• Il “rapimento” tra cronaca, musica, filosofia e psicologia: gli occhi bendati di donne in fiamme e uomini soli urlano pietà nel silenzio assordante della barbarie umana.
Fabrizio De Andrè

“E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo

Tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo

E una lettera vera di notte falsa di giorno

Poi scuse, accuse e scuse senza ritorno

E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta

Col suo ordine discreto dentro il cuore

Ma dove, dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore?”

Dove finisce l’amore di chi è prigioniero, solo, dimenticato? Resta sospeso a mezz’aria nelle beghe di un tempo che è signore distratto e bambino che dorme? Resta impigliato nei pensieri di chi continua a rivolgere lo sguardo al Cielo aspettando di riabbracciare chi sembra ormai perduto in un domani sempre troppo incerto, di nuvole e sole? Resta tra le dita di chi ha ancora paura e si prende per mano? Resta o svanisce, tra le albe e i tramonti di giorni lunghi e senza parole?

Senza parole sono i giorni e senza parole restano le menti e i cuori. Quei cuori dall’ordine discreto, quei cuori che Fabrizio De André si chiede “ma dove”, dove sono.

Articolo originale, trovato sul mitico sito di Via del Campo, del giornale “Unione Sarda” che racconta l’accaduto.

E’ una poesia struggente cantata su note altrettanto malinconiche e con voce non meno graffiante quella dell’Hotel Supamonte. I versi, pregni di una tristezza dolce e di una pacatezza aspra, celano il racconto dell’esperienza della prigionia vissuta da De André e da sua moglie Dori Ghezzi in seguito al rapimento avvenuto la sera del 27 Agosto 1979. Il titolo della canzone si riferisce, appunto, al Supramonte, la catena montuosa che si snoda nella zona centro-orientale della Sardegna, da sempre nascondiglio di banditi, latitanti e contrabbandieri. Il cantautore e la consorte vennero poi liberati, in seguito al pagamento di un cospicuo riscatto, rispettivamente il 22 e il 21 Dicembre dello stesso anno.

Ma quante donne in fiamme e quanti uomini soli vivono la stessa tragedia sperimentata da De André e sono condannati ad una sorte ancora più infausta e drammatica? Sono tanti i casi di rapimento riportati dalla cronaca, sono molti i mandanti e altrettanti i carcerieri che si macchiano di un reato così brutale. Alcuni di loro vengono smascherati. Altri, invece, restano senza volto, mentre le loro grida continuano ad echeggiare nelle orecchie delle loro sfortunate vittime, come un incubo che ama ritornare e tormenta.

Il caso Chibok: “Passerà anche questa stazione senza far male / Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore”

E’ recente la notizia della condanna a 20 anni di reclusione per un uomo accusato di essere implicato nel rapimento di oltre 200 ragazze dalla loro scuola di Chibook, avvenuto nell’aprile del 2014 nel nord-est della Nigeria, da parte degli estremisti di Boko Haram. Lo riporta la Cnn online citando fonti ufficiali e precisando che si tratta della seconda persona condannata per il rapimento delle studentesse. L’uomo, Banzana Yusuf, è stato giudicato da un tribunale nella base militare di Kanji, nel centro del Paese.

Questa notizia, comparsa sulle maggiori  testate qualche giorno fa, ha riportato agli onori della cronaca un rapimento che quattro anni fa sconvolse il mondo e che ancora oggi resta un capitolo aperto.

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Cos’è Boko Haram: “Un invito all’Hotel Supramonte / dove ho visto la neve”

“Boko Haram” è una traduzione nel lessico haussa di una frase secondo cui l’educazione occidentale è un peccato. I miliziani di questa formazione non credono che la Terra sia rotonda perché nel Corano non c’è scritto, così come non credono che la pioggia sia un fenomeno di evaporazione e condensazione dell’acqua perché la pioggia è una benedizione o una maledizione di Allah.

Dobbiamo la nascita di Boko Haram, all’imam Mohamed Yusuf, che diede vita a questo gruppo di integralisti nel 2002. Basti pensare che, secondo tale predicatore, la scienza avrebbe dovuto essere bandita dalla Nigeria, così come la democrazia, da sostituire con la sharia, la legge islamica.

