Personaggio dalla psicologia complessa e tormentata, abilmente celata dalla spessa armatura di uomo e guerriero, Jaime Lannister è una delle figure più potenti e solide a cui la letteratura contemporanea abbia dato luce. Spesso ingiustamente offuscato dalla grandiosità solenne dei protagonisti della saga creata da George Martin, la drammaticità del suo personaggio, magistralmente costruita dall’autore attraverso la tensione tra una sensibilità dirompente ma negata e la colpa dei crimini più efferati, è sbrigativamente relegata a un’etichetta di superficiale crudeltà. Jaime Lannister, irrimediabilmente marchiato dal poco gratificante appellativo di “Sterminatore di re”, è l’emblema più evidente di chi, dolorosamente ma con coraggio, sacrifica il proprio onore nel nome di un bene superiore, di una vita che non gli appartiene. Nel nome di un popolo senza volto, lo stesso popolo che lo stigmatizzerà con il fuoco indelebile della vergogna e del disprezzo. Fin da giovanissimo costretto a scelte drastiche e posto impietosamente di fronte alla realtà logorante del potere e dell’esistenza, Jaime rifiuta il dolore ripiegandosi in se stesso e trovando rifugio nella muraglia impenetrabile della propria anima. Coperto di polvere, eccitato dall’odore del sangue, il soldato instancabile si sente vivo soltanto nella sudicia promessa di morte della guerra continua; tormentato dal peccaminiso amore incestuoso per la sorella Cersei, è solo tra le sue braccia che l’uomo, gravato dal peso della propria perversione, sente realizzata la sua esistenza. Genialmente George Martin mette in scena in Jaime Lannister la tragedia dell’individuo che non può (o non vuole) esplicare se stesso, oppresso dal duro nome della sua famiglia.

Il Bildungsroman di Jaime Lannister

Il Bildungsroman, per quanto sia possibile riconoscerne i preludi nella letteratura di ogni tempo, nasce in Germania a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Il romanzo di formazione ha al proprio centro l’evoluzione del personaggio, che dalla giovinezza sino alla maturità, è faticosamente impegnato nella ricerca del proprio posto all’interno di una società e di un mondo che, spesso, appaiono ai suoi occhi troppo grandi e disorientanti, e di fronte a cui è forte il senso di smarrimento. Gli esempi più emblematici del genere sono rappresentati dai romanzi “I dolori del giovane Werther” di Goethe e “I promessi sposi” di Manzoni, all’interno del quale l’autore delinea nettamente il romanzo tutto particolare che ha come protagonista Renzo. Mentre nelle opere ottocentesche, di cui i due romanzi citati costituiscono un esempio significativo, i personaggi si confrontano e rapportano continuamente alla Storia, il romanzo di formazione nel corso del XX secolo si associa inevitabilmente all’interesse che il ‘900 nutre nei confronti dell’io e dell’interiorità dell’individuo, incentrandosi su un percorso non più solo cronologico (dall’infanzia all’età adulta), ma tutto psicologico. “Gli indifferenti” di Alberto Moravia, che analizza a fondo il percorso emotivo dei fratelli Carla e Michele, ne fornisce un modello particolarmente rappresentativo. George Martin  attraverso la vicenda di Jaime Lannister rivoluziona il genere, rievocando (involontariamente o consapevolmente) e allo stesso tempo superando il capolavoro della categoria, “L’educazione sentimentale” di Flaubert che, pur rappresentandone uno dei primi prototipi, attraverso il racconto di un fallimento esistenziale ne è anche l’esempio più moderno. Cinico, affascinante, crudele Jaime fa ingresso nel romanzo irrimediabilmente corrotto dall’amore incestuoso e malato verso la terribile sorella Cersei, macchiandosi per lei del tentato omicidio di un bambino. L’etichetta disonorevole di Sterminatore di re contribuisce impietosamente a renderlo sgradito agli occhi del pubblico, che delinea nella propria mente la classica figura del personaggio-antagonista, latore dell’istanza del male. Il suo non è un percorso di crescita e di espiazione delle proprie colpe, ma un cammino destinato a condurlo ad una epifania. L’episodio-chiave, costituito dalla perdita della mano destra, la stessa con cui teneva la spada, determina il crollo definitivo  dell’identificazione dell’uomo con il guerriero: viene meno quella che Jaime crede essere la sua identità più intima, la sua realizzazione più compiuta, il fine ultimo della sua esistenza. Smarrito nel mondo, in una sofferenza che lo sottrae dalla sua verità più autentica, il personaggio vive in tutta la sua potenza il dramma interiore fino ad allora negato e gelosamente nascosto dalla scorza insensibile che sembrava proteggerlo. Esplode, allora, cauta ma inesorabile, la sua umanità più sensibile e la mancanza fisica diventa acquisizione psicologica: il dolore lo tempra, la saggezza lo placa. L’innamorato perverso diviene un amante sofferente e disilluso, il violento guerriero un savio generale che, con un coraggio senza pari, corre verso la propria morte (a stento evitata) in nome di una giusta causa. Il leone che sfida il drago e come premio guadagna la vita. Magnificamente George Martin porta il suo pubblico ad amare un personaggio inizialmente esecrato, lo porta a pregare per la vita di un uomo macchiato dal sangue di mille omicidi.

