Il tempo nella storia, prima di Einstein

Se qualcuno non mi chiede cosa sia il tempo, io so cosa è. Ma se qualcuno mi chiede cosa sia, non lo so più”, diceva Sant’Agostino ai suoi discepoli quando gli ponevano l’arduo interrogativo. Il religioso, originario dell’attuale Algeria, affidava l’esistenza del tempo alla stessa esistenza dell’uomo, prima di lui, esso non aveva senso di esistere. Si tratta di un concetto legato strettamente all’essere umano, il quale è l’unico in grado di misurarlo e di scandirlo in passato, presente e futuro. Qualche secolo più tardi, tra il Settecento e l’Ottocento, Immanuel Kant uno dei protagonisti assoluti dell’esplosione illuminista di quei anni, criticò aspramente la metafisica definendola “sapere illusorio”, complice anche il fatto che in quel periodo spiritualità e religione diedero spazio alla razionalità e ai “lumi della ragione” affidando carta bianca alla ricerca scientifica. Il filosofo prussiano andrà a definire l’intelletto come scienza assoluta e a indicare i concetti di spazio e tempo come forme a priori della nostra conoscenza, il primo governa i fenomeni esterni ordinando i fatti mentre il secondo governa la nostra esperienza interiore. Motivo per cui le esperienze esterne, di qualunque tipo,  vengono “assorbite” attraverso la memoria.

Il tempo inizia quindi ad assumere un significato prettamente soggettivo trasformando, in ognuno di noi, ciò che vediamo in qualcosa di fenomenico.

Verso la fine dell’Ottocento, un certo Henri Bergson, andrà a ripescare la dimensione spirituale e interiore che fino ad allora era stata quasi “dimenticata”, andandola ad affiancare al metodo scientifico. Divide così il tempo in due modi diversi: il tempo della scienza e il tempo vissuto. Il primo, classico, è il tempo misurato da strumenti sempre più precisi, più “materiale”. Il secondo invece dipende unicamente da noi, in base alla nostra coscienza quindi, nulla di preciso o matematico.

Il tempo nella storia, durante e dopo Einstein

A inizio Novecento, l’immenso Albert Einstein, ci fa capire come la distinzione tra passato, presente e futuro fosse molto incompleta, rivoluzionando per la prima volta dopo Newton il concetto di tempo. C’è molto più che il presente infatti, una sorta di intermezzo che collega passato e futuro ma nel cui c’è il nulla, motivo per cui la frase “un determinato istante di tempo” nell’Universo, non ha alcun senso. Qui sulla Terra è perfettamente trascurabile questo intermezzo, però esiste in ogni azione che compiamo: mentre parlo ad una persona a un metro di distanza o mentre chiamo un amico dall’altra parte del mondo, non siamo mai simultanei e tra noi ci sarà sempre questa sorta di “divario” della durante di pochi millesimi di secondo. Riusciamo a comprendere questo divario nelle comunicazioni extraterrestri se provassimo a comunicare con il nostro amico che però si trova casualmente su Marte. Il nostro messaggio arriverebbe a lui con 15 minuti di “ritardo”, cioè questa fase a cavallo tra passato e futuro.

Anni dopo, l’italiano Carlo Rovelli lavorò alla sua teoria denominata “gravità quantistica a loop” descrivendo solamente il movimento delle cose l’uno con l’altra e sostenendo quindi che il concetto stesso di “tempo” non esiste. Ritornando anche se non totalmente alle idee di Kant. Questo perchè avendo già capito che il tempo dipende unicamente dalle cose che accadono, diventa qualcosa molto più grande di noi che non ha più alcun collegamento con la nostra intuizione di tempo. Diventando, così, fondamentalmente inutile.

Potrà mai esistere una definizione sempre vera?

Nonostante la mole di conoscenza sul tempo che la fisica ci ha fornito nel corso degli anni, i cambiamenti di rotta e i paradossi vari, una definizione di “tempo” sicura al 100% non esiste ancora. È forse qualcosa di troppo grande per noi, qualcosa che forse è meglio non conoscere nella sua interezza. Però, come afferma appunto Carlo Rovelli: “Spero proprio che la fisica non arrivi a esaurire le domande. Sarebbe noioso poi”.

 

William Mongioj