Tuttavia, il punto di svolta per il movimento si ebbe nel 2009, quando il fondatore fu arrestato e ucciso in carcere dopo una presunta insurrezione da lui guidata nella città di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Il suo posto come capo, spirituale e militare, fu preso da un altro religioso, Abubakar Shekau, che negli anni successivi cambiò la strategia del gruppo, rivoluzionando il loro modus operandi.

Fino ad allora i fanatici di Boko Haram era si erano limitati a protestare minacciosamente e pubblicamente contro le scuole di tipo occidentale, contro il presunto allentamento dei costumi, contro la polizia che non puniva severamente malavitosi e commercianti di alcol e contro la dilagante corruzione dei politici e dei militari.

Incutevano timore, sì, ma chiunque li avesse visti avrebbe probabilmente pensato che non sarebbero potuti andare molto lontano e si sarebbero estinti progressivamente col tempo. Del resto, potevano solo contare su bastoni e machete. Eppure, qualsiasi individuo si fosse recato a Maiduguri nel 2014 non avrebbe potuto fare a meno di constatare, con una certa inquietudine, che Boko Haram aveva armi automatiche in quantità, combattenti esperti, una buona capacità logistica, enormi riserve di esplosivo e militanti in grado di usarlo con perizia, tanto che dopo il cambio della guardia le nuove direttive prevedevano uccisioni di religiosi musulmani moderati, attentati suicidi nei mercati, distruzioni di villaggi e rapimenti di bambini per farne soldati. Decine di migliaia di persone morirono e centinaia di migliaia fuggirono.

Certamente vi furono interessi locali, politici ed economici che traevano un ingente profitto dall’esistenza di Boko Haram e della psicosi che i suoi militanti seminavano. Ma è altrettanto certo che a partire dal 2012 si fecero sentire anche pressioni esterne, in particolare quelle provenienti dal jihadismo mediorientale.

Tirando le somme, la conclusione indubbia per chiunque avesse assistito all’evoluzione del gruppo sarebbe stata allora che qualcuno, evidentemente, aveva voluto investire sul terrore. Un terrore sempre meno provinciale e sempre più aggressivo. Un terrore che ringhia ed uccide.

Chibok e la foresta di Sambisa: “Ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome”

Chibok è una città del nord-est della Nigeria appartenente allo stato di Borno. Isolata e protetta dalle montagne, nel Settecento divenne un rifugio per chi scappava dai trafficanti di schiavi; fu una delle ultime località nigeriane a passare sotto il controllo britannico durante il colonialismo.

Se la popolazione del nord della Nigeria è per la maggior parte musulmana, Chibok è una piccola eccezione: nel 1941 una coppia di missionari statunitensi arrivò nella città e ne convertì gran parte degli abitanti al cristianesimo.

Da allora, i diversi gruppi religiosi convissero abbastanza bene insieme, almeno fino all’arrivo di Boko Haram.

Nel 2014, 276 studentesse di Chibok furono rapite nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile. La scuola femminile della città, che era anche un convitto, aveva tutte le caratteristiche per non piacere a Boko Haram: alle sue studentesse erano insegnati i principi scientifici e studentesse musulmane e cristiane studiavano fianco a fianco. Scambiavano pensieri. Creavano idee. Erano perciò pronte a cambiare quelle a cui erano state educate e a diffondere le proprie. Forti dell’arma sola della cultura.

Le ragazze furono portate nella foresta di Sambisa, che, per parafrasare ancora una volta De André, divenne il letto di un bosco che ormai aveva il loro nome. Qui si trovava la base di Boko Haram e qui furono divise tra cristiane e musulmane: le musulmane furono costrette a sposare dei miliziani e lo stesso accadde alle cristiane che accettarono di convertirsi all’Islam.

Le ragazze cristiane che rifiutarono la conversione, le “peccaminose”, furono invece ridotte in schiavitù, costrette a dormire all’aperto e a compiere vari lavori duri, oltre a cucinare per i miliziani, curare quelli feriti e seppellire quelli morti. I loro guardiani le separarono in piccoli gruppi e continuarono a spostarle nelle varie basi per tenerle nascoste.

