Il fascino del proibito, il brivido di un’avventura, l’adrenalina di un salto nel vuoto. Cosa spinge l’uomo ad andare oltre? Da dove proviene quella forza che ci fa aver paura dell’abisso ma che allo stesso tempo ci attrae verso di esso? Era il 1953 quando Aldous Huxley, celebre intellettuale britannico, pubblicò un’opera rivoluzionaria: “Le porte della percezione”.
Il noto, l’ignoto e le porte

Aldous Huxley affronta il tema dal punto di vista percettivo e psicologico. Secondo l’intellettuale britannico, infatti, la realtà alla quale abbiamo accesso grazie ai nostri sensi costituisce solamente una minima parte di ció che esiste in realtà.
La teoria da lui elaborata sostiene che il cervello si comporterebbe come una sorta di filtro atto a focalizzare l’attenzione dell’individuo esclusivamente sulle informazioni utili alla sopravvivenza tralasciandone molte altre, che ritiene superflue. Le droghe rappresenterebbero un mezzo per inibire l’azione offuscatrice del sistema nervoso centrale, dando all’essere umano libero accesso al mondo esterno per come esso è davvero.
Egli arriva a questa conclusione dopo la propria esperienza con la mescalina, potente sostanza psichedelica derivata dal peyote, che assunta in quantità anche minime comporta un cambiamento radicale nella percezione del tempo e dello spazio unitamente ad una completa riconfigurazione degli stimoli comportamentali.
Il saggio di Huxley consiste in una dettagliata descrizione del trip che egli ha vissuto in prima persona. Lo scrittore dapprima comincia a vedere i colori tingersi di una tonalità sgargiante, in seguito perde la percezione chiara del luogo in cui si trova ed infine sopraggiunge l’effetto più intenso: egli per la prima volta nella sua vita di uomo osserva il mondo con una totale e travolgente meraviglia. Qualsiasi oggetto, anche il più banale, suscita in lui un indicibile stupore tanto che egli arriva ad affermare:
« Una rosa è una rosa e solo una rosa. Ma queste gambe di sedia sono gambe di sedia e sono anche san Michele e tutti gli angeli. »
Huxley sostiene che la tendenza a voler espandere la propria coscienza sia assolutamente naturale ed insita nell’essere umano. L’uomo, infatti, intuendo l’esistenza di un altro mondo oltre a quello sensibile e trovandosi chiuso in una realtà sempre più schematizzata e soffocante, si sente frustato. Per questo cerca degli sfoghi apparentemente insensati e controproducenti come il tabacco e l’alcol che in fondo non gli donano alcun sollievo definitivo. Al contrario l’uso saltuario di alcune droghe come la mescalina, secondo l’autore, potrebbe davvero aiutare l’individuo a conoscersi a fondo ed a superare i propri problemi interiori.
Il titolo del saggio proviene da una celebre citazione del poeta settecentesco Wiliam Blake di incredibile bellezza e di varia interpretazione:
“Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo così com’è: infinita
La questione di fondo del saggio però, non è l’assunzione di droga, ma sta nell’esaltazione del mondo interiore, del nostro spirito, che troppo spesso trascuriamo. C’è chi le porte le apre con una canna, chi con una preghiera, chi con un bacio dato alla persona amata, chi ancora le apre con la semplice forza di un sorriso. Giungere all’infinito vuol dire forse arrivare ad una comunione più profonda con noi stessi e col mondo in cui viviamo, tornare a stupirci anche delle piccole cose. L’infinito è ovunque e l’uomo è troppo occupato per fermarsi un attimo e riconoscerlo. Ogni individuo è una variabile, una possibilità, uno stato di potenza incredibilmente trasformatosi in atto. Per dirlo usando di nuovo le parole di Blake l’uomo dovrebbe tornare a
“Vedere un mondo in un granello di sabbia
ed un paradiso in un fiore selvatico,
a tenere l’infinito nel palmo di una mano
e l’eternità in un’ora”
a cura di Andrea Arrigo
