Vicenda singolare ma già vista e rivista

La Cina è da tempo uno stato che non ha problemi a usare la censura per eliminare ogni minima forma di critica verso il governo. Parliamo di una nazione quasi dittatoriale, in cui fare opposizione è pressoché impossibile e in cui il liberalismo è ridotto allo strenuo. Lo stato cinese ha infatti numerose politiche volte a intervenire nelle decisioni dei singoli cittadini. Pensiamo ad esempio alla controversa politica del figlio unico, che obbliga i cittadini a concepire un solo figlio per coppia. In Cina dunque la presenza dello stato è fortissima, sopratutto nelle limitazioni, e questo comporta anche il controllo delle varie forme artistiche. La censura dei film in Cina è la prassi, ma la prossima pellicola ad essere vietata non sarà una produzione in stile The Interview, bensì Ritorno al bosco dei cento acri, con protagonista Winnie the Pooh. The interview è un film del 2014 con protagonisti James Franco e Seth Rogen. La trama prevede la realizzazione di un’intervista da parte dei due al presidente Nord Coreano Kim Jong-un, il quale viene di fatto messo in ridicolo per tutto il film. Il governo Nord Coreano si rifiutò di distribuire la pellicola nel suo paese, creando una certa tensione con gli Stati Uniti d’America che portò l’allora presidente Obama ad intervenire direttamente sulla questione. Ritorno al bosco dei cento acri non è nulla di tutto ciò. Infatti il soggetto del film non sfiora minimamente il mondo della politica ma tratta di un uomo che fa i conti con la sua stessa vita e con la sua infanzia.

Xi Jinping e Winnie the Pooh

Cosa ha mai spinto il presidente della Repubblica popolare cinese a voler censurare un film con Pooh e i suoi amici? Bisogna sapere che l’immagine di Winnie the Pooh è già da qualche anno una popolare presa in giro verso il presidente Xi. Tutto è nato da una foto del leader cinese insieme ad Obama sulla quale si è ironizzato per la somiglianza del primo con l’orsetto giallo.

L’immagine che ha dato inizio, nel 2015, alla battaglia tra Xi Jinping e Winnie the Pooh. /todayonline.com/

A partire da questa vignetta sono poi fioccate numerosissime immagini che accostavano Pooh al presidente. Ciò ha portato alla scomparsa di ogni riferimento possibile a Winnie the Pooh nella versione cinese di internet. Non stupisce quindi che Ritorno al bosco dei cento acri non verrà importato in Cina. Bisogna però fare un’ulteriore precisazione. Nel 2012 Xi Jinping venne nominato presidente della Cina con la promessa di iniziare un percorso verso la democrazia. Venne perciò rivista la politica del figlio unico e furono rimossi molti paletti all’economia. Tuttavia questo percorso durò poco, imboccando un punto di non ritorno nel 2015, quando Xi Jinping ottenne dal congresso del partito comunista cinese la nomina di presidente a vita. Da quel giorno ogni minima forma di scherno o di sovversione verso il potere centrale viene prontamente annientata. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, diverse ONG, il movimento femminista e, appunto, Winnie Pooh.

Voltaire e la tirannia

Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet (Parigi 1694-Parigi 1778), ha dato nel suo Dizionario filosofico una definizione di tirannia che se paragonata alle ultime vicende cinesi è quantomai attuale. Voltaire, con la sua scrittura incisiva e diretta scrive infatti così: “si chiama tiranno quel sovrano che non conosce altre leggi che il suo capriccio“. Proprio questa è la principale contestazione alla Cina di oggi, Xi Jinping non si limita alla condannabile pratica del proibire l’opposizione, ma si spinge a eliminare anche la più minima forma di dissenso. Con Charlie Hebdo si rivendicava la libertà assoluta della satira, anche quando dissacrava temi etici o religiosi. Xi invece è alle prese con un nemico non identificabile, non fu infatti una testata giornalistica a pubblicare le vignette, se non con i meme uguali a quelli che leggiamo tutti i giorni. Se c’era ancora qualche minimo dubbio sul fatto che la Cina fosse una dittatura o meno, oggi questi dubbi non esistono più.

Filippo Gatti