalità non comune. Ma degli ideali di un tempo – di Gandhi o Winston Churchill, di Isadora Duncan o Picasso – si sapeva dire perché erano noti. Oggi, invece, la fama sembra conseguenza dell’essere celebrity, ma anche, circolarmente, sua causa. Le celebrities sono prima di tutto espressioni esagerate di sé stesse, soprattutto della propria quasi digitale bellezza, lontana e intransitiva. Picasso aveva prodotto dipinti nuovi, Gandhi una nazione nuova. Le celebrities la propria fama: come il neo-ciclope, sono fini a sé stessi”. È la fama di chi produce lo scandalo. È l’anti-eroe che deve raccontare tutti i risvolti della sua vita intima, anche i più insignificanti, le sue difficoltà e le sue debolezze. Si sgancia da ogni considerazione morale, da ogni giustificazione esterna, una separatezza che genera intorno al “personaggio” un velo di aura che ha come conseguenza il gusto del gossip: la star deve attrarre, vuole essere ammirata e allo stesso tempo deve concedersi in tutta la sua umanità. Così nella mente degli adolescenti, intenti a esplorare e moltiplicare identità personali (o esperimenti di esse) attraverso la plurima rappresentazione di sé, si rincorrono i sogni di poter un giorno emulare tali personaggi.

Tommaso Ropelato