I ricorrenti richiami alla legittimazione popolare, quale giustificazione alle azioni governative, suggeriscono una visione populista del potere esecutivo. La democrazia rappresentativa costituzionale pone però le sue basi su una serie di garanzie delle quali il voto rappresenta solo il punto di partenza.

“La sovranità appartiene al popolo” appare oggi una frase in grado di legittimare di per sé il governo di un paese.
I vicepresidenti del Consiglio si riferiscono alla democrazia diretta e alla propria elezione come se questa rappresentasse l’essenza del nostro ordinamento, la volontà popolare come indice di verità.
L’articolo 1 della Costituzione chiarisce invece la forma di governo italiana: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Il costituzionalismo ha una storia secolare, articolata in fasi.

L’Assemblea nazionale costituente francese di fine ‘700

Nella sua prima elaborazione, la legge non è soggetta ad alcun controllo; incarnazione del volere pubblico, del contratto tramite il quale gli esseri umani istituiscono la società, non è tenuta a sottostare ad alcun contropotere.
Con il crollo delle democrazie liberali – contestuale alla prima e seconda guerra mondiale – traspaiono i principali difetti del sistema. Una legge che rappresenta esclusivamente la maggioranza della popolazione votante, senza possibilità di stabilire se la stessa rispetti i generalmente riconosciuti diritti fondamentali dell’uomo, conduce alla costante sottorappresentazione di una fetta abbondante della società. Agevola inoltre la violazione dei diritti civili, consentendo a fasce di popolazione di schiacciare le minoranze e accentrare il potere nelle mani dei propri eletti.
Questi i motivi che hanno condotto alla seconda fase del costituzionalismo contemporaneo.
In una democrazia costituzionale, il governo non è eletto dai cittadini e non vanta quindi alcuna legittimazione diretta. La legge approvata dal parlamento è soggetta al controllo costituzionale, secondaria – secondo la gerarchia delle fonti – al rispetto dei principi espressi appunto in Costituzione.
Disposizioni a loro volta formatesi durante l’Assemblea Costituente del ‘46, dove maggioranza e minoranze arrivarono a un compromesso in grado di soddisfare le parti. Dove Giovanni Leone affermò che la donna non potrebbe esercitare la professione di magistrato a causa del suo carattere naturalmente soggetto all’irrazionalità, e dove – nonostante gli applausi di alcuni – le donne costituenti ottennero equità.

Roberta De Rossi

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