E’ il 1780, Kant è affacciato alla finestra del salone, sorseggia un calice di vino rosso, come suo solito, e osserva fuori. “Chi mi dice che quello che vedo è ciò che effettivamente ‘è’?”  Scuote la testa, assapora nuovamente quel denso e inebriante liquido che ondeggia tra le sue mani, distoglie lo sguardo ma il pensiero non svanisce come voleva. “Come possiamo essere certi che quello che ci si presenta come evidente, sia anche reale? E se fossimo muniti di una struttura che ci fa cogliere una realtà, indubbiamente manifesta, ma non effettiva? Come se portassimo tutti delle lenti che colorano il mondo per come lo conosciamo, nella misura in cui solo in tal veste, per nostri limiti costitutivi, possiamo conoscerlo? 

noumenoQueste domande immagino nella testa del filosofo di Königsberg, il giorno dell’illuminazione che portò alla teorizzazione del noumeno e, nel 1781, (prima della seconda e completa stesura del 1787), alla pubblicazione della Critica della Ragion Pura, dove Kant enuncia, tra le altre cose, una delle relazioni più discusse e controverse di tutto il panorama filosofico, del suo tempo e del nostro. La diade fenomeno/noumeno introduce, infatti, un punto di vista che stravolge la concezione tradizionale di realtà, abbattendo ogni credenza fino ad allora assunta come verità. Quella che abbiamo sempre considerato realtà, dice Kant, è una dimensione che si genera dal rapporto del soggetto con un mondo, il vero mondo, che egli non può cogliere e che conforma a sé, circoscrivendolo entro i propri limiti conoscitivi, attraverso delle forme pure a priori e una sintesi generale e originaria di esse che le rende valide e universali. Senza entrare troppo nei dettagli del processo che porta Kant alla definizione, soffermiamoci su quell’ente perturbante e oscuro che egli definisce Noumeno.noumeno

Il Noumeno

Per Noumeno Kant intende una realtà, quella vera e originale, che necessariamente esiste, ma che rimane inaccessibile, inconoscibile. Essa può essere pensata ma non colta, sta al di là del mondo dei fenomeni, l’unico che, a causa dei nostri limiti conoscitivi, può essere esperito. Se l’uomo tenta di oltrepassare questi limiti, cosa che, purtroppo, accade per natura, se prova ad immergersi nell’oscurità del Noumeno, non farà altro che produrre illusioni e menzogne. Il Noumeno deve rimanere inconoscibile, la spinta verso l’ignoto non porta che finzione, la realtà in cui viviamo rimane deformata ma valida, in quanto le forme che la alterano sono universali e insite, a priori, nell’uomo. Schopenhauer, che da Kant assume le basi per la sua filosofia, riprende la cosmica diade sopracitata e la rielabora riabilitando l’accesso dell’uomo al Noumeno, attraverso un’interiorizzazione del concetto di fenomeno, trasponendolo all’interno della coscienza. In questo modo Schopenhauer riduce il mondo fenomenico a mera rappresentazione, che non gode più di quell’oggettività garantita, in Kant, dal suo essere al di fuori di noi, e che si presenta come un tessuto di apparenze. Il mondo è uno, ma le strutture che assorbono la sua luce, lo fanno rifrangere in tanti fenomeni, per cui abbiamo l’impressione di trovarci di fronte al molteplice, quando invece, la realtà è una. Portando il fenomeno a rappresentazione della coscienza, il mondo da essi definito non è che anch’esso una semplice immagine, soggettiva e labile, prodotta da un Io che è pura forma, incorporeo. L’errore kantiano sta nel considerare il Soggetto una testa d’angelo senza corpo ed è proprio il corpo il filo di Arianna che ci porta alla cosa in sé, al Noumeno. Noi siamo dati a noi stessi anche come corpo, non ci limitiamo ad osservarci da fuori, viviamo noi stessi dall’interno ed è questa l’esperienza che ci rende capaci di accedere al Noumeno, il renderci conto della nostra volontà di vivere, come essenza, come cosa in sé del nostro essere.noumeno

Il Noumeno come Wonderland

Leggendo queste parole evocative e fluttuanti cosa vi viene in mente? Che cosa potrebbe essere questa realtà oscura che si pone come originale? Per quanto mi riguarda Schopenhauer un po’ di ragione cel’ aveva, il Noumeno non è inaccessibile e a mio parere ha una consistenza favolistica e fantasiosa, come quella del Paese delle Meraviglie. Un mondo dove il tempo non scorra se non ne ha voglia o che corra se deve, dove le dimensioni si alterano all’insegna della circostanza, dove i pregiudizi si sgretolano come granelli di sabbia, e un Cappellaio vive la sua vita ferma perpetuamente all’ora del tè.“Che roba! Roba dell’altro mondo! Tutto il mondo, oggi, è roba dell’altro mondo! E pensare che fino a ieri le cose avevano un capo e una coda! (Alice). Forse Kant potrebbe avere una lettura meno critica, meno analitica e vincolata a definizioni pragmatiche e costanti, forse voleva raccontarci un mondo diverso, meno appariscente, meno convenzionale, tanto per giocare, forse era solo un grido di speranza, velato di mistero, vestito da concetto, dal nome di Noumeno, un grido che magari Carrol aveva colto, mandando Alice ad accoglierlo. noumeno

Che differenza c’è tra un corvo e una scrivania? Qual’è la risposta?
Non la so, — rispose il Cappellaio.
Neppure io, — disse la Lepre Marzolina.
Alice sospirò seccata:Secondo me potreste impiegare meglio il vostro tempo, invece di sprecarlo con indovinelli senza senso.
Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, — rispose il Cappellaio, — non ne parleresti con tanta confidenza.
Non so che vuoi dire.
Certo che non lo sai —  disse il Cappellaio agitando sprezzante la testa — Scommetto che tu non hai mai parlato col Tempo.
Forse no, — rispose prudentemente Alice; — ma so che debbo battere il tempo quando studio la musica.
Ah! questo spiega tutto. Il tempo non vuol esser battuto. Se tu fossi in buone relazioni con lui, farebbe fare all’orologio quello che vuoi. Per esempio, supponi che siano le nove, l’ora delle lezioni, basterebbe che gli dicessi una parolina all’orecchio, ed ecco che le ore volerebbero via in un battibaleno! L’una e mezzo l’ora di pranzo!
Sarebbe magnifico, davvero, ma non avrei fame a quell’ora, capisci.
Da principio, forse, no, — riprese il Cappellaio, — ma potresti tenerlo fermo all’una e mezza finché vuoi.

Samuele Beconcini

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