Un vero e proprio esodo forzato sta avendo luogo nel continente meta per eccellenza dei “cervelli in fuga”. E a differenza di quanto si possa pensare a livello turistico, l’Australia sta mostrando il suo lato oscuro alla comunità internazionale.

El-Barrani, Libia, 10 dicembre 1940. Francesco D’Urbano, recluta dell’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, racconta la tremenda disfatta che stanno subendo le truppe dell’Asse nel pieno deserto libico. Mentre Rommell, “la volpe del deserto”, cerca di coprirsi di gloria, le reclute italiane, mal equipaggiate e mandate a combattere una guerra priva di senso, vengono messe sotto torchio dalla marina inglese. Molti, compreso Francesco, sono costretti alla resa. Catturati dagli Alleati, saranno estradati in campi di prigionia sotto il controllo britannico: chi in Palestina, chi in Algeria, chi in India….e poi c’è l’Australia.

Il racconto di Francesco D’Urbano, rintracciato nel suo diario personale, si interrompe quel giorno del 10 dicembre, ma la storia del suo diario continua. Quest’ultimo, infatti, fu ritrovato da un soldato inglese in Sud Africa, mentre il suo proprietario era imprigionato in India. E per una serie di fatti poco chiari, raggiunse infine l’Australia. Un luogo in cui, dal 1940, erano arrivati circa 17.000 soldati italiani. Mentre alcuni di loro vennero messi in veri e propri “lager”, una maggioranza italiana venne trasferita nelle regioni più floride dell’isola- Galles del Sud, Queensland, South Australia- per contribuire alla semina, al lavoro nei campi e negli allevamenti…un vero e proprio inserimento nel mondo del lavoro australiano. E il tutto veniva retribuito ai prigionieri, ovviamente.

Gli anni passarono, e quando tra il 1946 e il 1950 la percentuale di prigionieri italiani con cittadinanza australiana raggiunse l’80%, il governo anglofono non potè che esserne felice, visti gli introiti che entravano nelle casse dello stato, tramite il versamento delle tasse. E di quei 17.000 soldati, ben pochi decisero di tornare nella penisola, stabilendosi e procreando sull’isola. Ad oggi, sono 800.000 gli italiani, stanziati da generazioni in Australia, che lavorano e pagano le tasse.

Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire. Tristemente, però, pare che il governo australiano attuale sia favorevole al proverbio “la storia si ripete“. Forse anche in maniera esagerata.

I tempi cambiano

Si chiama “No Way” la politica discriminatoria messa in atto dall’Australia contro i flussi migratori che arrivano dall’Asia. La strategia è semplice quanto brutale: si fermano le barche con a bordo gli immigrati e, se queste non tornano indietro, si fanno sbarcare le persone. Sbarcare, si, ma in tutt’altro posto che Sidney o Melbourne.

Si tratta dei campi di prigionia di Nauru e Manus; lì, le risorse scarseggiano, e i detenuti sono lasciati a sé stessi, spesso ridotti alla fame e vittime di soprusi da parte delle forze dell’ordine. A Nauru, secondo le stime di Amnesty International, sarebbero recluse 150 persone da ormai più di tre anni. A quanto pare, l’ondata di razzismo e paura xenofoba che già aveva portato all’annientamento degli aborigeni e ad atti di violenza nei confronti dei “musi gialli”, ancora una volta non accenna a fermarsi.

Un’isola da sogno, si. Ma solo a patto che si appartenga all’etnia giusta. E mentre la comunità internazionale ancora non sa come reagire di fronte a una nazione occidentale e democratica che si diletta nella costruzione di Lager nel Pacifico, i prigionieri di Nauru e Manus scontano la pena di essere nati col colore della pelle sbagliato.

Un sistema, quello australiano, che, si spera, venga smantellato al più presto. Seguendo magari l’idea già messa in pratica nella seconda guerra mondiale nei confronti degli italiani. Un popolo che, come sicuramente ricorderà Matteo Salvini (forte sostenitore della politica del “No Way”), è stato vittima di soprusi, riuscendo a cavarsela solo grazie all’intervento statale di nazioni liberali quale era l’Australia negli anni ’40. Senza ombra di dubbio, in questo caso la frase “la storia si ripete” assumerebbe perlomeno una connotazione positiva.

Meowlow

 

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