La parola eremita deriva dal latino ĕrēmīta, latinizzazione del greco ἐρημίτης (erēmitēs), “del deserto”. A sua volta deriva da ἔρημος (erēmos), che significa “deserto”, “disabitato”, perciò “abitante del deserto”.

La figura dell’eremita ha sempre destato interesse e curiosità. Può assumere differenti forme: dall’ascetismo con restrizioni corporee alla trascendenza intesa come aspirazione. Dalla ricerca puramente spirituale al completo isolamento sociale. 

Nella letteratura medioevale, il cavaliere in occidente e il guerriero in oriente incontrano spesso lungo il loro percorso la figura dell’eremita. Spesso questo individuo è rappresentato come una persona anziana e saggia, in grado di vedere laddove il viaggiatore non è in grado, in virtù della capacità di interpretare e considerare i molteplici aspetti della realtà. Ma da cosa dipende questa sua abilità? 

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Nella cinematografia, sono altrettanto numerosi gli esempi: tra i più famosi troviamo Obi-Wan Kenobi, quando viene presentato nella saga di Guerre Stellari, e Gandalf nella saga de Il signore degli anelli.

Una forma ancora più restrittiva dell’eremitismo è l’ascetismo. Il termine ascetismo deriva da “ascesi” (dal greco antico askesis), parola che in origine significava esercizio. Indicava quindi l’allenamento di un atleta per il superamento di una prova. Questo allenamento si declina in differenti pratiche, che prevedono spesso restrizione alimentare, sessuale e relazionale. 

Secondo Schopenhauer, l’ascesi viene determinata sulla base di tre punti fondamentali: la mortificazione di sé e dei bisogni, la castità – che permetterebbe di interrompere la perpetrazione del dolore attraverso la repressione dell’impulso sessuale – e l’inedia, ovvero un digiuno prolungato. Lo scopo è rendersi trasparenti alla volontà, annullare il corpo e raggiungere la nolontà, il nulla.

Queste pratiche, mantenute ancora oggi in tutto il mondo, possono apparire eccessive, bizzarre e anacronistiche, ma anche affascinanti e utilizzate come simbolo di grande forza interiore. Ma se dovessimo ricercare questi tratti nell’immenso universo del funzionamento psicologico, in che quadro di personalità potremmo ritrovarli? 

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) il disturbo schizotipico di personalità prevede una costellazione sintomatica comprensiva di almeno 5 delle seguenti caratteristiche:

  • Difficoltà a instaurare rapporti stretti al di fuori di quelli familiari
  • Interpretazione errata degli eventi, connotati di un significato diretto verso la persona
  • Pensiero bizzarro, eccentrico o inusuale
  • Abbigliamento bizzarro, trasandato o con abbinamenti strani
  • Credenza nei poteri speciali, come la telepatia mentale o superstizioni
  • Percezioni insolite, come avvertire la presenza di una persona assente
  • Persistente ed eccessiva ansia sociale
  • Stile singolare del discorso, caratterizzato per esempio dall’uso di modi inusuali di parlare e durante le conversazioni presenza di pensieri sospetti o paranoidi e costanti dubbi sulla fedeltà degli altri
  • Emozioni piatte o risposte emotive limitate o inadeguate

Se intersechiamo queste caratteristiche alla figura che rappresentiamo pensando a un eremita, le aree di sovrapposizione sono molteplici. Questo rende estremamente difficile distinguere quale sia il confine tra psicopatologia e capacità di intuire qualcosa che esuli dalla realtà. L’eremita, abitante del deserto, preferisce non instaurare o mantenere relazioni. Di fatto, non ne ha. La sua relazione è con se stesso e con l’ambiente, animato e inanimato. Ma lontano dagli altri esseri umani.

Le sue intuizioni spesso coinvolgono la sfera della percezione. Si basano sulla convinzione di avere delle speciali capacità, coltivate e coltivabili nel tempo. La meditazione e la concentrazione permettono di comprendere l’unione, il legame continuo con ciò che lo circonda.

Tuttavia, la differenza tra la convinzione di avere una particolare facoltà, perseguendone una sua maturazione, e il possedere effettivamente tale capacità, è sottile quanto sostanziale. Sì, perché se una delle caratteristiche pregnanti del disturbo schizotipico di personalità è l’aspirare alla trascendenza, non necessariamente religiosa, è chiaro che esista un bias. La mancanza di un confronto con il mondo degli esseri umani toglie la possibilità di accedere a un piano di realtà che possa confermare o disconfermare tale abilità. 

L’utilizzo di metafore e immagini evocative per spiegare un concetto o svelare un mistero, poi, è altrettanto frequente tra queste persone. Gli eremiti sono spesso avvolti in un alone di saggezza e misticismo. Il punto è che, pensando all’eremita, sono i personaggi letterari o cinematografici ad essere rappresentati: e in quel contesto, avere un potere o un dono non risulta bizzarro o poco credibile. Il contesto è fantasticato o romanzato. Ma trasferire queste abilità nella vita reale, unitamente alla convinzione che qualcuno le possa padroneggiare, è un’operazione al limite della distorsione.

Franz Ejsmond – The Anchorite. 1881

Un’altra caratteristica di tratto è il rapporto con le emozioni. La via che l’eremita sceglie è quella del distacco dalle emozioni e dai bisogni terreni. Eppure si dice non sia vero che non sperimentino felicità o tristezza.

Questo può corrispondere alla realtà, ma indubbiamente l’obiettivo perseguito è quello di un grado sempre maggiore di astrazione e distacco. E la conseguenza è un progressivo restringimento della gamma affettiva. Il tentativo di mettere a tacere i bisogni primari, inoltre, come quello di alimentarsi, ripropone il distacco dal mondo materiale e mette in salvo rispetto al rapporto con l’altro.

Forse, tra alcuni eremiti, esiste davvero qualcuno in grado di percepire, intuire e riflettere sulle cose in modo più profondo e intelligente, nel senso letterale del termine. Tuttavia, colpisce l’apparente incapacità – o volontà – di adeguarsi anche in minima parte alle norme sociali e alle convenzioni, stante la loro infinita determinazione. Ciò, in ogni caso, rende difficile considerare l’eremita, al netto del substrato culturale, una persona esclusivamente illuminata.

Fiorenzo Dolci

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