Parlando di anima si intende generalmente quell’essenza trasparente e inafferrabile che si cela dietro, e oserei nasconde dentro, i nostri respiri. Per alcuni è la nostra componente astrale, quel soffio di vita che permane oltre il tempo, che abita nella corporeità per poi divincolarsi e ascendere al momento della morte terrena, lasciando dietro di sè nient’altro che una muta, come un serpente si sviscera dalla sua pelle oramai finita e inadatta.  E’ principio vitale, scintilla che rende abili alla permanenza nel mondo, si fa substrato e si rinchiude negli abissi del corpo, per riemergere una volta sgretolate le sue mura e sorvolare lo spazio-tempo dalla sua dimensione celestiale, perdendosi nell’universo del trascendente. C’è chi non crede alla presenza dell’anima, chi si affida al gretto materialismo, all’evidenza del corpo e chi invece ne fa oggetto di culto, chi la manda ad oziare in paradiso, o a soffrire all’inferno, se non addirittura la costringe all’attesa del purgatorio. Altri la condannano all’eterno ritorno, imprigionandola in un corpo sempre diverso e chi, come me, non si cura del suo destino ma premia la sinergia che si instaura tra l’anima stessa e il corpo nel qui e ora, prendendosi cura del respiro che ci rende vivi.

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Battiato: “prendiamoci cura dell’anima”

Nel 1996, con l’album L’imboscata , esce uno dei brani più belli della musica italiana. Scritta da Manlio Sgalambro, filosofo e poeta, e Franco Battiato, La cura vince il disco di platino, con oltre trentamila copie vendute. E’ un monologo che promette la vita, promette protezione, cura, che assicura e rassicura, volto ad un quid che per tanti sembra essere una donna, l’amata, o un figlio, o addirittura noi, l’uomo, come se fosse pronunciato da Dio, ma l’interpretazione a mio parere più coerente, è che l’oggetto della canzone sia l’anima, insicura e spaesata dell’artista stesso e di tutti noi. Battiato ripete che si prenderà cura di lei, la guarirà, la proteggerà, la guiderà nel mondo e nei giorni a venire, percorreranno insieme le vie dell’essere, impareranno insieme e combatteranno nel mondo dell’ingiustizia e del turbamento. L’anima va preservata, ci dice Battiato, va ascoltata, va guidata, siamo il suo scudo, è lei che forse deterrà il dono eterno, l’impermeabilità al tempo, il corpo muore, l’anima chissà, è lei il vero dono, il respiro della vita intera. 

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.   “La cura”

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Platone: la tripartizione dell’anima

La concezione platonica dell’anima si distanzia dal tema della canzone di Battiato, il corpo non è che la prigione dell’anima, la sede di appetiti mai soddisfatti, di brama irrazionale, di sfrenatezza incontenibile e la parte razionale di un’ anima che, secondo Platone, è tripartita, deve mantenere equilibrio e controllo e non farsi sovrastare dalla presenza della passione. La tripartizione è presentata in maniera chiara e limpida attraverso il Mito dell’Auriga e del cavallo alato, esposto nel Fedro. L’Auriga rappresenta l’anima razionale, che vuole guidare il suo carro verso l’ Iperuranio, dove risiedono le Idee, ma i due cavalli che trainano il carro, immagine uno dell’anima irascibile e l’altro dell’anima concupiscibile, confliggono, si ribellano e scalpitano portando il carro verso il basso. Solo la costanza e la ferrea disciplina dell’anima razionale garantiscono la coesione con le altre due anime, garantendo un viaggio privo di complicazioni. Fuor di metafora secondo Platone l’anima è una ma possiede nature diverse e, in qualche caso, divergenti, solo la ragione può impedire al caos delle passioni di esplodere e divampare. Nonostante questo l’anima resta un elemento trascendente, divino, posto in altro, recluso nel corpo, secondo Platone per l’eternità, in quanto sostenitore della metempsicosi, della trasmigrazione infinita delle anime, costrette alla prigionia perpetua. 

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Aristotele: il De anima

La concezione aristotelica dell’anima si estende ad un vero e proprio trattato, il De anima, scritto in tre libri. A differenza di Platone, secondo Aristotele l’anima non è solo il principio formale, la causa motrice del vivente, ma anche la causa finale, assumendosi la responsabilità del finalismo immanente della vita tutta, essendone condizione primaria. Grazie all’anima, l’uomo vive consapevolmente per l’universale, questa non è che la forma sostanziale dell’uomo, non è sostanza in sé per sé ma diventa forma di quella umana. Aristotele sostiene che l’anima sia un’essenza in atto, sia la forma che permette ai corpi di partecipare in atto alla vita, di passare dallo stato di potenza, all’essere in atto. Per semplificare pensiamo ad una sfera di bronzo: la sfera è la forma, che rende quell’oggetto quello che è in atto, il bronzo è la materia, che preso di per sé, senza l’essere sfera, non è che materia, che può acquisire determinate forme in potenza, forme che lo renderanno sé in atto, senza le quali rimane un quid ignoto e neutro, amorfo. Detto questo, per Aristotele l’anima è ciò che muove il corpo, che lo adibisce alla vita, è l’essenza dei corpi animati, si identifica, quindi, con la vita, e ne è anche il fine, caricandosi di un potere costitutivo che permea e delinea origine e orizzonte dell’uomo.

Samuele Beconcini

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