Jaime Lannister e il mito di Mirra: l’amore incestuoso

Jaime e io siamo ben più che fratello e sorella: noi siamo la medesima persona in due corpi diversi. Abbiamo condiviso il grembo di nostra madre. Lui venne alla luce stringendo il mio piede, mi disse il nostro vecchio maestro. E quando lui è dentro di me, io mi sento… completa”.

Mettendo in scena il sentimento morboso che lega Jaime alla gemella Cersei, George Martin si inserisce a pieno titolo nel millenario dibattito che da una parte condanna e dall’altra comprende, giustificandolo, l’amore incestuoso. Espressione sincera della natura umana libera da ogni pregiudizio morale, il loro amore, frutto proibito della più primitiva forma del desiderio ma scevro dei vincoli pretesi dalla società, è ineluttabilmente condannato. La potenza del sentimento che li unisce, patologico eppure così autentico, è la stessa che vive Mirra verso il padre Cinira, nell’antico mito dal sapore eccezionalmente lirico e patetico che racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”. La sua tragica passione può trovare quiete solo nella morte (vicina a realizzarsi con il tentato suicidio della fanciulla) o nella soddisfazione, raggiunta attraverso uno stratagemma. L’amore compiuto, tuttavia, la costringe all’onta del disprezzo e, soprattutto, all’ira del padre. Solo la nascita del suo bellissimo figlio, Adone, e la non-morte della metamorfosi in albero riscattano il dolore della sua vergogna. Allo stesso tormento di un amore impuro e ripudiato dalla società sono costretti Cersei e Jaime, avvinti da un sentimento viscerale di difficile determinazione psicologica, ma che la letteratura dà alla vita, autorizzandolo all’esistenza tra le proprie pagine. Pagine dove tutto è lecito e dove ciò che l’anima rimuove dolorosamente trova la propria ragion d’essere. L’amara esistenza di Jaime, che lo vota alle devastazioni della guerra, trova protezione nell’attento annullamento della propria sensibilità (seppur destinata a riemergere), ma soprattutto nell’amore della sorella, spietato e sicuro approdo del suo turbamento. Nel feroce mondo degli Westeros alla violenza della vita, Jaime reagisce con l’infelice e fatale amore esogamico.

Maria Chiara Litterio

2 Commenti

  1. Aggiungerei che Jaime raggiungerà la sua epifania solo grazie all’amore “puro” di Brienne di Tarth. Tutto ciò che è stato scritto da George Martin porta in questa direzione.

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