Anche quest’anno è stato pubblicato da Idos il Dossier statistico immigrazione 2018, contenente una serie di dati relativi al “mondo migranti”;

Il primo dato che emerge è che il numero di migranti, di “sbarchi”, è in realtà in diminuzione: 26.000 immigrati in meno (rispetto al 2016), che stanziano la popolazione straniera regolarmente presente in Italia a circa 5.330.000 abitanti, un numero che, fa sapere il centro studi e ricerche Idos, “è pressoché stabile dal 2013”.

Numeri che si ridimensionano ulteriormente se rapportati ai dati dalla Germania (9,2 milioni di stranieri) o del Regno Unito (6,1 milioni), così come avviene per i dati relativi ai richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, presenti in 354.000 pari allo 0,6% della popolazione totale italiana.
Dati che si pongono controcorrente alla credenza italiana che vorrebbe il Paese assediato e “invaso” dagli stranieri:  l’Italia “non è né il Paese con il numero più alto di immigrati, né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo”, fa sapere Idos.

La popolazione extracomunitaria residente in Italia è una realtà molto varia, che raccoglie migranti da oltre 200 Paesi. In Italia, la realtà più rappresentata è quella romena, presente in 1.190.000 abitanti pari al 23,1% di tutti i residenti stranieri, seguiti da albanesi (440.000), marocchini (417.000), cinesi (291.000) e ucraini (237.000), che formano il 50% della popolazione straniera complessiva; altre popolazioni statisticamente rilevanti sono quella filippina, indiana, bengalese, moldava ed egiziana.
Geograficamente, la metropoli di Roma concentra quasi l’11% di tutti i residenti stranieri in Italia, mentre a livello di macro-regioni è il Centro-Nord che catalizza la fetta più consistente.
Per quanto riguarda la scolarizzazione, gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono 826.000, il 9,4% di tutti gli scolari autoctoni.

Un altro grande dato, che spesso viene distorto, è quello relativa alla “invasione islamica“: i musulmani su suolo nazionale sono infatti 1.683.000, corrispondenti al 32,7% dei credenti complessivi che immigrano; la maggioranza è comunque quella dei cristiani (2.706.000, il 52,6% del totale), ortodossi (1.500.000) e cattolici (900.000).

Il dato sulle espulsioni è ambivalente: dei 41.158 irregolari registrati nel 2017, il 44,6% è stato espulso o rimpatriato; rimane un 55,4% “non ottemperante” che è rimasto comunque in Italia.
A questo, si deve aggiungere la stima realizzata dalla Fondazione Ismu relativa agli stranieri privi di permesso di soggiorno: dei 490.000 individuati, solo l’8,4% è stato individuato e appena il 3,7% espulso.

Interessante il dato riguardante la distribuzione degli incarichi lavorativi: gli stranieri “che rubano il lavoro” sono 2.423.000 (corrispondenti al 10,5% di tutti gli occupati in Italia), 2/3 dei quali impiegati in lavori “bassi” o poco qualificati: è composto da manodopera straniera il 71% dei collaboratori domestici e familiari (badanti, colf, tate, ec…), il 18.5% del settore alberghiero e della ristorazione (nelle figure di camerieri e addetti alla pulizia, ndr), circa il 16% degli impiegati in campo edile e agricolo.

A livello economico, i contributi versati dalla popolazione straniera sono stati pari a 3,3 miliardi di euro, a cui si sommano altre entrate relative ai rilasci dei rinnovi per i permessi di soggiorno, alle acquisizioni della cittadinanza e ai contributi previdenziali (per un totale complessivo di altri 12,2 miliardi di euro), che portano il valore delle entrate nelle casse dello Stato a 19,2 miliardi, a fronte di una spesa pubblica dedicata di 17,5 miliardi; si evidenzia così un positivo per quanto riguarda le spese per gli immigrati, il cui valore oscilla tra 1,7 e 3 miliardi di euro.

