La storia ci insegna che nonostante il progresso tecnologico e l’evoluzione sociale, non possiamo che rimanere inermi di fronte alla potenza della natura che fin da prima dell’era dell’uomo cambiava il corso della storia con i suoi cataclismatici eventi. Pompei, anno 79 d.C., Cile 1960, Oklahoma 1999, Indonesia 2004, questi sono solo alcuni dei più famosi disastri naturali che hanno segnato in maniera permanente i popoli, i quali non hanno potuto far altro che piangere le proprie vittime. L’articolo di cronaca che oggi prendiamo in considerazione muove un passo contro queste tragedie, non muovendo battaglia ma offrendo una mano in più ai caduti e a chi ha avuto la fortuna di essere risparmiato. Nella giornata del 18 luglio ad Ascoli Piceno si terrà un incontro gratuito per raccontare le storie di coloro che hanno vissuto i sismi dell’Aquila e di Amatrice, di chi da un giorno all’altro ha visto i propri sogni cadere come i palazzi. La finalità dell’incontro è sensibilizzare le persone sull’attuale gravità della situazione di chi a mesi di distanza non ancora riavuto la propria vita, e dall’altro lato aiutare i terremotati ad elaborare il trauma dell’evento.

In questo articolo ci dedicheremo proprio a quest’ultima sezione, ci focalizzeremo non tanto sui danni fisici ma su quelli psicologici correlati ha un terremoto. Stiamo parlando dell’emergente branca della psicologia nota come psicologia delle emergenze, il cui scopo e fornire assistenza tempestiva in loco ai sopravvissuti di un disastro naturale. Ci soffermeremo a parlare nello specifico dei sismi tra i tanti tipi di disastri naturali in quanto fortunatamente non colpiscono tanto le persone quanto le città, ed inoltre sono molto più frequenti di qualsiasi altro disastro naturale possibile.

È stato riscontrato da anni, come le popolazioni colpite da un disastro di questa portata non riescono ad elaborare il trauma in tempi celeri; obiettivamente in una situazione di emergenza la prima preoccupazione è logico che non sia la psiche, ma curare i feriti e mettere in sicurezza i superstiti. Poi subentra la necessità di trovare degli alloggi e di fornire beni di prima necessità ad intere città, ed infine sostenerli supportarli nel ricostruire le città e neri prendersi le proprie vite. È evidente come tra le priorità un supporto psicologico non sia di vitale importanza, tuttavia in tempi recenti essere diventato fondamentale per aiutare le persone per riscattarsi da una condizione di impotenza appresa. L’impotenza appresa è una condizione mentale fortemente pessimista che si acquisisce in seguito ad una forte perdita inaspettata o ad una serie consecutive di sconfitte, esso si manifesta come gli esperiti definiscono in una condizione di “Helpnessless”, che potremmo tradurre come uno stato privo di reazioni alle avversità. L’impotenza appresa condanna l’individuo affetto a non risollevarsi dal trauma subito, rassegnandosi ad una vita di sofferenze ed autocommiserazione.

A tutela di questa condizione la psicologia delle emergenze deve intervenire tempestivamente per agevolare i terremotati contro questo status, revitalizzandoli ed aiutandoli a reagire: caratteristica peculiare della psicologia interventistica è proprio l’assenza di strumenti, di risorse che il terapeuta conferisce al paziente, tutte le caratteristiche necessarie a riprendersi dal trauma sono già insite nella vittima, nascoste nel profondo della sua psiche. Non esiste quindi un “pacchetto emergenze” o uno strumento standardizzato che il terapeuta mette in gioco, una medicina comune alla riabilitazione, ogni caso presenta diverse sfumature e diversi stadi di intensità dell’impotenza appresa. È inoltre necessario per la terapia prendere in esame i singoli casi anche in funzione delle diverse perdite in funzione dello stadio di Helpnessless; infatti è corretto pensare come le diverse perdite siano direttamente proporzionali allo stato di impotenza appresa acquisito, tuttavia ci sono troppe variabili psicologiche (resistenza, resilienza, apatia od intensità dei legami per citarne alcuni) che agiscono sull’equazione, e quindi non è possibile fornire un sistema standardizzato dei danni fisici-psicologici.

L’unico filo comune tra i diversi casi terapeutici è correlato al fine ultimo, il riscatto sociale e il superamento del trauma mediante la propria resilienza; essa potremmo definirla come l’abilità di sconfiggere l’impotenza appresa, l’energia per rialzarsi e riprendersi la propria vita, la risorsa che la terapia deve trovare dentro le vittime del sisma. Emersa la resilienza, l’individuo ha i mezzi necessari a ripartire da zero e iniziare a vivere di nuovo.