Posso vedere gli occhi di mamma, ma non posso vedere i miei; il piccolo bambino può vedere le sue mani, ma non può vedere… se stesso. Ma allora… esiste davvero? Io… esisto davvero?

Tutto è possibile: Kierkegaard dentro la vertigine

Noi esistiamo? Io esisto?

Tutto è possibile, nulla è necessario. Partiamo da questo. Di tutto ciò che è, tutto poteva essere in altro modo; ecco cosa, in primis, ci dice Kierkegaard. Ed è importante tenerlo bene a mente, profondamente afferrarlo come concetto: immaginate di essere in una stanza buia, ‘brancolate’. Una serie di corde di fronte a voi; indefinitamente lunghe, esse si intrecciano e aggrovigliano. Ogni corda brucia, pian piano, e di ciò che era, niente rimane, se non cenere da ricordare. Nel seguirle ad una ad una col palmo della mano, vi accorgete che, in realtà, è tutta un’unica corda: ognuna proviene da un’altra (da quella “prima”, si direbbe): ciascuna corda è ogni ramo possibile, ogni possibilità che si dipana e slega dalla corda principale, dall’esistenza del singolo. È l’Aut-Aut: ‘o… o…’: l’uomo, strangolato, si dibatte tra i capi opposti di possibili infinite scelte. 

Se tutto è possibile, noi, dunque, chi siamo… Cosa veramente è l’esistenza… “Io esisto”?

La domanda che Kierkegaard si pone è, pertanto, una domanda innanzitutto etica. In cosa sta il nostro essere umani? E la risposta potrà risultare strana, a primo impatto, considerata la grande religiosità del filosofo: l’etica non esiste, non esistono regole morali, è l’individuo che le crea in maniera libera, condannato ad essere responsabile delle sue azioni. Condannato ad essere responsabile di se stesso, in tutto e per tutto.

La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. […] E brancola nel buio” (Aut-Aut, 1843, S. Kierkegaard)

La libertà dell’uomo è per lui, in verità, la più funesta delle condanne. In cosa sta veramente la sua condanna, lo si capisce bene: sta nel “non sapere”, nel non conoscere a cosa ogni sua scelta lo porterà. Non conoscendo gli effetti delle sue scelte, brancica nel vuoto, e questo suo scegliere ad occhi chiusi (o con un “no look”, se vogliamo) lo fa cadere in un profondo e martellante senso di angoscia. Pertanto, nel tentativo di schematizzare un primo – e soltanto primo, come vedremo in conclusione – significato, diciamo concisamente: l’uomo è libero di, ovvero condannato a, scegliere sempre. Non conosce gli effetti delle sue scelte e questo gli provoca angoscia. Un’angoscia che, paradossalmente, finisce per paralizzarci, di fronte alla paura, di fronte allo schizzo che è la nostra vita. Il regista ti guarda e stoicamente ti dice: ‘No, mi dispiace… tu non hai parte: improvvisi’. 

E così ogni giorno, e momento. Improvvisi. 

Mr. Nobody: l’enigma della scelta svelato

Paralizzato di fronte a una scelta impossibile lo è Nemo Nobody. Ma, pensandoci bene, qui sembra tutto un po’ diverso, sembra tutto… capovolto: perché Nemo Nobody (o almeno, questo è ciò che è nella sua mente di bambino) li conosce gli effetti delle sue scelte. Ebbene: ‘Se conoscessimo gli effetti delle nostre scelte, in tal caso, sapremmo cosa scegliere?’. Prima di dare una risposta a questo fondamentale quesito, occorre chiarire numerosi aspetti del – grandissimo e ‘concettualissimo’ – film. Due sono i piani da analizzare, in modo da scavare dentro al film e afferrarne il vero significato: (i) la trama narrativa e (ii) il messaggio che ogni aspetto della prima comunica. (i) Da un lato c’è il bambino, la sua storia, le (possibili) sue scelte. (ii) Dall’altro ci siamo tutti noi, l’esistenza e le sue possibilità, la scelta come archè sostanziale.

