Il bianco della tela: ‘Che cos’è l’arte?’, ovvero ‘Chi sono io?’ 

Qualche pennarello in mano, matite colorate, forbici, un cartoncino… e via a fare contenti mamma e papà! Che gioia nelle loro facce serene, nei nostri occhi spensierati, compiaciuti! Ripensiamo al tragitto verso di loro, tra il momento in cui abbiamo finito il lavoretto – disegno o collage che sia – e il momento in cui lo abbiamo donato. È nella vostra mano, la destra; lo guardate. Tra i pensieri e i sogni che fluttuano e si aggrovigliano nella vostra mente di bambino, immersi nel futuro immediato in cui vi sentirete soddisfatti del regalo, vi chiedete: ‘Cos’è questo?’, ‘Chi sono io?’, ‘Un artista, forse?’. Tutti modi per indagarvi, porvi un primo quesito fondamentale: ‘Che cos’è l’arte?’… ma non ne avete il tempo. Avanzate verso il vostro desiderio, ci passate sopra: ci penserete, poi, chissà.

La riflessione sulla natura dell’estetica è la riflessione che ciascuno matura, prima di tutto, su se stesso: ‘cosa mi spinge a vivere?’. È lo stesso, profondo, interrogativo esistenziale che ‘amava’ porsi Van Gogh. Egli descrive, in una delle sue lettere al fratello Theo, le sensazioni che prova dinanzi alla tela bianca: stasi, angoscia, paralisi. È il bianco della tela che strangola il pittore, quello della pagina che blocca lo scrittore, il silenzio che schiaccia il musicista. E tutto questo ci porta alla mente un famoso aneddoto su Emilio Vedova. Si dice che il pittore italiano, in risposta alla paralisi dei suoi allievi di fronte alla tela bianca, immergesse uno spazzolone in una miscela di colore e con violenza la colpisse. Questo colpo netto doveva liberarli, spingerli a procedere. Il colore inciso sul bianco doveva, per contro, produrre il vuoto, stimolando il vortice della creatività. Il colpo di spazzolone crea un azzeramento preliminare, indispensabile per ogni processo creativo. Infatti, il vuoto della tela è, in verità, fin troppo pieno, affollato. Il vuoto della tela è carico di tutta la storia dell’arte: movimenti, citazioni, scuole, tendenze, il passato di tutto ciò che è stato. E qui ritorna spontaneamente il quesito con cui siamo partiti: ‘chi sono io?’, ‘chi sono, io, di fronte a tutta la storia dell’arte, a tutto il passato?’: ‘che cos’è l’arte?’.

Ricordando la lezione di Nietzsche: dobbiamo dare vita alla nostra storia per contribuire alla storia del mondo, e per farlo abbiamo bisogno di una dimensione di oblio. L’oblio è presupposto della vita.

L’uomo si oppone al pesante e sempre più pesante carico del passato: questo lo schiaccia giù o lo spinge da parte, grava sul suo passo come un carico invisibile e oscuro. (Nietzsche, “Considerazioni inattuali”, “Sull’utilità  e il danno della storia per la vita”)

“Fontana”: ‘la morte dell’arte’ di Hegel?

È il 1917. Marcel Duchamp – pittore, scultore, scacchista – prende un orinatoio e lo firma “Richard Mutt”. È la genesi di “Fontana”, una delle prime, rivoluzionarie, opere ready-made – letteralmente ‘pronte all’uso’ – dell’artista. Poco tempo dopo la sua prima esibizione, “Fontana” verrà smarrito, perché, si dice, gettato nella spazzatura da Alfred Stieglitz. E la domanda, ora, non è tanto se Stieglitz lo abbia fatto per errore o meno, bensì: ‘perché un orinatoio?’. E ancora: ‘è “Fontana” un’opera d’arte, un ‘esemplare d’arte’?’

Le riflessioni sul quesito ‘che cos’è l’arte?’, da sempre fondamentale nella storia del pensiero filosofico, hanno subito un forte contraccolpo a partire dallo sviluppo delle cosiddette avanguardie artistiche. Il termine ‘avanguardia’ si applica a tutti quei fenomeni, per lo più artistici e letterari, estremisti, intrepidi e innovativi: correnti e movimenti di opposizione e sperimentazione. Avanguardie furono, per esempio, il futurismo e l’espressionismo, come l’astrattismo, il surrealismo, ma anche la pop art, il cinema underground. Il dadaismo, in particolare, di cui “Fontana” divenne subito esempio privilegiato, si sviluppa tra il 1916 e il 1920 a Zurigo, nella Svizzera neutrale della prima guerra mondiale. Opinione dei dadaisti stessi era che il dadaismo non fosse arte: esso era, all’opposto, anti-arte. Il suo proposito principale fu la provocazione: Duchamp denigra l’arte stessa, mette in discussione la sua funzione e quella dell’artista, in un’epoca storica, quella della prima guerra mondiale, in cui non poteva che sentirsi annegare, avvinghiato e senza spazio. Il fatto che il dadaismo, come altri movimenti di avanguardia dell’epoca, consistette nella provocante distruzione delle tradizionali forme estetiche, risulta in linea con ciò che Hegel teorizzava come “morte dell’arte”. 