Per molto tempo, prima di rendersi conto del loro valore come ostaggi, Abubakar Shekau le considerò una “seccatura”, poiché a differenza di quanto avveniva con i bambini rapiti, non poteva usarle come soldati ed era per di più obbligato a provvedere al loro sostentamento e a impegnare degli uomini nella loro sorveglianza. Provò a costringerle a studiare l’Islam, ma ciò non servì a molto. La maggior parte delle ragazze cristiane non si convertì mai, nemmeno quando i miliziani dissero loro che le avrebbero liberate se tutte si fossero convertite.

Si fecero forza a vicenda, sfruttando il fatto di conoscere una lingua parlata a Chibok, il Kibaku, che i miliziani non conoscevano.

Verso la libertà: “giorni lunghi e senza parole, giorni incerti di nuvole e sole”

A metà 2016 furono pianificati due scambi: nel primo Boko Haram avrebbe liberato 20 ragazze in cambio di un milione di euro; se lo scambio fosse riuscito, ce ne sarebbe stato un secondo al prezzo di due milioni di euro, cifra corredata dal rilascio di cinque miliziani prigionieri del governo nigeriano. Il presidente Buhari acconsentì all’accordo tra Mustapha, interlocutore con cui il gruppo terroristico aveva accettato di contrattare, e Boko Haram, chiedendo che il pagamento del riscatto fosse un primo passo verso un accordo di pace.

Il primo scambio avvenne, così, il 13 ottobre 2016: furono rese libere 21 ragazze, una in più in segno di riconoscimento per Mustapha e per il suo lavoro con gli orfani dei miliziani di Boko Haram. Il secondo scambio avvenne, invece, il 6 maggio 2017: 82 ragazze fecero così ritorno alle loro vite.

Da settembre queste giovani donne studiano musica, letteratura ed informatica all’Università Americana della Nigeria, a Yola, nello stato di Adamawa: i loro studi sono pagati dal governo.

Oggi, un capitolo ancora aperto tra paura e speranza: “Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / Cosa importa se sono caduto, se sono lontano”

Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, 163 sono ad oggi libere: 57 fuggirono poco dopo il rapimento e altre scapparono in seguito; 103 furono liberate grazie alla trattativa organizzata dalla Svizzera. Delle rimanenti 113, si stima che almeno 13 siano morte, la maggior parte a causa di bombardamenti aerei, altre di malaria, di fame o per il morso di un serpente; di quelle costrette al matrimonio, sono morte di parto.

Cento giovani donne sono ancora con i miliziani.

Inoltre, secondo l’UNICEF, dal 2013 più di 1.000 bambini sono stati rapiti da Boko Haram nel nord-est della Nigeria, sono stati uccisi almeno 2.295 insegnanti e distrutte più di 1.400 scuole. La maggior parte di queste non sono state riaperte.

Il diario dell’orrore, il racconto di Naomi Adamu: “Grazie a te ho una barca da scrivere / ho un treno da perdere”

Durante la prigionia, Naomi Adamu, una studentessa rapita e poi resa libera, scriveva di nascosto quello che vedeva e sentiva, facendosi portavoce di una cronaca straziante narrata con gli occhi di chi ha visto l’orrore e l’ha vissuto sulla propria pelle.

Il diario è stato scritto su uno dei quaderni che i miliziani avevano dato alle ragazze per prendere appunti durante le lezioni sul Corano a cui le obbligavano a partecipare. Dopo aver scoperto che alcune ragazze usavano i quaderni come diari, i miliziani glieli bruciarono. Adamu riuscì a salvare i propri, tenendoli nascosti tra la biancheria.

La BBC ne ha pubblicato i passaggi più salienti: https://www.bbc.com/news/world-africa-41570252.

Eccone alcuni stralci.

«Sono venuti da noi e ci hanno detto: “Per le musulmane, è l’ora della preghiera”. Dopo la preghiera, hanno detto: “Ora le musulmane si mettano da una parte e le cristiane dall’altra”. Poi abbiamo visto che avevano una tanica nella macchina e abbiamo pensato che fosse benzina. Ci hanno detto: “Chi e quante di voi vogliono convertirsi all’Islam?”. Allora molte di noi, per paura, si sono alzate e sono andate dentro… Hanno detto: “Quelle che sono rimaste vogliono morire, è questa la ragione per cui non volete essere musulmane? Vi bruceremo…”. Poi ci hanno dato quella tanica, che pensavamo contenesse della benzina. Non era benzina, era acqua».

