Gli scienziati cognitivi Steven Sloman e Philip Fernbach sostengono che l’intelligenza individuale sia sopravvalutata e che il modo migliore per imparare sia pensare insieme agli altri: “quello che succede tra le nostre orecchie è straordinario, ma dipende strettamente da ciò che accade altrove”. E se, spingendosi oltre, l’intelligenza individuale non esistesse proprio (e se forse non esistesse nemmeno qualcosa come “un individuo”)? Quando dico “io penso che”, che cosa sto esattamente dicendo?

Il primo marzo del 1954, gli Stati Uniti sganciarono sull’atollo di Bikini, nelle isole Marshall, una bomba a fusione termonucleare trecento volte più potente di quella sganciata su Hiroshima nel 1945. L’operazione, chiamata in codice “Castle Bravo”, si risolse nel più grave incidente nucleare mai accaduto prima, perché la potenza della bomba risultò non di trecento, ma di mille volte superiore a quella di Hiroshima. Uno dei suoi principali componenti, il litio-7, di cui evidentemente gli scienziati non conoscevano a sufficienza le proprietà, innescò una serie di reazioni che ne triplicarono l’energia. Nel giro di pochi minuti, il fungo atomico raggiunse un’altezza di 40 km, per cui la nube fu soggetta a venti di una forza e direzione del tutto impreviste dagli esperti che ne dovevano calcolare lo spostamento.

Sloman e Fernbach aprono il loro saggio ‘The Knowledge Illusion: Why We Never Think Alone‘ (in italiano “L’illusione della conoscenza”) con il racconto di questa tragedia: siamo molto più ignoranti di quanto crediamo e, assai più grave, siamo presuntuosi e la combinazione della nostra arroganza con la potenza della nostra tecnologia è molto pericolosa: è davvero difficile capire come funzionano gli strumenti che usiamo, mentre usarli è sempre più facile. Allo stesso modo, la tecnologia permette in poco tempo di creare movimenti d’opinione e certezze condivise, non necessariamente fondate su contenuti di verità. Un saggio che cerca di capire dunque come, nonostante questa sua diffusa e pericolosa ignoranza, l’uomo sia riuscito a sopravvivere durante il corso dei millenni. Gli autori affermano l’esistenza di un paradosso: il pensiero umano è molto efficace quando si tratta di agire nel mondo ma nello stesso momento non lo è affatto (ad esempio quando si tratta di capirlo). Se chiediamo di disegnare una bicicletta, molti di noi non saprebbero disegnarla correttamente e la copertina del libro (l’immagine di una bicicletta dove manca l’unione tra asse dei pedali e ruote) è un esempio di come non ricordiamo e non conosciamo affatto l’uso di oggetti comuni. Sloman e Fernbach ci spiegano che l’uomo è un essere sociale e che di conseguenza non è la singola intelligenza a fare la differenza, bensì l’unione di varie intelligenze. In sostanza il cervello umano si sarebbe evoluto nella maniera più parsimoniosa possibile, quel tanto che basta ad assicurare a ogni persona un miglioramento del proprio stato. Di conseguenza, ogni individuo è un pensatore relativamente limitato e immagazzina nella propria testa un numero piuttosto piccolo di informazioni. A fare la differenza sarebbe proprio l’interazione con altre persone e dunque la messa in comune, anche inconsapevole, di conoscenza. Il fatto di essere “animali sociali” ha pertanto influenzato in modo molto significativo l’evoluzione del nostro cervello.

È ormai al giorno d’oggi luogo comune che le persone siano generalmente ignoranti. Parlano senza informarsi, votano senza afferrare le conseguenze delle proposte politiche, parlano di vaccini benché prive delle necessarie nozioni scientifiche. Un’ ignoranza che secondo Sloman e Fernbach non è dovuta alla troppo semplice possibilità di accedere a conoscenze assai specialistiche (senza avere però un’adeguata preparazione di base), quanto più ad una nostra condizione intrinseca. L’umanità è dunque stupida? No, semplicemente l’intelligenza e la conoscenza hanno un carattere collettivo. Siamo simili ad un alveare. Nessuno sa come funziona un frullatore, perché non ne ha bisogno: qualcun altro lo ha progettato per lui ed ha escogitato modi affinché potesse usarlo con facilità. In una società aperta ciascuno offre agli altri ciò che sa fare meglio. Ci crediamo intelligenti ma non sappiamo come funziona il water (seppur si basi su un concetto elementare come quello dei vasi comunicanti). La nostra mente può immagazzinare al massimo mezzo byte di memoria e quindi la conoscenza non avviene attraverso la memoria se non in piccola parte: imparare intere poesie come facevamo a scuola non è sinonimo di intelligenza e non aiuta a vivere meglio. La connessione tra causa ed effetto, riconoscere le funzioni basilari di comportamenti scientifici, selezionare le cose importanti, riuscire a comunicare con l’ambiente che ci circonda, scambiare informazioni con gli altri: queste sono buone pratiche per elaborare conoscenze nuove ed utili per la società. Lo sviluppo della società non nasce dal singolo individuo, ma dal sapere comune, per questo quando crediamo di pensare da soli, in realtà siamo sempre influenzati da conoscenze condivise, da pensieri riportati di cui crediamo di conoscerne le fondamenta.

Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza“ scriveva Stephen Hawking: ragioniamo, affermano gli autori, secondo «una mentalità da branco», in cui prese di posizione molto forti non si fondano su una altrettanto forte conoscenza dell’argomento. «Portata alle estreme conseguenze, proseguono, l’impossibilità di renderci conto di quanto poco comprendiamo, combinata con il sostegno della comunità, può innescare meccanismi sociali veramente pericolosi».  La nostra presunta conoscenza risiede in gran parte fuori di noi, in quella che gli autori definiscono la “comunità della conoscenza” cui ciascuno appartiene. La mente, dunque, usa il cervello, ma va oltre e comprende «il corpo, l’ambiente e le altre persone», e tutte le fonti d’informazione accessibili. È questa l’origine dell’illusione della conoscenza: noi, infatti, confondiamo quello che sappiamo davvero ed è nella nostra mente, con quello che crediamo di sapere perché si tratta d’informazioni cui abbiamo facile accesso. Noi, la più fragile delle scimmie, dalla testa troppo grande per venire al mondo con la stessa facilità degli altri animali, siamo sopravvissuti e abbiamo prosperato non solo, e non tanto, per l’intelligenza individuale, ma perché abbiamo saputo costituire delle «comunità di cervelli» in grado d’agire insieme, perché siamo in grado di “condividere l’intenzionalità”. Sorge però un pericolo: l’inclinazione alla mentalità da branco unita all’inconsapevolezza della propria ignoranza possono «innescare meccanismi sociali veramente pericolosi… le società possono diventare dei calderoni nel tentativo di creare un’ideologia uniforme, facendo evaporare pensiero indipendente e opposizione politica per mezzo della propaganda e del terrore». Ecco perchè ripartire dal socratico “so di non sapere” potrebbe essere un buon inizio per evitare qualche sciocchezza di cui, poi, sarebbe inutile pentirsi.

Tommaso Ropelato