Si è sempre convinti che le nostre scelte siano libere da qualsiasi tipo di vincolo. Di avere la possibilità di scegliere ugualmente un opzione anziché un’altra, e se non fosse così? E se fosse possibile invece fare addirittura delle previsioni? Ecco qui spiegato come siamo spesso condizionati ad attuare una scelta, anche se sconveniente, rispetto a un altra più conveniente.

I primi che si proposero l’obiettivo di andare a studiare la mente furono i cognitivisti, branca della psicologia che studia i processi congitivi. Venne teorizzata intorno al 1967 dallo psicologo statunitense Ulric Neisser. L’oggetto di studio del cognitivismo è quello di andare a indagare i processi mentali. I quali le informazioni vengono acquisite dal sistema cognitivo, elaborate, memorizzate e recuperate. Il funzionamento mentale qui è assimilato metaforicamente a quello di un software. Esso elabora le informazioni provenienti dall’esterno (input), le elabora (process) e restituendo a sua volta le informazioni (output) sotto forma di rappresentazione della conoscenza, organizzata in reti semantiche e cognitive. Il cognitivismo dunque va a studiare come le persone elaborano le informazioni, ma sotto sue sfere distinte. Esse sono la sfera personale, che studia le esperienze coscienti, gli stati intenzionali e l’agire deliberato, e la sfera sub personale, che invece indaga gli eventi celebrali, ovvero l oggetto della neuroscienza. Nel definire la mente ci si è accorti che non esiste nessun comportamento non riconducibile a uno scopo, sia esso conscio o meno. Infatti tende ad agire tramite scopi credenze. Gli scopi rappresentano l obiettivo che ci poniamo di raggiungere. Le credenze invece alimentano, orientano e giustificano lo scopo.

Il primo modello di funzionamento mentale fu quello di elaboratore di informazioni, proposto da Craick (1943). Esso vorrebbe semplificare la mente in modo tale da renderla più facilmente studiabile. Si ha così il processo di scelta razionale, il quale ha come obiettivo quello di stabilire i criteri secondo i quali una scelta è razionale o meno. Usufruisce di quello che è l’utilità attesa (D. Bernulli 1738), ossia il valore soggettivo che gli individui attribuiscono a una possibile scelta. In quanto, per decidere, il soggetto deve trovarsi in una situazione di incertezza. Nella quale, deve valutare le possibile scelte e i possibili esiti ponderando le rispettive utilità con la probabilità di accadimento. Tuttavia, la teoria del’utilità attesa non potè essere considerata psicologicamente valida. Poiché, nonostante la razionalità di un opzione, non tutti i soggetti tendevano a sceglierla. Dunque ci si è resi conto che la mente umana non è poi così razione. Successivamente D. Kahneman A.Tversky teorizzarono la teoria del prospetto. La nozione centrale è quella del funzionamento di valore, rappresentabile con una sigmoidea. La parte concava di quest’ultima si riferisce ai guadagni, quella convessa alle perdite. In base al collocamento delle possibili opzioni. Dunque generalmente quanto più si perde tanto più si è inclini a rischiare, mentre quanto più si guadagna  tanto più si diventa prudenti. La seconda caratteristica è che il valore definito in termini di guadagno\perdita fa riferimento a quello di uno status quo iniziale. La terza caratteristica è che la curva delle perdite è più rapida di quella dei guadagni. Si parla dunque di avversione alle perdite, in quanto si tende a trattare più seriamente le perdite rispetto ai guadagni. Gli effetti di questa teoria risultano molteplici. in primis troviamo la tendenza naturale degli individui a sopravvalutare gli esiti considerati rispetto agli esiti probabili. Il secondo effetto è quello denominato pseudocertezza, che si riferisce al fatto che la certezza è più apparente che reale. Il terzo è quello denominato effetto riflesso, che emerge quando i segni sono rovesciati, cosicché i guadagni sono sostituiti dalle perdite. Si preferisce dunque una perdita maggiore, ma non sicura, laddove si preferiva un guadagno maggiore, ma certo.

Gli effetti esaminati si riflettono anche sulla frame theory, teorizzata sempre da A. Tversky  e da D. Kahneman. Quest’ultima ha evidenziato come la scelta di una stessa opzione varia in funzione dei diversi modi, formalmente equivalenti, in cui è presentato il problema. Infatti, nonostante lo stesso valore atteso delle possibili scelte, si tende a scegliere l opzione certa, se essa è posta in maniera positiva, mentre quella rischiosa, se posta in maniera negativa. Un altro fenomeno a cui possiamo assistere è quello del sunk cost, ovvero del costo sommerso. Esso fa riferimento alla tendenza di raggiungimento di uno scopo anche se ciò non è conveniente. Ciò si verifica quando nel quesito si mostra la quantità si denaro già spesa. Mentre nel momento in cui ci viene mostrato la possibile quantità di denaro risparmiabile, a parità di scelta, tendiamo a intascarlo.

Queste sono solo alcune delle trappole decisionali nella quali possiamo imbatterci. Trappole che ci portano ad un analisi intuitiva e non razionale del problema. Ciò ci fa capire come, nonostante la nostra credenza di essere liberi nelle nostre scelte, siamo sempre, condizionati dall’inconscio.

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