«Ha aperto il Corano e ha cominciato a leggerlo, poi è arrivato a un passaggio che dice che chiunque loro rapiscano durante il jihad è loro, possono farci quello che vogliono… Non è un dovere per una persona coprire il corpo, ma ci hanno dato gli hijab perché non volevano vedere il nostro corpo, che li farebbe peccare e questa è una cosa molto brutta».

«Ci hanno detto che quelle che non accettano di diventare musulmane sono come pecore, mucche e capre… Che le avrebbero uccise… Poi Malam Abba ha detto che quelle che non si sarebbero convertite dovevano stare separate, non dovevano andare da quelle che erano diventate musulmane. Ci ha detto di stare separate, che ci avrebbero preparato un altro posto. Un altro ha detto invece che saremmo rimaste insieme».

«DIO MI HA SALVATA», la fede come “condanna” e come ancora di salvezza: “Grazie al Cielo ho una bocca per bere e non è facile”

«Ho pregato chiedendo a Dio di salvarmi e lui lo ha fatto. So che è stato merito suo». Joy Bishara è un’altra delle 276 ragazze rapite. Caricata con tutte le altre sul camion diretto nella roccaforte jihadista, è riuscita a saltare giù dal veicolo in corsa, a scappare a perdifiato per ore nella boscaglia e a tornare a casa poche ore dopo il rapimento.

«A un tratto», ricorda Joy, «il camion ha cominciato a rallentare, come se si fosse fermato. È successo pochi minuti dopo la mia richiesta a Dio di aiutarmi. Gli ho chiesto di salvarmi e lui lo stava facendo. Ho sentito una voce dire “salta giù”» e così, nonostante l’altezza e il timore di morire per l’impatto, Joy è saltata insieme a un’altra amica e ad altre ragazze. Per ore ha corso senza voltarsi indietro nella boscaglia, fino a quando non ha incontrato un motociclista che l’ha aiutata a tornare a casa. «Dopo la fuga sono diventata davvero cristiana. Non si può mai dire quali siano i piani di Dio. Bisogna solo ascoltare e obbedire. È quello che ho fatto. Quando sono arrivata qui negli Stati Uniti mi sono battezzata. È davvero incredibile quello che Dio ha fatto nella mia vita».

Che si abbracci il “credo ut intelligam” o l’“intelligo ut credam”, l’irrazionalità peculiare della religione rende difficile comprendere e capire pienamente il mistero di cui è pregno ciò che appare, agli occhi del protagonista, come “miracolo”. Nella storia del Pensiero sono state molte le ‘dimostrazioni razionali’ dell’esistenza di Dio, pensiamo a Cartesio, Anselmo, Tommaso, Kierkegaard, nell’alternarsi di prove e argomentazioni frutto del tentativo di provare la Sua inesistenza. Sicuramente, in questa dichiarazione si cela tutta la meraviglia della fede, svincolata da pretese di Ragione. Una fede pressoché folle, che sola può conferire conforto e speranza anche lì dove potrebbe rappresentare una ineludibile condanna.

Chiunque abbia fatto esperienza della vita e del mistero religioso, d’altronde, intuisce che non c’è nessuna possibilità di capire, proprio nel senso etimologico del termine capio, capere, il cui participio passato è captum da cui deriva captivus, cioè prigioniero, dunque capire in quanto “imprigionamento”, per restare in tema di “rapimenti”.

Con la mente si può capire una cosa, capirla e carpirla; oppure comprenderla, prenderla dentro di sé, farla propria. E’ nel secondo caso che sboccia e appassisce la massima agostiniana, «Si comprehendis non est Deus», nel fiorire di una dimensione più alta che sfiora l’Assoluto.

Perché “l’educazione occidentale è un peccato”: “E poi scuse, accuse e scuse senza ritorno”

Prima di concludere il capitolo “Boko Haram”, ritorniamo sul significato del suo nome e poniamoci un ultimo interrogativo: se l’educazione occidentale è un peccato, qual è il peccato originale di tale cultura?

