L’argomento del De Ratione è quanto di più apparentemente istituzionale possa darsi. Vico propone di discutere delle differenze tra metodo di studio di moderni e antichi, prefiggendosi di definire un metodo di studi che salvi i vantaggi di entrambi, superandone i limiti e difetti di ciascuno dei due. Il problema sul quale il filosofo napoletano insiste sin dall’inizio del testo è che il metodo cartesiano ha sì dato ottima prova di sé in alcune discipline, in particolare nella fisica, nella geometria e più in generale nella matematica, ma tale metodo risulta inutile, se non dannoso, ogni volta che lo si cerchi di applicare alla vita civile, quindi alla dimensione politica, istituzionale e in particolare anche quando si tratta di procedere a legiferare, quindi a dare leggi allo Stato.

Uno degli aspetti su cui Vico pone l’accento è che avviare i giovani allo studio conducendoli solo ed esclusivamente attraverso il metodo della moderna critica ha l’effetto di renderli incapaci di padroneggiare le questioni che riguardano la vita politica e civile, con effetti pericolosi per le sorti dello Stato. Questo perché soltanto pochissimi sono in grado di sviluppare un ragionamento basandosi esclusivamente sul metodo critico, quindi logico e astratto, ed essere dunque capaci di seguire lunghe e complesse catene argomentative tutte completamente disincarnate. Il resto degli individui non lo è, perché mosso da altre spinte, come speranze o timori, che muovono la cosiddetta macchina corporea.

 

Giambattista Vico (Le Point)

Distanza incolmabile tra intellettuali e popolo?

In altri termini questo diverso livello di preparazione impedisce di avere un terreno di comunicazione e scava quindi un solco tra intellettuali e popolo, venendosi così a formare una società composta da gruppi separati che parlano lingue diverse, che sono abituati a ragionare in modi diversi e che, soprattutto, non hanno nessun canale di comunicazione. Dato che la maggior parte della popolazione non padroneggia il metodo della moderna critica, esso si troverà nella situazione pressoché inevitabile di concepire come vero ciò che altro non è che verosimile. Tuttavia il verosimile è fuori dalla logica del metodo della moderna critica, il quale sviluppa ragionamenti solo ed esclusivamente alla ricerca della verità e, quindi, chi conosce solo il metodo della moderna critica non prenderà mai in considerazione il verosimile. Questo per Vico è il motivo per cui coloro che, formatosi col metodo critico, misurandosi con la vita politica e sociale hanno miseramente fallito, essi sono stati incapaci di comprendere ciò che stava accadendo loro intorno, ossia quali fossero le intenzioni delle persone che li circondavano.

Il filosofo italiano, inoltre, respinge l’aspetto del metodo della moderna critica secondo il quale possiamo avere una conoscenza affidabile solo di ciò che riguarda la fisica, mentre per ciò che riguarda la vita politico-sociale tutto questo è assolutamente impossibile perché le azioni degli uomini sono soggette al caso, sono assolutamente aleatorie e dunque imprevedibili. In realtà, secondo Vico, si può immaginare che cosa gli uomini pensino e che cosa appaia loro verosimile. La sua idea è che la fantasia e la memoria permettano agli esseri umani di forgiare delle immagini sulla base delle quali possano poi verificare e costruire la realtà.

L’importanza della retorica nella vita politica.

Fino a qua sembra una situazione assolutamente astratta che poco ci dice sulle dinamiche storico-reali, sennonché viene introdotto nel De Ratione un lungo capitolo dedicato alla giurisprudenza in cui Vico sviluppa l’analisi dei mutamenti avvenuti all’interno del diritto romano, intrecciandoli alle vicende politico-sociali della Roma antica.

A Roma si aveva un diritto pubblico e un diritto privato. Il primo, molto rigido nella Roma repubblicana, aveva come obiettivo il bene dello Stato, mentre il secondo, dominante nella Roma imperiale, aveva a cuore il vantaggio particolare, ossia individuale, che però, in teoria, non doveva recare alcun danno al bene dello Stato. Vico spiega che il diritto pubblico era lo strumento attraverso il quale i patrizi tennero il potere a Roma. In seguito gli imperatori, con la ricerca dell’equità, guadagnarono il consenso della plebe escludendo i patrizi dalla vita politica, questo perché ad un certo punto si fece avanti nel popolo la convinzione che diritto pubblico e privato coincidessero, però così la plebe era all’oscuro di tutto ciò che riguardava la vita pubblica perché il diritto pubblico a quel punto risultava a vantaggio esclusivo dell’imperatore.

La distinzione apparentemente astratta tra fisici e politici si incarna qui con figure storiche precise e determinate, inoltre Vico spiega con chiarezza che i mutamenti apparsi altro non sono che gli effetti della lotta tra gruppi sociali diversi, che sono in conflitto per gli equilibri interni della vita sociale.

Trionfo dell’eloquenza (Giambattista Tiepolo)

Il punto che vuole evidenziare il filosofo è di non perdere di vista l’importanza dell’eloquenza che permette di trovare il punto di contatto tra l’interesse generale e l’interesse particolare. Chi ha come obiettivo il bene generale dello Stato può e deve riuscire a trovare l’argomento comprensibile a “chi non riesce a vedere oltre i propri piedi” che permetta di rendere evidente l’utilità di un certo provvedimento. E’ anche per questo che l’utilità generale deve produrre delle utilità particolari che siano immediatamente visibili a chiunque non riesca a sollevarsi fino al piano astratto delle leggi di carattere generale. Probabilmente anche i nostri politici dovrebbero tenere a mente questo discorso.

Matteo Antonelli

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