E mi spiego meglio: (i) il protagonista della vicenda pare dapprima essere il signor Nemo Nobody, 117 anni, l’”ultimo dei mortali”. Solo successivamente, si scopre come l’intero film si compia, invece, nell’arco di qualche istante, il tempo necessario a un bambino per crearsi una realtà fittizia, in cui provare a ‘testare’, in base a ogni possibile binario percorribile, quale scelta sia la migliore: stare o andare, papà o mamma.

Perciò, Nemo costruisce con l’immaginazione un campo di prova (posiziona una macchinina con la mano, poi un aereo, commenta con la sua voce in alcuni frangenti…), per poi distruggerlo quando “non ne ha più bisogno” (schiaccia la casa con la scarpetta, i palazzi si disgregano, degli elicotteri ‘smontano’ il mare, il signor ‘Norruck’ parla con la voce del bambino…). Il novenne, questo occorre chiarirlo, non sa predire il futuro, o almeno, ci sono molti più indizi a prova di questo che non del contrario. Il Sig ‘Norruck’ è una sua produzione creativa. Quest’ultimo, del resto, non esiste; lo dice lui stesso: “Sono il Sig Nobody: un uomo che non esiste”. E non solo questo, dato che il dottore incaricato di ricavarne il passato non ottiene nulla, e non può ottenerlo: “Nei registri nazionali non è stata trovata traccia della sua identità, niente riguardo al passato” – nell’intervista al dottore, il quale risponde: “Non si sa chi sia il Sig nobody, non lo sa neanche lui“. Il signor Norruck, (“che sta per non ricordo un cazzo” – in una delle prime scene), non esiste, essendo immaginato, e non ha passato, finendo per incarnare una sorta di corrispettivo Nemo in un futuro successivo a ogni possibile scelta, come se tutte potessero portare fin là, come se nessuna fosse stata – ancora – presa. Altro esempio chiaro è dato dalla volta in cui Nemo, quindicenne, dice di poter predire la morte di Harry; eppure, mai questo aspetto viene ripreso, come fosse una spia nascosta nel flusso dei ricordi, a prova del fatto che Nemo è un bambino, e, immaginando, si dice in grado di predire il futuro.

Elemento strutturale e narrativo di difficile comprensione è quello che potremmo definire del ‘limbo’, presente due volte nel film, nella prima parte e nella seconda. Esso si contraddistingue per la forte apparenza ‘distopica’, con macchine rosse tutte identiche, trame a quadri su maglioni e mura, etichette appese a ogni oggetto, e così discorrendo. 

È ‘limbo’ perché di passaggio: introduce l’intreccio/flusso delle varie possibili vite (quando il dottore pratica l’ipnosi e il Sig ‘Norruck’ è chiamato a ricordare – passa un aereo con uno striscione “Sleep”) e lo chiude (quando Nemo parla con il se stesso del futuro all’interno dello schermo – passa un aereo con uno striscione “Wake up”). Lo si può interpretare in altri vari modi; ritengo, tuttavia, il più convincente il seguente: tale “limbo” simbolizza un’area, così come un’attività, della mente. È il Nemo bambino che si immerge nel proprio io, nel proprio flusso immaginativo, ma è anche un momento autonomo di grande riflessione su sé. “Io esisto davvero?”, “Perché io sono io e non qualcun altro?” si chiede Nemo all’inizio del film, e questo torna a conciliarsi con le parole rivolte da Norruck al sé più giovane: “In questa vita tu non esisti… non so perché, solo l’architetto lo sa”. “Forse i tuoi non si sono mai incontrati, forse tuo padre è morto a 5 anni in un incidente con lo slittino, forse sei parte della vasta maggioranza di coloro il cui codice genetico non ha raggiunto la destinazione finale […]”. Il Nemo del limbo pare dunque essere un “sé in potenza”, caricandosi della più grande riflessione: quella su se stesso. Un bambino che riconosce come tutto, persino la sua stessa esistenza, poteva non essere, perché tutto si regge sulla possibilità.