Afferendoci a Nietzsche, il retrogusto della “mela”, nel senso proprio di malum (mela e male), ed il cambio di rotta verso nuove colonne d’Ercole viene individuato in concomitanza con la comparsa di Socrate.

Così come Adamo ed Eva commettendo il peccato originale, hanno condannato tutti gli uomini al dolore e alla morte, Socrate, con la sua filosofia, ha condannato l’umanità a cadere nella mediocrità e nella decadenza. Nietzsche scorge nell’uomo moderno una mancanza di entusiasmo e di energia. Nel mondo greco, invece, scorge la stagione più alta e più ricca della storia umana, e individua il segreto di quel mondo nello spirito “dionisiaco”. Il dionisiaco è passione ed ebbrezza, è liberazione degli impulsi profondi. Al dionisiaco Nietzsche contrappone l’“apollineo”, un atteggiamento esistenziale ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dal controllo dei sensi e degli istinti.

Ebbene, quello che Nietzsche sottolinea è che è stato Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane; e secondo il pensatore tedesco la rassicurazione cercata nell’ordine razionale dell’universo è propria di una cultura indebolita e decadente. Con Socrate, l’epoca tragica giunge alla fine, e comincia l’epoca della ragione e dell’uomo teoretico.

Socrate

Socrate cerca di dare una giustificazione di valore universale a concetti come la saggezza, l’amicizia e la virtù in generale. E, ancora, propone «ottimismo», la credenza nella bontà originaria dell’uomo (la virtù può essere insegnata a tutti e tutti la possono apprendere), con la sua fiduciosa attesa di un mondo felice.

Come può l’uomo che confida in sé stesso e sa di non sapere ammettere ciecamente che la terra è piatta e che l’acqua non evapora, come predicato da Mohamed Yusuf?

La psicologia del rapimento. Rapito, carceriere e mandante: “Ma dove, dov’è il tuo cuore / Ma dov’è finito il tuo cuore?”

«I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro». Furono in molti ad essere spiazzati dalle parole di comprensione che Fabrizio De André, dopo quasi quattro mesi di prigionia, riservò ai suoi rapitori. Venne rilasciato, dopo che il padre Giuseppe pagò un riscatto di oltre 550 milioni. Fedele alla sua fama di cantore di umili e diseredati, Fabrizio si costituì parte civile soltanto nei confronti dei mandanti, «le cui condizioni economiche non consentono trovare per essi alcuna giustificazione».

Il cantautore genovese disse addirittura di essere riuscito a perdonare i carcerieri: “Ho perdonato loro [i sequestratori] perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi catoni, certa gente che mi dice ‘Dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità.”

La domanda sorge spontanea: come nasce questo spirito di misericordia verso chi tanto ci fa soffrire?

Ebbene, la psicologia del sequestro di persona è intimamente legata alle peculiarità di questo delitto doloso. L’esperienza insegna che tra le motivazioni alla base di tale reato si trovano prevalentemente quelle a scopo di terrorismo ed eversione, quelle a scopo di estorsione ma anche quelle a scopo di sfruttamento delle qualità intrinseche nel soggetto. Il sequestro di persona rappresenta così un crimine particolarmente brutale, primariamente perché pone il soggetto in una condizione di moderna “schiavitù”, ma anche perché lo espone ad un elevato livello di violenza per un periodo prolungato di tempo, spesso coinvolgendo in questa violenza anche i congiunti del rapito.

Approfondendo il punto di vista psicologico, nelle dinamiche di sequestro sono presenti diversi meccanismi assai rilevanti. Il principale è quello che intende spogliare la vittima di ogni qualità personale positiva, ostacolando cosi un eventuale processo di identificazione del sequestratore con la vittima stessa, rimuovendo con esso la naturale empatia che impedisce, nell’individuo non gravemente psicopatico, il desiderio perverso di infliggere prolungate sofferenze gratuite ad un suo simile.