E mentre l’attenzione pubblica è concentrata sullo spauracchio dello Straniero, altri dati, ben più preoccupanti, passano in sordina: quelli relativi ai comuni italiani chiusi per infiltrazioni o collusioni mafiose.

Dal 2001 al 2017, ogni anno circa 170 comuni sono commissariati, e nel primo semestre del 2018 (gennaio-agosto) sono addirittura 119 i consigli comunali sciolti, per una media di 15 al mese, uno dei dati più alti registrati nel periodo preso in esame.

Grafico che mostra la distribuzione annuale di comuni commissariati

Secondo l’articolo 141 del DL. 267 del TUEL (Testo Unico delle Leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali), un Comune viene sciolto, con un provvedimento del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro degli Interni, nel caso in cui concorrano tre condizioni: la comparsa di atti contrari alla Costituzione o di gravi e persistenti violazioni della legge o motivi di ordine pubblico; l’impossibilità dell’assicurazione del normale funzionamento degli organi e dei servizi in seguito ad una serie di cause (come impedimenti permanenti, rimozioni, decadenza, decesso o dimissioni del sindaco o del presidente della provincia, oppure ancora cessazione dalla carica per dimissioni contestuali, o riduzione dell’organo di assemblea per impossibilità di surroga alla metà dei componenti del consiglio); la mancata approvazione nei termini del bilancio.

A queste condizioni se ne aggiunge una quarta, regolata dall’articolo 143 del TUEL, che consente lo scioglimento di un Comune nel caso in cui “emergano elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati, ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”: un Comune può essere perciò sciolto in caso di accertata infiltrazione mafiosa.

In questo senso allora i dati raccolti sono davvero preoccupanti: basti pensare che San Luca, nota roccaforte della ‘ndrangheta, si trova ad oggi senza sindaco o giunta comunale, condizione che persiste dal 2013, quando il consiglio fu sciolto proprio per infiltrazione mafiosa, per un conteggio (di questo passo destinato a salire) di 1963 giorni senza municipio; neanche quest’anno sono state presentate liste elettorali, come negli anni precedenti, e San Luca viene ormai chiamato “il paese dove non si vota più“.

Ma San Luca non è un caso isolato: oltre ai comuni del reggino di Bova e Platì, sciolti con regolarità dal 2011 sino ad oggi, la stessa situazione è stata registrata in Sardegna (ad Austis e Magomadas) e in Lombardia (a Rodero), a dimostrazione della pervasività della rete di interesse e di influenza del fenomeno mafioso.

Grafico regionale dei comuni sciolti; dal 1991 ad oggi 59 comuni sono stati sciolti per mafia più di una volta: 24 in Campania, 24 in Calabria e 11 in Sicilia.

Eppure, il nostro attuale Ministro degli Interni rivolge la sua attenzione altrove, ad episodi e dati che possono portare acqua unicamente al proprio mulino, poco importa che i numeri e le statistiche lo smentiscano: dal 2016, i commissariamenti per inchieste legate a vicende di mafia sono aumentati del 162,5%, un numero spaventoso, ma è ben più importante esultare per l’arresto di Domenico “Mimmo” Lucano, sindaco di Riace e ideatore del modello di integrazione multiculturale “Modello Riace”, o sottolineare come il vero problema di Rosarno (il cui consiglio comunale è stato sciolto per ben due volte, nel 1992 e nel 2008, proprio per infiltrazione mafiosa) siano i clandestini e le baraccopoli.

L’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini in un comizio a Rosarno

E così, tra l’indignazione popolare e un tweet polemico, l’attenzione collettiva viene attirata sul nemico pubblico, rappresentato dall’Immigrato, dimenticando che è proprio così, nel menefreghismo, nel benaltrismo e nell’omertà, che l’atteggiamento mafioso attecchisce e la mafia prospera.

 

Marco Funaro

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