“Ogni cosa avrebbe potuto essere un’altra”

Emblematica, infine, è la presenza costante dell’acqua, elemento essenziale alla narrazione e al messaggio, simbolo dell’oppressione angosciosa, della paralisi e della somma impotenza umana. È il bambino che soffoca di fronte a una scelta impossibile. Secondo un ramo narrativo, Nemo muore finendo in acqua con la macchina, secondo un altro, muore nella vasca da bagno; onnipresenti sono poi le piscine, sia che ne sia il pulitore, sia che ne abbia una. Nemo, nonostante non sappia nuotare, ama le piscine, e, strano a dirsi, questa non è affatto una contraddizione, data la funzione metaforica dell’acqua. L’acqua siamo noi, l’acqua è l’esistenza, così forte, oppressiva, distruttiva, ma così indispensabile. Nemo ama l’acqua perché egli vuole essere acqua, forte come un fiume in piena, come un flutto del mare, capace di erodere tutto, ma anche pragmatica nell’adattarsi a qualsiasi recipiente. Nemo è dunque veramente Nessuno, ovvero chiunque.

(ii) E con queste parole ci si lega al secondo ramo di analisi, quello, probabilmente, più importante: l’impianto metaforico. Il protagonista della vicenda, come già detto, pare, al principio, essere il signor Nemo “Norruck” Nobody. In realtà, il protagonista è Nessuno, ovvero qualunque persona. 

Avete presente film quali “Donnie Darko” o “Memento”, “Fight Club”? Ecco, Mr. Nobody è un film del tutto (o non proprio ‘del tutto’) diverso. Alla base dei primi, nonostante vi sia una natura volutamente articolata ma facilmente ‘risolvibile’ (la si può mettere da parte), non c’è una vera soluzione di fondo: fondandosi su teorie, finiscono per teorizzare essi stessi, e rimangono aperti per loro natura. Nel caso di Mr. Nobody, l’articolazione risulta effettivamente essere la protagonista. L’articolazione della vicenda svela il significato di ogni metafora. Partiamo dal bambino: strano che un bambino sia chiamato ad una scelta del genere (papà o mamma), strano, poi, che non intervenga niente di legale. Ancor più strano, che la madre, quando vede come il bambino inizi a correre, non scenda semplicemente alla fermata successiva, per prendere il treno dopo. Tutto questo, perché non conta, veramente, niente di fattuale nel film. Che noi siamo tutti bambini, di fronte a ogni scelta, e che ciascuna di esse è a suo modo impossibile. Perché siamo attori che improvvisano in scena, senza alcun termine di paragone. A questo si aggiunge, poi, l’assoluta possibilità, che tutto poteva essere in altro modo: ogni sogno e patimento, ogni dolore, ogni sorriso per amore.

Le ‘donne delle vite’ (strano a dirsi) di Nemo sono tre. Ognuna, è importante notarlo, è associata, per l’intera durata del film, ad un colore emblematico: Anna (nome, non a caso, palindromo, ovvero leggibile in entrambe le direzioni, e si pensi al tempo) è l’amore – rosso; Jean è l’avidità – giallo; Elise è la depressione – blu. Quest’analisi ci suggerisce qualcosa di molto importante: sembrano, le varie vite e le varie donne, impersonare strati di personalità differenti, in una singola persona, così come in tutte. Ognuno che ama, ma che è tentato dall’avidità a rinunciarvi, e di conseguenza disposto a fare del male (nel non amare); ognuno che lotta contro una componente depressiva, nella quale rischia di annientarsi. Perché questo è ciò che succede a Nemo: nelle alternative ad Anna, egli muore. Nella scelta ‘materiale’ (Jean) Nemo è un automa, apatico e insensibile persino al fuoco (quando si brucia la mano sulla candela, ma non ha reazioni); scrive una lettera che legge Jean in cui dice di sentirsi morto, e giunge, infine, ad orchestrare il proprio suicidio. Nella scelta ‘depressiva’ (Elise), Nemo si annulla totalmente, sia che Elise muoia – e Nemo vive solo per spargere le sue ceneri su Marte, sia che ella viva – e Nemo rinuncia al lavoro, “non viv”[e] (come afferma egli stesso), brucia la macchina.

