A cura di @andrea.cappellari


Sigmund Freud, ne”L’ Interpretazione dei sogni” definisce l’ inconscio una regione atemporale nella quale i processi intersoggettivi si dispiegano liberi dall’autorità della coscienza, una dimensione oscura, imperscrutabile, inaccessibile.

E’ possibile solamente studiarne i segnali e tentare di coglierne i significati, ed è questo il compito della psicoanalisi. E’ curioso però scoprire che il concetto di inconscio non ha nulla a che fare, per quanto riguarda la sua prima teorizzazione, con questa disciplina e che sia, e sia stato nel tempo, un fenomeno da sempre incerto e problematico.

LA QUESTIONE KANTIANA
Siamo alla fine del XVIII secolo, al termine della produzione critica di Immanuel Kant, padre del criticismo e della filosofia trascendentale. Si apre un acceso dibattito tra i proto-idealisti sul concetto di noumeno, antenato dell’inconscio, che Kant considera la vera realtà, la cosa in sè, pura, esistente ma ontologicamente e gnoseologicamente inaccessibile. Questo binomio esistenza/inconoscibilità suona, a ragion veduta, scorretto a pensatori che ritengono il soggetto stesso artefice della vera realtà, che quindi non può aver generato una dimensione inaccessibile. Diverse teorie si dispiegano all’interno di questo dibattito: da citare assolutamente Karl Leonhard Reinhold, filosofo austriaco filo-kantiano che da una collocazione spaziale al noumeno situandolo fuori dal soggetto come realtà ad esso esterna. L’inconscio sta assumendo la sua prima forma: una realtà esistente, inconoscibile, esterna al soggetto. Siamo ancora lontani dalla sua definizione ma rispetto a Kant si sta avanzando, concretizzandone la struttura. La posizione di Reinhold viene criticata da uno dei primi idealisti teorici: Salomon Maimon. A lui si deve una prima interiorizzazione del noumeno, in quanto rifiuta la possibilità di un ente esistente ma inconoscibile, e riduce quindi la rappresentazione di Reinhold ad un prodotto della coscienza, ma identifica in quest’ultima dei contenuti che sembrano essere indipendenti dalla coscienza stessa. Vengono definiti inconsci e non sono altro che prodotti inconsapevoli della coscienza. Con Maimon quella realtà inconoscibile definita noumeno viene per la prima volta collocata all’interno della coscienza, facendosi quindi inconscio.

A cura di @andrea.cappellari

LA CONDANNA DI SHELLING E FICHTE

Secondo le teorie idealiste l’attività soggettiva si divide in ideale, caratterizzata dalla riflessione, e reale che si sviluppa per intuizioni. Quest’ultima è, inoltre, inconscia, inconsapevole ma garantisce alla coscienza di essere essa stessa produttrice della realtà. Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling in “Sistema dell’idealismo trascendentale”(1800) sostiene che l’oggetto, ovvero la materia, la natura, non sono altro che produzioni inconsce dell’Io. Questo carattere inconscio fa si che il soggetto avverta la realtà come qualcosa di dato, di esterno. Shelling descrive il processo attraverso il quale la coscienza assume la consapevolezza di essere essa stessa produttrice del mondo incorporando nell’attività ideale quella reale che ha carattere illusorio in quanto fa percepire, al soggetto, la realtà come esterna, quando invece è il risultato di un attività puramente soggettiva. L’inconscio è quindi un’attività dell’Io che lo rende produttore del mondo. Da questo punto di vista è necessario un riferimento a Johann Gottlieb Fichte, primo filosofo post-kantiano che si spinge verso una filosofia che tende verso l’assoluto ma che si ferma ad essere una filosofia dell’infinito. Fichte si pone all’interno del dibattito sul dualismo kantiano e specializza il concetto di cosa in sé al campo pratico, considerando le conseguenze che l’esistenza del noumeno avrebbe sulla possibilità di agire del soggetto. Nel testo del 1794 “Dottrina della scienza” Fichte descrive i tre momenti che descrivono l’azione dell’Io in rapporto con l’oggetto, che è definito Non-Io, e che è prodotto dal soggetto ma che si oppone di fatto alla realizzazione della sua identità. L’Io di Fichte, essendo puro e infinito ha bisogno di porre un Non-io, opposto a se stesso per determinarsi ma allo stesso tempo viene da esso limitato poiché l’infinità del soggetto entra in rapporto con la finitezza del Non-io e perde la sua essenza e si finitizza anch’esso. L’Io per realizzarsi deve quindi eliminare il Non-io per tornare in sé ma perde così determinatezza e si vede costretto a ricominciare da capo il ciclo. Si nota come per Fichte (e in generale per tutti gli idealisti) il Non-io, che è un prodotto inconscio, si oppone alla realizzazione dell’identità umana. L’inconscio assume quindi il carattere del persecutorio, del perturbante, ed è necessario quindi eliminarlo. In questo modo non si considerano più realtà esterne e indipendenti dal soggetto ma tutto è ridotto alla coscienza, il mondo non può essere costituito che dal soggetto.

A cura di @andrea.cappellari

Solo eliminando il Non-io (inteso come realtà esterna prodotta dall’inconscio) si può giungere al paradigma fondamentale dell’idealismo che vede la coscienza condizione di possibilità della realtà. Gli idealisti hanno sottoposto l’ Inconscio ad un giudizio morale di condanna, identificandolo come dannoso per la realizzazione dell’Io, ne riconoscono l’esistenza ma giudicano necessario che esso resti inconoscibile e che debba essere eliminato. La psicoanalisi, a partire da Freud, analizza quindi un concetto già disabilitato, recluso nelle prigioni dell’idealismo che riteneva necessario mantenere quel dualismo che già Kant aveva teorizzato e continuare a concepire l’inconscio come dimensione puramente estrinseca e inaccessibile.

 

Samuele Beconcini