L’arte, in conformità alla sua più alta determinazione, è e rimane per noi qualcosa di passato” (Hegel, “Estetica”)

Secondo Hegel, nelle moderne società Occidentali, l’arte è costretta a riadattarsi radicalmente. L’estetica è “filosofia dell’arte” avente per oggetto il “bello artistico”, superiore, data la sua spiritualità, al bello naturale. L’essenza della bellezza è nell’arte in
quanto prodotto dello spirito. L’arte è mediazione tra spirituale e materiale, infinito e finito:
è “l’apparire sensibile dell’idea”, poiché manifestazione sensibile della “verità” spirituale.

L’arte – scrive – “è essenzialmente una domanda, un’apostrofe, rivolta ad un cuore che vi risponde, un appello indirizzato all’animo e allo spirito”.

Pertanto, materia dell’arte è tutto ciò che non rientra nelle mani della scienza: un dipinto o una scultura nascono per insinuarsi nell’animo umano e interpretarne lo smarrimento, lo scetticismo, la secolarizzazione. La morte dell’arte diventa l’immagine della nietzschiana “morte di Dio”, ucciso dall’umanità, o meglio dalla disumanità della guerra. L’arte, sembra, è l’ultima utopia del mondo: il solo strumento di libera espressione di un’umanità non assoggettata e libera.

 

L’arte come bene di consumo: “La poesia è morta”?

La provocazione tipica del dadaismo fu aspetto guida importante anche per l’opera letteraria di Charles Baudelaire: basti pensare a quale titolo avesse pensato alla propria opera magna, prima dei “Fiori del male”: ‘Les lesbiennes’, ovvero ‘Le lesbiche’. Non solo questo, tuttavia, lo accomuna alla figura di Duchamp: Baudelaire è emblema dell’intellettuale in crisi ottocentesco. Nelle società capitalistiche poeta e artista subiscono un processo di massificazione, perdendo la propria funzione centrale e privilegiata: parla, lo stesso Baudelaire, in termini di “perdita dell’aura” da parte dell’arte, e “perdita dell’aureola” da parte dell’artista, cioè della rispettiva sacralità ed eccezionalità. Racconta, persino, di come si senta attratto dal mondo delle prostitute, vedendole come complici vittime di questa rivoltante società: entrambi scendono a compromessi, vendono ciò che mai dovrebbe essere venduto, la donna l’amore, lo scrittore l’arte.

L’arte non dovrebbe mai svendersi e adattarsi ai gusti o tendenze di massa. Eppure, a pensarci bene, è proprio ciò che sta accadendo oggigiorno. L’arte è sempre più mero aspetto sovrastrutturale e consumistico delle nostre società. L’arte è pari a una barretta di cioccolato: va masticata, godendone momentaneamente il piacere, e ingoiata, per essere poi digerita ed espulsa. I film, le canzoni o brani musicali, gli stessi libri sono sempre più, si tende a dire, ‘commerciali’: nascono per essere venduti, per portare lucro. Si adeguano alle tendenze, si semplificano, vivono della moda del momento: muoiono ancor prima di essere nati. Pensiero ricorrente è, a riguardo, ‘ma cosa vuol dire veramente ‘commerciale’?… In fondo, tutti i musicisti guadagnano sulla propria musica…’

Come rispondere? Pensate a due canzoni: la più commerciale, almeno per sentito dire, che conoscete, e la più ‘cult’, ‘anti-commerciale’ che conoscete. Quest’ultima, se mai vi è piaciuta, è molto probabile che vi piaccia tuttora, e che al pensiero risvegli in voi sensazioni amabili o nuove. La prima, in linea di massima, supposto che vi sia piaciuta in un periodo passato, ora non vi interessa: è ‘passata‘, nel vero senso del termine. Pertanto, è l’arte, nella società dei consumi, ancora tale, o sta essa morendo, a colpi di profitto e compravendita?

La poesia è morta 

Afferma Eugenio Montale nel discorso per la vincita del premio Nobel del 1975. E a questo si lega un’altra categoria emblematica dell’odierno mondo: viviamo, oltre che nella società dei consumi, nella società dell’ ‘immediato’. Schiacciati da un’esistenza colma di impegni, accecati dalla mentalità dell’utile, del possesso e del voler avere, guadagnare, e avere sempre più, non abbiamo più tempo. L’unica cosa che dovremmo avere, non l’abbiamo. Per trovare una qualsiasi informazione ci basta cliccare due tasti – quello di accensione e di ricerca – e se il computer impiega 40 secondi ad accendersi, invece che 10… tanto vale prendere in mano il cellulare nel frattempo! Senza tempo per riflettere, non c’è spazio per l’emozione e il sentimento, presupposti imprescindibili per il fare l’arte: rimane unicamente la tecnica. Finiamo, tutti, per essere automi in serie, identici in tutto e per tutto. Siamo l’Agilulfo di Italo Calvino (“Il cavaliere inesistente”): armature all’apparenza bianche e scintillanti, ma, essenzialmente, vuote.

Senza emozione l’arte si spegne, senza sentimento la poesia muore.

 

Giovanni Lorenzetti

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