In questa operazione il sequestratore si ripulisce la coscienza, superando il senso di colpa e inquadrando il sequestro come un pareggiamento di conti o come un atto dovuto. Di fatto il mandante, invece, di per sé committente di tale barbarie, è propriamente il Ponzio Pilato del rapimento: si lava le mani e delega lo sporco lavoro a carcerieri che, al di là del fatto che siano seriali o meno, accettano l’infausto ruolo per lo più per motivazioni economiche.

Il sequestro ha quindi inizio con la cattura, con un elevato impatto psicologico, per ovvi motivi, sulla vittima ed in certa misura anche sul sequestratore. L’ostaggio viene privato improvvisamente ed in modo spesso violento della sua libertà, quindi delle sue abitudini e talvolta della sua identità. Non potendo più determinare nulla della sua esistenza viene ridotto ad un oggetto nelle mani dei sequestratori. L’effetto “sorpresa” necessario alla cattura costituisce allora in sè per sé un traumatismo, una dolorosa distruzione della sicurezza personale, un crollo nella fiducia del mondo esterno, una chiara percezione di pericolo di vita. Circa invece il sequestratore la cattura coincide con l’inizio dell’attività criminosa, con lo spartiacque nella percezione della propria identità come persona “normale” o come criminale efferato.

Segue a questo punto solitamente una fase di trasferimento durante la quale la vittima percepisce con sempre maggiore chiarezza l’allontanamento dal mondo della sua libertà e l’entrata in un mondo diverso, sconosciuto, ostile, atto a mantenere la sua condizione di “oggetto rubato”.

Il trasferimento si completa con la prigionia, solitamente messa in atto in luoghi angusti e difficilmente accessibili, sotto la sorveglianza di soggetti spesso pregiudicati o addirittura latitanti, comunque capaci di essere privi di impegni sociali, familiari, lavorativi per lungo tempo.

I sequestratori a cui si deve la denominazione della Sindrome di Stoccolma

Un accenno a sé stante nelle dinamiche di sequestro va riservato agli aspetti “vittimologici” relativi alla relazione vittima-carnefice e alle conseguenze in termini di danno psichico per la vittima.

Degna di nota è la famigerata Sindrome di Stoccolma, che prende il nome da una rapina con ostaggi avvenuta in questa città nel 1973, i cui i sequestrati mostrarono elevata solidarietà e identificazione con gli aggressori, verosimilmente attuate in un procedimento teso dapprima a negare le sofferenze che le 131 ore di sequestro armato procurarono loro e successivamente a giustificare il comportamento del rapitore sulla base di sofferenze precedentemente patite dallo stesso.

In questi casi, però, si osserva anche un processo di identificazione del rapitore con la vittima che lo spinge ad attenuare la sua aggressività in un biunivoco sentimento di humanitas che ritroviamo anche nelle parole del cantautore genovese una volta tornato alla libertà, che giunse a dichiarare perfino: «È un luogo [quello della prigionia] dove le tensioni sociali esistono. Ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come per esempio l’ospitalità. Per quanto strano possa apparire, anche questo ho trovato nei nostri carcerieri».

L’addio al Supramonte: “E ora viaggi, vivi, ridi o sei perduta…”

Il 22 dicembre del 1979, alle ore due del mattino, Fabrizio De Andrè lasciò il “suo” Hotel Supramonte, dove aveva visto la neve. Quella stazione era per lui passata, senza far male seppur infliggendo cicatrici profonde e dolceamare. Altri orizzonti aspettavano il suo treno, gli stessi che al confine tra la terra e il cielo aspettano chiunque riesca a riconoscere nuovamente la libertà.

Si può assaporare la libertà in una gabbia, la si può ripudiare quando, invece, si è convinti di possederla. Non esiste prigionia più dolorosa di quella che ci rende sotto scacco del nostro io, delle nostre paure, dei nostri rimpianti, d’altra parte.

Quante vittime in ostaggio riescono a respirare molta più libertà dei loro carnefici? Quante volte siamo noi, carnefici di noi stessi, a soffocarci?

Se si viaggia, si ride, si vive, non si è mai perduti.

Anche per coloro che hanno dentro al cuore il loro Hotel Supramonte ed un ordine discreto, questa stazione passerà, come passa il dolore.

Mariachiara Longo

    Les Amants, Magritte