Non resta, ora, che decifrare il finale. Esso si compone di tre principali aspetti: 1) Nemo (in latino ‘nessuno’ e che al contrario si legge ‘Omen’, in inglese ‘auspicio’, ‘presagio’), si trova, ancora, alla stazione ferroviaria (di nome ‘Chance’). Soffoca di fronte al bivio, quando poi crea un’inaspettata (e non predetta) terza via: è ad un incrocio. “Nel gioco degli scacchi si chiama “Zugzwang”: quando l’unica mossa possibile è non muoversi.” Tuttavia, sia negli scacchi che nella vera vita, non si può realmente rimanere fermi, dato che la non scelta, ci insegna Kierkegaard, è essa stessa scelta. Scappando, dunque, Nemo si ribella al meccanismo chiave del film: alla possibilità. Egli esclude di proposito le altre vie, che – no – non rimangono possibili. 2) Avviene il Big Crunch: quando il Sig “Norruck” muore di vecchiaia, l’espansione dell’universo si ferma, dando inizio alla contrazione; il tempo si inverte. Il Big Crunch, oltre che confondere le idee ad un interessato decifratore del film, ha la funzione di rappresentare, in linea con la ribellione di Nemo nel finale, la realizzazione del desiderio del bambino, o dell’io angosciato dalla scelta: segna la sua assoluta libertà, ovvero vivere una vita senza scelte, perché “Fin quando non si sceglie, tutto rimane possibile”. 3) Nemo e Anna si incontrano di nuovo, si abbracciano da adulti e, nell’ultimissima scena, si guardano da bambini. Pare, in conclusione, che, sì, ‘conoscendo gli effetti delle proprie scelte, non si sa ancor di più cosa scegliere’ e che “qualunque scelta è quella giusta”, colma dello stesso significato. Tuttavia, sono tanti gli aspetti che ci suggeriscono come Anna e la scelta dell’amore abbiano un senso privilegiato (‘muore’, come già detto, nello scegliere Jean o Elise; incontra Anna in tutte le altre vite, quando sceglie Elise o Jean: in macchina, su Marte, a una stazione…). 

Tutto si chiude: lui bambino, loro bambini, loro innamorati. Il film si era aperto con la morte (nelle varie vite: “Cosa ho fatto per meritarlo”); ora, termina con la vita, e con l’amore, un amore che non proprio “doveva essere”, ma quasi.

Kierkegaard: tutto torna

Se, conoscendo gli effetti delle nostre scelte, niente cambia, è Kierkegaard, allora, tutto sbagliato?  Occorre tenere un ultimo grande concetto Kierkegaardiano a mente, che viene non a sostituirsi al primo (che era stato ‘concettualizzato’ nell’ultima parte del primo paragrafo), ma piuttosto a completarlo. Scrive in “Aut-Aut”:

Vi è in sintesi tutta la saggezza della vita, ma nessuno l’ha mai declamato con tanta energia, quasi fosse un Dio nelle vesti di un poppante che parlasse all’umanità sofferente, come quel grande pensatore e autentico saggio che disse ad un uomo che gli aveva gettato il cappello per terra: se lo raccogli ti bastono, se non lo raccogli ti bastono lo stesso, ora scegli.”

In questo sta un insegnamento primario, che provoca in noi (o nel lettore del 19esimo secolo) il crollo di ogni preconcetto: la scelta non ha senso per gli effetti che essa provoca, in colui che sceglie così come negli altri: essa ha senso esclusivamente in sé. L’uomo, in quanto ‘singolo’, è portato, nella sua intera esistenza, a scegliere: egli è essenzialmente ogni sua scelta, e in ogni sua scelta egli si determina. La scelta, qualunque essa sia, porta ad un rimpianto (l’essere bastonato), ma, non per questo, la si deve minimizzare. In ogni singola scelta, si deve voler scegliere. In ogni scelta, si deve manifestare se stesso.  

Giovanni Lorenzetti

 

1 commento

  1. Pensieri bellissimi e non scontati. Viene “snocciolato” e analizzato ogni singolo aspetto che può risultare ambiguo del film. E contestualizzandolo con la filosofia di Kierkegaard crea un flusso parallelo di riflessioni che ti spienge a rivedere il film di Van Dormael con altri occhi. Saggio interessantissimo per chi ha già visto il film, penso che prossimamente guarderò Mr.Nobody per l’ennesima volta.

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